Murder is my business

Reggio Emilia, Palazzo Magnani
Dal 3 Maggio al 14 Luglio 2013

A Palazzo Magnani uno dei Maestri della fotografia americana
Oltre 100 rari esemplari delle immagini più famose
e rappresentative del genio Weegee

Comunicato Stampa

Omicidi della malavita, tragici incidenti stradali, devastanti incendi di caseggiati popolari sono i principali soggetti degli scatti in bianco e nero illuminati dal flash del fotografo Weegee (1899-1968) nella sua attività di fotoreporter freelance a metà degli anni ’30.

Dal 3 Maggio al 14 Luglio 2011, Palazzo Magnani di Reggio Emilia ospita la mostra WEEGEE. Murder Is My Business. L’importante appuntamento espositivo, curato da Brian Wallis, Chief Curator dell’ICP, è realizzato – nell’ambito dell’VIII edizione di Fotografia Europea – dalla Fondazione Palazzo Magnani, GAmm Giunti e International Center of Photography (ICP) di New York.

Le fotografie esposte, intensamente drammatiche, a volte sensazionalistiche, di crimini e fatti di cronaca di New York, gettano le basi di quello che verrà poi definito giornalismo da tabloid. Per un intenso decennio dal 1935 al 1946, Weegee è stata forse la figura che ha dimostrato in modo incessante la maggiore inventiva nel panorama della fotografia americana. Il suo nome divenne letteralmente leggenda, tanto che il regista Stanley Kubrick (a cui Palazzo Magnani ha dedicato una mostra fotografica nel 2011) arrivò ad affermare, riferendosi ai primi anni della sua carriera – quando film come Il bacio dell’assassino oppure Rapina a mano armata rispecchiavano suggestivamente il clima delle metropoli americane – che una delle fonti della sua ispirazione era proprio il fotografo Weegee. Kubrick lo volle infatti come consulente per le riprese nel 1958 del film Il dottor Stranamore.
Prendendo il titolo della mostra che Weegee curò per se stesso alla Photo League nel 1941, Murder is My Business (L’omicidio è il mio lavoro), esposta a Palazzo Magnani, intende gettare luce sulla violenza e il caos urbano, soggetti al centro della prima produzione artistica del fotografo. Come fotoreporter freelance in un’epoca in cui New York contava almeno otto quotidiani e le agenzie di stampa iniziavano allora a gestire immagini fotografiche, Weegee si trovò davanti la sfida di catturare immagini uniche di eventi che facessero notizia per poi distribuirle velocemente. Lavorava quasi esclusivamente di notte, partendo dal suo minuscolo appartamento di fronte alla Centrale di Polizia non appena la sua radio – sintonizzata sulle frequenze della polizia – lo informava di un nuovo crimine. Arrivando spesso prima delle stesse Forze dell’Ordine, Weegee ispezionava con attenzione ogni scena per trovare l’angolazione migliore. Gli omicidi, sosteneva, erano i più facili da fotografare perché i soggetti non si muovevano mai e non si agitavano.

La mostra, curata da Brian Wallis, Chief Curator dell’ICP, presenta rari esemplari delle immagini più famose e rappresentative di Weegee – oltre 100 fotografie originali, tratte per lo più dall’esauriente archivio di Weegee presso l’ICP composto da 20.000 stampe, oltre a quotidiani, riviste e film dell’epoca – e considera i suoi primi lavori nel contesto della loro presentazione originaria – su testate giornalistiche e in mostre storiche – oltre ai suoi libri e ai suoi film. Presenta inoltre ricostruzioni parziali dello studio di Weegee e della sua mostra presso la Photo League. Per approfondire ulteriori dettagli relativi alle immagini e agli oggetti presenti, alcuni touch-screen a disposizione del visitatore.

