Che fare?

Sulle proposte si può discutere (lo si farà anche a Bondeno il 17), ma sulla situazione c’è poco da eccepire:

“Ieri un ex dirigente d’azienda di quarantadue anni, disoccupato da qualche mese, si è gettato sotto un treno in Toscana. L’altro ieri si era impiccato un imprenditore agricolo sommerso dai debiti in Veneto. In Grecia non passa giorno senza qualcuno che – o pubblicamente o nel privato della propria casa – si tolga la vita. Le borse continuano a sprofondare (soprattutto Milano). Neppure Wall Street – nonostante i segni di ripresa dell’economia statunitense – ha segnato buoni risultati. I dati sulla produzione industriale italiana usciti ieri sono drammatici: -0,7% a febbraio rispetto a gennaio 2012 e -6,8% su base annua. Le ultime aste dei titoli di Stato italiani sono state deludenti (io direi disastrose, ma non voglio sprecare aggettivi che, probabilmente serviranno in futuro). Lo spread con i Bund tedeschi si è inchiodato a 379 punti di differenziale. Fuori di casa nostra adesso è la Spagna che è sotto pressione, nonostante a governarla sia un governo incline a tassare – come sempre – i poveracci e non i ricchi. Il prezzo dei carburanti durante il 2011 è salito del 16,7% quello della benzina, del 26% quello del gasolio. Considerato che quasi l’80% delle merci in Italia viaggia su gomma, è evidente che il riflesso sui prezzi al consumo è parallelo. Aggiungiamo un altro dato: lo Stato è debitore verso le imprese di circa 90 miliardi di euro. Questi mancati pagamenti si traducono in crisi di liquidità drammatiche. Le banche – pur avendo ricevuto molti regali non accordano crediti e, l’ovvio risultato, è il fallimento di imprese che muoiono pur avendo crediti sufficienti per sopravvivere. Secondo Confesercenti il fatturato della criminalità organizzata è di 137 miliardi di euro con un margine di utili di 104 miliardi. Di questi 65 miliardi in denaro contante. Fatto pari a 100 il costo del lavoro nel 1980, nel 2010 in Italia era sceso a 88,16. Questo significa che in trent’anni il costo del lavoro è sceso dell’11% (tanto per capirci più che in Germania dove è sceso del 10%). I lavoratori italiani costano meno alle aziende, sono molto più facili da licenziare e (a causa dell’alta incidenza della tassazione e degli oneri sociali il loro reddito medio disponibile è al di sotto della media europea. In altri termini se nell’Europa a 27 un lavoratore ha un reddito disponibile medio di 21.800 euro, in Italia ci attestiamo a 20.400. Un lavoratore tedesco ha un reddito medio disponibile di 28.800 euro. Certo qualcuno mi dirà: “Con la Germania non si possono fare confronti. Va bene: il lavoratore spagnolo ha un reddito medio disponibile di 22.700, il lavoratore francese 26.600, lasciamo perdere un inglese che è ad una inarrivabile media di 31.800 euro.
Questi dati, buttati in modo disordinato, li conosco io che sono l’ultimo dei blogger. Sono certo che li conosce anche il professor, senator, presidente del consiglio dei ministri, Mario Monti. Al “question time” del 25 gennaio 2012 il ministro Passera ha annunciato il piano economico per ovviare ai ritardi dei pagamenti che lo Stato deve alle aziende: su 90 miliardi di debito ha trionfalmente annunciato che sono disponibili 5 miliardi. Se qualcuno ha un debito con Equitalia di 90.000 euro provi a presentarsi con 5.000 e mi scriva cosa gli hanno risposto. Ma un conto è il cittadino, un conto è lo Stato. Immagino che sappiate l’impegno straordinario del governo Monti nella lotta alle mafie: zero. Immagino che conosciate la portata dell’impegno per favorire l’aumento del reddito medio disponibile: zero. Immagino conosciate i provvedimenti assunti per tutelare i lavoratori peggio pagati d’Europa: nessuno.
Qualcuno – giustamente – mi scrive: “cosa bisognerebbe fare? Tu cosa proponi?”.

Le proposte le trovate all’URL dell’articolo:

http://irradiazioni.wordpress.com/2012/04/13/quindici-punti-per-una-politica-economica-che-lideologo-monti-non-mette-in-atto/

Siamo già poveri?