Weegee (Arthur Fellig 1899 – 1968) – La carriera in ascesa di Weegee come fotografo negli anni ’30 coincise con il periodo culminante della Murder Inc., la gang ebrea di Brownsville che forniva sicari a pagamento al Syndacate, l’associazione newyorkese di boss della malavita per lo più italiani. Con l’ondata di provvedimenti governativi e legali che investì la città tra il 1935 e il 1941, ci fu un’escalation del numero di omicidi di gangster da quattro soldi e potenziali informatori.
Il fotografo spesso lavorava a fianco della polizia, ma aveva anche stretto amicizia con criminali di alto livello come Bugsy Siegel, Lucky Luciano e Legs Diamond. Weegee si definiva il “fotografo personale della Murder Inc.” e sosteneva di essersi occupato di 5.000 omicidi, un numero forse esagerato, ma di poco. Sottolineando la vera natura della sua attività, Weegee mostrava con orgoglio la matrice dell’assegno ricevuto dalla rivista LIFE, che lo aveva pagato 35 dollari per due omicidi.
Vendendo le sue fotografie a una serie di giornali di New York negli anni ’30, e in seguito lavorando come collaboratore freelance per il quotidiano PM, che ebbe vita breve (1940-48), Weegee stabilì un approccio altamente soggettivo sia alle fotografie che ai testi, molto diverso da quello che veniva adottato dalla maggior parte dei quotidiani e dalle riviste illustrate dell’epoca. Attraverso altri canali di distribuzione, Weegee scrisse molto (compresa la sua opera autobiografica Naked City pubblicata nel 1946) e organizzò le proprie mostre alla Photo League, l’importante associazione fotografica che promuoveva fotografie politicamente impegnate, in particolare delle classi operaie. Nel 1941, Weegee allestì due mostre consecutive alla sede centrale della League. Questa visibilità contribuì ad affermare la sua crescente reputazione come fotoreporter, che iniziò ad apporre sulle sue stampe la dicitura “Weegee il famoso”. Il diffuso apprezzamento dello stile intenso della sua fotografia, che non disdegnava soggetti provenienti dalle classe più basse e racconti intrisi di umanità, portò all’acquisizione dei suoi lavori da parte del Museum of Modern Art e la sua inclusione in due mostre collettive nel museo stesso, nel 1943 e nel 1945.
“Weegee è stato spesso liquidato come fotografo ingenuo, ma in realtà è stato uno dei fotoreporter più originali e intraprendenti degli anni ’30 e ’40. Le sue foto migliori associano umorismo, audacia e punti di vista sorprendentemente originali, in particolare se si considerano le foto giornalistiche e documentaristiche dell’epoca. Prediligeva approcci e soggetti spudoratamente da tabloid e di basso livello culturale, ma le sue fotografie di New York negli anni della Depressione devono essere prese in maggiore considerazione, alla pari del lavoro di altri documentaristi fondamentali degli anni ’30, quali Dorothea Lange, Robert Capa, Walker Evans e Berenice Abbott”, dice Wallis di lui.

L’archivio di Weegee è stato donato all’ICP nel 1993 da Wilma Wilcox, la sua compagna per molti anni. L’ICP_L’International Center of Photography (ICP) è stato fondato nel 1974 da Cornell Capa (1918-2008) come Istituzione dedicata alla fotografia che abbia un ruolo centrale e vitale nella cultura contemporanea nel suo riflettere e influenzare i cambiamenti sociali. Per mezzo del nostro museo, della scuola e dei programmi mirati alla comunità, valorizziamo la capacità della fotografia di aprire nuove opportunità all’espressione personale ed estetica, di trasformare la cultura di massa e di evolversi continuamente per includere nuove tecnologie. L’ICP ha presentato più di 500 mostre, portando al pubblico le opere di oltre 3.000 fotografi e altri artisti con mostre personali e collettive, e ha fornito migliaia di corsi e workshop che hanno arricchito decine di migliaia di studenti.

La Mostra è stata realizzata dall’International Center of Photography di New York, grazie al sostegno dell’ICP Exhibitions Committee, la David Berg Foundation, un donatore anonimo, e fondi pubblici dal Dipartimento Cultura della città di New York in associazione con il City Council.
I contenuti interattivi sono stati prodotti da Documentary Arts in collaborazione con Octothorp Studio.
Con la partecipazione della Provincia di Reggio Emilia, Fondazione Pietro Manodori, Camera di Commercio di Reggio Emilia e con il contributo di Landi Renzo spa, CCPL Reggio Emilia, Schiatti Class; media partner: Radio LatteMiele e IBS Italcuscinetti.

Ufficio Stampa nazionale_Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Tel. 049.663499 info@studioesseci.net

Ufficio Stampa Fondazione Palazzo Magnani_ Federica Franceschini
Tel. 0522.444408 f.franceschini@palazzomagnani.it
http://www.palazzomagnani.it

Giornata del contemporaneo

La Collezione Maramotti è lieta di presentare i prossimi eventi in programma per ottobre 2012.


Un libro, una mostra, una conversazione tra Mario Diacono e il critico americano Bob Nickas
Conversazione 7 ottobre 2012
Mostra 7 ottobre 2012 – 3 febbraio 2013

La Collezione Maramotti è lieta di annunciare una conversazione tra Mario Diacono e Bob Nickas domenica 7 ottobre alle ore 11.00, in occasione dell’uscita e della distribuzione internazionale del volume di Mario Diacono Archetypes and Historicity / Painting and Other Radical Forms 1995-2007 (Silvana Editoriale) e dell’apertura della mostra La pittura come forma radicale (Painting as a Radical Form) nella galleria sud della Collezione, che presenterà opere di molti degli artisti discussi nella pubblicazione.

Giornata del Contemporaneo | Ottava edizione
5 – 7 ottobre 2012
In occasione della Giornata del Contemporaneo (6 ottobre 2012) le prime 50 persone che ne faranno richiesta potranno partecipare ad alcuni eventi a invito durante il weekend del 5 – 7 ottobre, promossi e organizzati da Collezione Maramotti, Fondazione I Teatri (Festival Aperto) e Icarus Ensemble.
Per maggiori informazioni la preghiamo di visitare il sito di Amaci.


Jules de Balincourt | Parallel Universe
7 ottobre 2012 – 27 gennaio 2013

Il nuovo progetto di Jules de Balincourt per la Collezione Maramotti è costituito da cinque nuovi dipinti che, dopo la mostra, entreranno a far parte della Collezione. Le opere sono state dipinte contemporaneamente, nel medesimo studio, così che durante la loro realizzazione esse sono entrate in dialogo tra loro, divenendo il risultato di uno stesso processo creativo. I dipinti in mostra possono perciò essere letti come una mappa di parti liberamente intrecciate, tesa ad esplorare e registrare le relazioni che intercorrono tra rappresentazione, astrazione e gesto pittorico.

Per maggiori informazioni sulle mostre e gli eventi la invitiamo a visitare la sezione work in progress del nostro sito.

Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66
42124 Reggio Emilia
tel. 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
www.collezionemaramotti.org

Fotoreportage a Palazzo Magnani

Don McCullin (Londra, 1935), uno dei miti della fotografia del Novecento, è stato il testimone di molti dei conflitti e delle tragedie umanitarie che hanno connotato la seconda metà del secolo appena trascorso. A coinvolgerlo come fotografo e fotoreporter sono state, e sono, le sofferenze collettive, siano esse frutto di conflitti dichiarati, e quindi guerre, rivolte, conflitti etnici, che di tragedie ed emergenze sociali: le gang urbane, le diverse emarginazioni, il dramma dell’Aids in Africa.

A Palazzo Magnani, dall’11 maggio al 15 luglio, la mostra Don McCullin. La pace impossibile. Dalle fotografie di guerra ai paesaggi 1958-2011 racconta il Novecento del nostro pianeta visto con gli occhi di questo straordinario testimone del tempo.
Quello proposto da Sandro Parmiggiani e Robert Pledge, curatori dell’esposizione, è un percorso di enorme potenza espressiva, lungo 160 immagini – fotografie rigorosamente in bianco e nero, tutte stampate personalmente da McCullin – scattate in alcuni dei teatri in cui McCullin ha volontariamente scelto di essere presente.

Nella mostra di Palazzo Magnani scorrono sotto i nostri occhi conflitti aspri e sanguinosi e apocalissi umanitarie: la costruzione del muro di Berlino (1961); il conflitto tra Greci e Turco-Ciprioti a Cipro (1964); la guerra in Congo, nello stesso anno; la lunga guerra del Vietnam, culminata nella terribile offensiva del Têt (1965-68); la guerra civile e la carestia in Biafra (1968-69); la guerra nella Cambogia dei Khmer Rossi (1970-75); la guerra civile in Irlanda del Nord (1971); il colera nel Bangladesh (1971); la feroce guerra tra milizie cristiane e palestinesi in Libano, fino ai massacri di Sabra e Shatila (1982); i lebbrosi e i poveri dell’India (1995-97); le vittime dell’Aids e della tubercolosi nell’Africa meridionale (2000). In mostra sono presenti inoltre le fotografie che scavano nel volto e nelle contraddizioni della società inglese – le gang e i teddy-boys; i senza-tetto e i disoccupati; i nobili alle corse dei cavalli di Ascot – e varie immagini degli ultimi due decenni, alcune delle quali inedite, presentate per la prima volta: le nature morte, altari votivi che lui stesso mette in scena nella sua casa; i paesaggi nelle campagne che la circondano, fotografati sempre e solo di notte e d’inverno; le rovine della gloria di Roma, cui s’è appassionato grazie alla frequentazione di Bruce Chatwin; i popoli primitivi che tuttora abitano il pianeta e che, pur brandendo un fucile mitragliatore, restano ancora dentro l’abisso del tempo.
Le immagini di McCullin sfidano la nostra indifferenza e passività, sia per la loro drammaticità e forza di impatto – in ogni fotografia il nero e l’ombra sono sempre in agguato, cingendo d’assedio la luce -, sia per la perenne capacità di compassione, anche nelle vicende più estreme, per le persone e per la dignità propria di ogni essere umano.