Potete fare il test voi stessi, utilizzando le seguenti categorie:

Persone a rischio di povertà – Tutte quelle persone che dispongono di un reddito pari al 60% del reddito medio pro capite del Paese in cui abitano. Il calcolo viene effettuato in questo modo, prendete il reddito che entra ogni anno in una famiglia e dividetelo per 1.0 per il primo adulto, dividetelo di un ulteriore 0,5% per ogni altro componente dai 14 anni in su, dividetelo di un ulteriore 0,3% per ogni altro componente al di sotto dei 14 anni.

Persone “dentro” la povertà e/o l’esclusione sociale (“severely materially deprived persons”) – Tutte quelle persone che si trovano in ristrettezze e vivono 4 delle 9 situazioni seguenti: 1) incapacità di pagare affitti o mutui o debiti entro la data stabilita; 2) incapacità a riscaldare adeguatamente la casa 3) incapacità a fronteggiare spese impreviste (ad esempio il dentista, una forte multa, la riparazione di mezzi meccanici) 4) incapacità a acquistare carne, pesce o cibi equivalenti come contenuto proteico ogni due giorni 5) non in grado di passare almeno una settimana di vacanza fuori casa (inclusi quelli che si appoggiano a parenti) 6) che non possiedono un’auto 7) che non possiedono una lavatrice 8 che non possiedono un televisore a colori 9) che non possiedono un telefono (compreso il telefono cellulare)

Persone che vivono in nuclei familiari a “bassa intensità di lavoro” – Tutti coloro che vivono in una famiglia nella quale uno o più membri in età lavorativa hanno lavorato il 20% meno di quanto avrebbero potuto fare. Sono esclusi gli studenti.

Fonte: http://irradiazioni.wordpress.com/2012/02/12/siamo-sempre-piu-poveri-ed-esclusi/

Una società appiattita

Abbiamo resistito. Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una «evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali». Al di là dei fenomeni congiunturali economici e politico-istituzionali dell’anno, adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime. Perché sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.

Una società appiattita. Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. «Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana».

Un’onda di pulsioni sregolate. Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una «diffusa e inquietante sregolazione pulsionale», con comportamenti individuali all’impronta di un «egoismo autoreferenziale e narcisistico»: negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing). «Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti».

Il declino parallelo della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo. Bisogna scendere più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva per verificare come funziona l’inconscio. Qui si confrontano la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) e il desiderio (che esprime il bisogno e la volontà di superare il vuoto acquisendo oggetti e relazioni). Ogni giorno di più il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell’offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare). «La strategia del rinforzo continuato dell’offerta è uno strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri». Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio. Al tempo stesso, la desublimazione di archetipi, ideali, figure di riferimento rende labili i riferimenti alla legge (del padre, del dettato religioso, della stessa coscienza). «Si vive senza norma, quasi senza individuabili confini della normalità, per cui tutto nella mente dei singoli è aleatorio vagabondaggio, non capace di riferirsi ad un solido basamento».

Tornare a desiderare. Di fronte ai duri problemi attuali e all’urgenza di adeguate politiche per rilanciare lo sviluppo, viene meno la fiducia nelle lunghe derive su cui evolve spontaneamente la nostra società. Ancora più improbabile è che si possa contare sulle responsabilità della classe dirigente, sulle leadership partitiche o su un rinnovato impegno degli apparati pubblici. La tematica rigore-ripresa è ferma alle parole, la riflessione sullo sviluppo europeo è flebile, i tanti richiami ai temi all’ordine del giorno (la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità, il Mezzogiorno) sono solo enunciati seriali. La complessità italiana è essenzialmente complessità culturale. Nella crisi che stiamo attraversando c’è quindi bisogno di messaggi che facciano autocoscienza di massa. Non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla «legge». Più utile è il richiamo a un rilancio del desiderio, individuale e collettivo, per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata. «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Attualmente tre sono i processi in cui sono ravvisabili germi di desiderio: la crescita di comportamenti «apolidi» legati al primato della competitività internazionale (gli imprenditori e i giovani che lavorano e studiano all’estero), i nuovi reticoli di rappresentanza nel mondo delle imprese e il lento formarsi di un tessuto federalista, la propensione a fare comunitàin luoghi a misura d’uomo (borghi, paesi o piccole città).

Le «Considerazioni generali» del 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010