Nato a Londra nel 1935, McCullin ha avuto un’infanzia e un’adolescenza durissime, presto sradicato dalla famiglia, a causa della guerra, dal 1939 al 1945 – “come tutta la mia generazione a Londra”, scrive nella sua autobiografia, Unreasonable Behaviour, “sono un prodotto di Hitler. Sono nato negli anni Trenta e sono stato bombardato negli anni Quaranta”. Nel 1950, alla morte del padre, abbandona la scuola e svolge diversi lavori, fino al servizio militare nella RAF (Royal Air Force) nel 1955 – opera nelle sezioni fotografiche e acquista la sua prima macchina fotografica, una Rolleicord 4, che un paio d’anni dopo viene da lui data in pegno, e poi riscattata dalla madre; con questo apparecchio svolge, nel 1958, il primo servizio fotografico su una gang londinese, pubblicato da The Observer, e inizia a lavorare come fotogiornalista freelance. Quando, nel 1961, inizia la costruzione del muro a Berlino, McCullin immediatamente vi si reca, nonostante non abbia ricevuto alcun incarico da nessun giornale. Al ritorno, quelle immagini vengono immediatamente pubblicate dall'”Observer” e McCullin vince il British Press Photography Award. Inizia la sua carriera di fotoreporter, vende la Rolleicord e compra un Pentax SLR 35 mm, e inizia a documentare le vicende sociali e civili nel suo Paese e le crisi internazionali che si susseguiranno – dai massacri nel Congo nel 1964, fino all’invasione dell’Iraq nel 2003 e al dramma dei rifugiati nel Darfur nel 2007. Tra il ’66 e il 1984 è inviato de The Sunday Times nelle zone calde del pianeta e i suoi reportages ottengono importanti riconoscimenti (il World Press Photo nel 1964 per il lavoro sulla guerra a Cipro, la Warsaw Gold Medal e molti altri sino al Cornel Capa Award del 2006).
A partire dagli anni Novanta, tuttavia, McCullin, abbandona progressivamente il mestiere di fotoreporter, segnato dalla terribile esperienza della guerra e degli orrori cui ha assistito, e si dedica a fotografie di natura morta e di paesaggio, pur continuando a tracciare un impietoso ritratto dell’Inghilterra sino ai nostri giorni.
McCullin deve la sua vita ad una Nikon che, in zona calda fermò il proiettile che gli era stato indirizzato.

La mostra, a cura di Sandro Parmiggiani e Robert Pledge, è promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia in collaborazione con Contact Press Images, con la partecipazione della Provincia di Reggio Emilia e della Fondazione Pietro e con il contributo di CCPL, Landi Renzo spa, Check-up Service, Neacar Mercedes-Benz, Unicredit Banca e Italcuscinetti spa, nell’ambito di Fotografia Europea 2012.

L’esposizione di Don McCullin a Palazzo Magnani, che s’inaugura venerdì 11 maggio alle ore 19, alla presenza del fotografo, resterà aperta fino a domenica 15 luglio. Sabato 12 maggio, alle ore 19, avrà luogo, nell’Aula Magna dell’Università di Reggio Emilia (via Allegri 9, Reggio Emilia) una conversazione tra McCullin, Sandro Parmiggiani e Robert Pledge.
Nel catalogo della mostra, oltre a 180 immagini del fotografo, ai testi dei curatori e a un’intervista di Parmiggiani a McCullin, vengono pubblicati i saggi più significativi che nel tempo alcuni grandi autori (John Le Carré, Susan Sontag, John Berger, Guido Ceronetti, Ferdinando Scianna, Mark Holborn, Jean-Francis Held, Harold Evans, Jean Hatzfeld, Giorgia Fiorio, Francis Hodgson, Philip Caputo) gli hanno dedicato.
SCHEDA DELLA MOSTRA

DON MCCULLIN.
Fotografie della guerra e della pace, 1958/2011
Palazzo Magnani, Reggio Emilia

Mostra a cura di L’esposizione è a cura di Sandro Parmiggiani e Robert Pledge.

Promossa dalla Fondazione Palazzo Magnani in collaborazione con Contact Press Images

Orari
11 maggio: 21.00 – 24.00
dal 12 al 20 maggio: 10.00 – 23.00
dal 22 maggio al 24 giugno: 10.00 – 13.00 / 15.30- 19.00
sabato e domenica 10.00 – 19.00
dal 26 giugno al 15 luglio: 16.00 – 23.00
Chiuso lunedì

Aperture straordinarie
19 maggio “Notte Europea dei Musei”: 10.00 – 24.00
2 giugno “Festa della Repubblica”: 10.00 – 23.00; ingresso 5 euro; visita guidata gratuita alle 17.00 e alle 21.00 (prenotazione obbligatoria tel. 0522 454437)

Ingressi
Intero euro 7,00; Ridotto euro 5,00; Studenti euro 4,00
L’ingresso alla mostra di Palazzo Magnani non è compreso nel biglietto cumulativo di FE 2012.
Con il biglietto della mostra di Don McCullin si ha diritto all’ingresso ridotto a FE 2012 e viceversa.

Visite Guidate
– per gruppi fino a 20 persone: 60,00 euro + ingresso ridotto
– per gruppi fino massimo 26 persone: 3,00 a persona + ingresso ridotto
– per classi di studenti: 1,00 euro + ingresso studenti
– visita guidata in lingua: 100 euro + ingresso ridotto

Visite guidate in programma
ogni sabato e domenica ore 16.00
(3,00 euro + ingresso ridotto – necessaria la prenotazione)

Visite riservate ed eventi in mostra
Per Associazioni, gruppi ed aziende è possibile prenotare visite riservate alla mostra

Il Cenacolo

31 MARZO – 15 APRILE 2012

ANDY WARHOL A PALAZZO MAGNANI – REGGIO EMILIA

È una Pasqua all’insegna di Andy Warhol, quella che attende Reggio Emilia. Dal 31 marzo al 15 aprile 2012, Palazzo Magnani ospita The Last Supper, una delle opere più significative nella produzione del genio che ha lasciato un’impronta indelebile sull’arte del secondo Novecento. The Last Supper è infatti una straordinaria interpretazione del Cenacolo di Leonardo da Vinci, operata da Andy Warhol nel 1986. L’evento, che cade nel 25° della morte di Warhol, è parte del progetto Arte in Agenda. A tu per tu con… ideato e promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia. The Last Supper sarà affiancata da un raro disegno dell’Ultima cena leonardesca eseguito da Francesco Hayez (protagonista, fino al 1 maggio, a Palazzo Magnani della grande mostra

INCANTI DI TERRE LONTANE. HAYEZ, FONTANESI E LA PITTURA ITALIANA TRA OTTO E NOVECENTO) che consentirà di sviluppare un confronto tra le modalità di rilettura dei modelli classici operata da due autori così distanti, ma uniti dall’esigenza che hanno avvertito di confrontarsi con il genio del Rinascimento italiano.

http://www.palazzomagnani.it/italiano/mostra.html

Collezione Maramotti

Collezione Maramotti comunica che, causa avverse preoccupanti previsioni metereologiche per il prossimo fine settimana, l’opening della mostra Players di Huma Bhabha, previsto per sabato 11 febbraio, sarà rinviato a sabato 25 febbraio 2012, sempre alle ore 18.00, e in concomitanza con la presentazione della mostra Are We Still Going On? di Kaarina Kaikkonen.

Preghiamo coloro che avevano già dato riscontro della loro partecipazione di voler cortesemente confermare la presenza per la nuova data del 25 febbraio; si prega di rispondere a questo messaggio entro il 17 febbraio.

La mostra di Huma Bhabha resterà poi aperta al pubblico dal 26 febbraio al 15 aprile 2012, nei normali orari di apertura della Collezione.


Nelle sei sculture della metà degli anni Novanta così come nei sei recentissimi disegni realizzati per la mostra Players, Huma Bhabha reinventa la testa umana decostruendo e ricostruendo un archetipo in cui raccoglie e trasforma diverse tipologie storico-artistiche. Dalle maschere, ritratti “tecnologici” di figure arcaiche, ai disegni, che segnano il ritorno a una rappresentazione espressionista di volti fantastici, Bhabha trae ispirazione da fonti molto diverse, arte tribale, fantascienza, combinandole per giungere a un nuovo tipo di figurazione e costruendo il volto umano come un luogo in cui tutte le possibilità espressive possono essere raggiunte.

Kaarina Kaikkonen
Are We Still Going On?

26 febbraio – 31 luglio 2012

Pensata per la ex fabbrica di abbigliamento Max Mara, ora sede della Collezione Maramotti, la grande installazione Are We Still Going On? di Kaarina Kaikkonen segue e accompagna la struttura compositiva dell’edificio, esempio peculiare di architettura brutalista e organicista degli anni Cinquanta.
Il vecchio ingresso alla fabbrica − in cui è stata realizzata l’opera − è idealmente diviso in due aree; le catene orizzontali in cemento armato che collegano i pilastri non solo conferiscono un ritmo architettonico allo spazio, ma divengono parte del lavoro dell’artista.
L’installazione si compone di due strutture simmetriche che evocano lo scheletro di una grande barca. La semplice carena è sezionata in due parti che si sviluppano dal soffitto fino a tangere il pavimento, con un medesimo ritmo compositivo semicircolare realizzato con abiti annodati tra loro. Per la scelta dei colori che delineano le due strutture complementari, gli abiti suggeriscono un dialogo simbolico tra il maschile e il femminile: chiari da un lato, dai toni più freddi dall’altro. Dal tutto emana una combinazione coloristica di armonica bellezza.

Entrando nella grande sala si percepisce, al di là dalle vetrate, il verde del paesaggio esterno, ma girando lo sguardo a destra così come a sinistra si è immediatamente immersi nell’opera come se si entrasse in un territorio da  esplorare, in un altro paesaggio. Aggirando l’opera lungo il suo perimetro si perde il confine preciso tra spazio  esterno e interno: le profonde anse dei volumi circolari dialogano in modo diverso col paesaggio che agisce da sfondo.
Gli abiti, che paiono stringersi mano nella mano, ci parlano inoltre della storia di un luogo importante di produzione, non solo di abiti, ma di idee, in cui tutti i lavoratori hanno contribuito a creare e a far crescere questa realtà come progetto collettivo. In questo senso l’icona della barca accoglie in sé questa tensione verso la scoperta e il progresso.

Nelle opere di Kaikkonen gli oggetti si animano e ci parlano di storie, di persone. Ci parlano anche e soprattutto di lei. Evocano fragilità, ma anche speranza e rigenerazione. Tendono a suscitare in chi guarda una personale esperienza emotiva e, al contempo, un rispecchiamento, un’identificazione nella collettività. Le grandi installazioni rappresentano una coralità di voci in transito, in dialogo con la natura e con gli spazi sociali e sono storia di ognuno e di tutti; una storia che veicola in modo aperto un sentimento universale nel quale ognuno si può identificare e raccogliere ciò che vive più fortemente.
Con l’aspetto monumentale delle sue opere − sempre legate fortemente agli elementi ambientali e architettonici in cui si inscrivono − convive un’anima legata all’impermanenza e alla fragilità dei materiali che ci riporta in qualche modo alla fragilità del genere umano.
Il movimento “verso e da” qualcosa è un elemento formale ricorrente nel suo lavoro così come nei titoli e contribuisce a creare un ponte temporale tra le memorie passate e la loro tensione verso il futuro.

Durante l’installazione del lavoro, una lecture dell’artista sull’opera e sul suo lavoro in generale dal titolo Memories sarà oggetto di riflessione per un gruppo di studio di educatori e formatori italiani e stranieri. L’incontro è organizzato in collaborazione con Reggio Children.

Il progetto mette in campo la collaborazione dell’Ambasciata finlandese in Italia e di quella italiana ad Helsinki con l’obiettivo di uno scambio culturale tra Italia e Finlandia.

L’opera realizzata per la Collezione Maramotti è la prima tappa di un progetto che prevede la realizzazione di una seconda installazione, Towards Tomorrow, concepita per la piazza del MAXXI-Museo nazionale delle arti del XXI secolo, che inaugurerà il 14 aprile 2012. Come una grande vela, l’opera si muoverà con il vento, connettendo uno dei vuoti che caratterizzano il profilo esterno del museo e rimodellando l’edificio di Zaha Hadid.
Il 24 febbraio 2012, inoltre, inaugurerà la sua mostra personale Having Hope alla Galleria Z2O di Roma.

Orari
La mostra, ad ingresso libero, è visitabile dal 26 febbraio al 31 luglio 2012 negli orari di apertura della collezione permanente.
Giovedì e venerdì 14.30 − 18.30
Sabato e domenica 10.30 − 18.30
Chiuso 1° maggio

Info
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66, 42124 Reggio Emilia
tel. 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
www.collezionemaramotti.org

Per maggiori informazioni sulle mostre la invitiamo a visitare la sezione work in progress del nostro sito.

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Collezione Maramotti

Andrea Büttner
The Poverty of Riches

13 novembre 2011 – 29 aprile 2012

La Collezione Maramotti presenta The Poverty of Riches, il nuovo progetto di Andrea Büttner, vincitrice della terza edizione del premio Max Mara Art Prize for Women in collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra.
The Poverty of Riches è stato presentato per la prima volta nell’aprile 2011 alla Whitechapel Gallery; le opere saranno acquisite dalla Collezione Maramotti e visibili dal 13 novembre 2011.

Andrea Büttner è interessata alla vita delle comunità religiose. La sua opera esplora gli intrecci tra religione e arte e le affinità tra comunità religiose e mondo dell’arte. L’esposizione presso la Collezione Maramotti presenta le nuove opere di Büttner ispirate all’esperienza dell’artista durante la residenza di sei mesi in Italia che ha seguito l’attribuzione del Premio.
In questo periodo, Büttner ha vissuto per qualche tempo insieme ad alcune comunità religiose, si è avvicinata agli affreschi di Giotto e ad alcune opere appartenenti alla Collezione Maramotti: Alberto Burri, Enrico Castellani e Piero Manzoni.

Andrea Büttner impiega la tecnica tradizionale della xilografia per rappresentare elementi dell’iconografia religiosa quali una forma di pane, un tavolo, l’immagine di San Francesco. Accanto a questi soggetti tradizionali compaiono tessuti quotidiani – presi dalle divise di guardiaparchi, di poliziotti e di netturbini – che creano colorati “dipinti”, tesi come fossero tele. Questi lavori si inseriscono nella ricerca dell’artista sull’uso simbolico del tessuto nell’arte religiosa italiana.
Semplici panchine offrono un posto per sedersi a riflettere, creando una corrispondenza tra gli spazi di una chiesa e quelli deputati all’arte. La mostra comprende anche manifesti, stoffe e volantini, sempre ispirati ai periodi trascorsi da Andrea Büttner nei monasteri.

L’artista è interessata al concetto di povertà dal punto di vista sia estetico sia spirituale; non solo ai movimenti monastici, ma anche ai movimenti artistici, in particolare all’Arte Povera: la rinuncia alla ricchezza dei movimenti monastici trova corrispondenze nell’Arte Povera nella scelta di materiali per la realizzazione dell’opera, in contrapposizione all’opulenza dei mass media e del mercato.
Un altro tema centrale nei lavori di Andrea Büttner è la relazione fra povertà e vergogna. Nel XXI secolo la povertà costituisce una delle maggiori cause di vergogna, presentata e vissuta come sentimento negativo. L’artista è invece interessata ad una sua accezione positiva sia nella sua dimensione euristica sia nell’arte.

Orari
La mostra, ad ingresso libero, sarà visitabile dal 13 novembre 2011 al 29 aprile 2012 negli orari di apertura della collezione permanente.
Giovedì e venerdì 14,30 – 18,30
Sabato e domenica: 10,30 – 18,30
Chiuso: 25-26 dicembre, 1 e 6 gennaio, 25 aprile

Info
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66
42124 Reggio Emilia
tel. 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
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Collezione Maramotti

Shen Wei Re-Turn. Artistic Vision of Shen Wei
Shen Wei Dance Arts | Re-Turn. Artistic Vision of Shen Wei
in collaborazione con I Teatri di Reggio Emilia – Aperto Festival e con il sostegno di Max Mara
20 – 23 ottobre 2011

Shen Wei, artista della danza totale miracolosamente in bilico tra Oriente ed Occidente, è affermato coreografo, regista, danzatore, pittore, fotografo e direttore artistico della Shen Wei Dance Arts, tra i gruppi più interessanti della danza mondiale.
Nel suo nuovo lavoro, creato appositamente per la Collezione Maramotti, Shen Wei presenta una nuova creazione site-specific, una coreografia originale ispirata alle opere esposte nella Collezione permanente (21 e 23 ottobre). In questo nuovo lavoro, Shen Wei sposta lo sguardo dello spettatore dalla prospettiva tipica del visitatore, rendendolo testimone e partecipe di un dialogo che si nutre dello scambio di energie tra i danzatori e le opere. Shen Wei intende in questo modo svelare una diversa cornice in cui i visitatori possano considerare le opere d’arte contemporanea da un punto di vista nuovo e personale. Il 20 ottobre la Collezione Maramotti ospita inoltre un incontro tra l’artista e la giornalista Leonetta Bentivoglio.

Per maggiori informazioni:
Visita il sito dedicato all’evento
Visita la pagina dell’evento sul sito de I Teatri

Alessandro Pessoli | Fiamma pilota le ombre seguono
30 ottobre 2011 – 29 gennaio 2012

Tre grandi tele di Alessandro Pessoli, miscellanea di composizioni e temi classici della pittura, vedono come punto di partenza il complesso soggetto della Crocifissione, matrice, “fiamma pilota” per le nuove opere prodotte per questa mostra. Tenendo questo registro di fondo, Pessoli reinventa-ricalibra le forme e l’intensità emotiva delle figure, attribuendo loro una leggerezza di fondo, un equilibrio fra dramma e giocosità della pittura.
La pittura di Pessoli si aggrega attraverso un processo di costruzione-decostruzione linguistica, simbolica e fisica, in cui spesso le parti cancellate, coperte, sopravvissute costituiscono la struttura portante del dipinto, alla ricerca di una verità interiore, che si palesa nella vitalità dell’immagine e della pittura a cui l’artista continuamente tende nel suo lavoro.

Andrea Büttner | The Poverty of Riches
13 novembre 2011 – 29 aprile 2012

Dopo l’esposizione londinese, la Collezione Maramotti presenta il nuovo progetto di Andrea Büttner, vincitrice della terza edizione del premio Max Mara Art Prize for Women in collaborazione con la Whitechapel Gallery di Londra. Durante il periodo di residenza in Italia Büttner ha vissuto per qualche tempo insieme ad alcune comunità religiose, si è accostata agli affreschi di Giotto e ad alcune opere appartenenti alla Collezione Maramotti: Alberto Burri, Enrico Castellani e Piero Manzoni.
Le opere prodotte per la mostra sottolineano i focus della ricerca artistica di Büttner, tesa a esplorare gli intrecci tra religione e arte e le affinità tra comunità religiose e mondo dell’arte. L’artista è interessata al concetto di povertà dal punto di vista sia estetico sia spirituale; non solo ai movimenti monastici, ma anche ai movimenti artistici, in particolare all’Arte Povera.

Per maggiori informazioni sui progetti visita la sezione work in progress del nostro sito.

Info
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66
42124 Reggio Emilia
tel. 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
www.collezionemaramotti.org

Arte essenziale

Karla Black, Gianni Caravaggio, Alice Cattaneo, Thea Djordjadze, Jason Dodge, Francesco Gennari, Ian Kiaer, Helen Mirra

7 maggio – 25 settembre 2011

Arte essenziale presenta opere di artisti – quasi tutti coetanei – che nel panorama dell’arte contemporanea degli ultimi dieci anni, pur non dando vita alla costituzione di un gruppo, hanno mostrato una sensibilità comune verso la genesi del gesto artistico con una modalità radicale ed essenziale al di là delle differenze formali, di impiego di materiali e di pratiche processuali. Il contributo teorico di Federico Ferrari – nel libro che accompagna la mostra – rifugge in tal senso dalla descrizione e dall’individuazione di uno stile per abbracciare quella di un sentire comune, il segno di un’epoca che alla fine della postmodernità pone la questione di un nuovo inizio.

Green White Red
A Perfume of Italy into the Collection of Frac Aquitaine

7 maggio – 31 luglio 2011

Per celebrare il centocinquantenario dell’unità d’Italia, la Collezione Maramotti ha invitato Frac Aquitaine a esporre parte del loro importante patrimonio fotografico in una esposizione concepita come un articolato percorso all’interno della storia della fotografia europea e americana, dalla fine delle avanguardie degli anni Trenta ai giorni nostri. Ispirandosi ai tre colori della bandiera italiana – verde, bianco e rosso – la mostra sviluppa evocativamente in tre capitoli una più ampia storia dell’umanità.

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Fotografia europea a Reggio Emilia

DAL 6 MAGGIO AL 12 GIUGNO 2011 A REGGIO EMILIA SESTA EDIZIONE DI FOTOGRAFIA EUROPEA IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DELL’UNITÀ D’ITALIA DEDICATA A “VERDE, BIANCO, ROSSO. UNA FOTOGRAFIA DELL’ITALIA” Inaugurazione ai Chiostri di San Pietro venerdì 6 maggio ore 18.00 300 mostre e più di 60 eventi in programma Mostre di grandi fotografi italiani come Mario Dondero, Davide Mosconi, Paolo Roversi, ecc. La mostra bianco papa documenta il mutare dell’iconografia papale dalla presa di Porta Pia fino ai nostri giorni. Conferenze di Enzo Bianchi, Luisa Muraro, Carlo Galli, Roberto Esposito, Alberto Melloni, Gian Antonio Stella, Marco Belpoliti, Andrea Riccardi. Serate con l’Aterballetto e l’Orchestra popolare italiana con Ambrogio Sparagna, Peppe Servillo e Angela Baraldi. Dj set di Andy Butler e di Nicola Conte

Dopo il limite, la condizione urbana contemporanea, il corpo, il tempo, lo sguardo, Fotografia Europea dedica, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la sua sesta edizione, che si svolge dal 6 maggio al 12 giugno a Reggio Emilia, a Verde, bianco, rosso. Una fotografia dell’Italia (Informazioni al numero 0522 456249 – 451152 http://www.fotografia europea.it). LE GIORNATE INAUGURALI Secondo la formula consueta, l’apertura delle mostre istituzionali, che proseguono fino a domenica 12 giugno, è accompagnata da tre giornate inaugurali, da venerdì 6 a domenica 8 maggio, che vedono alternarsi incontri, conferenze, spettacoli, rassegne cinematografiche, dj set, proiezioni, laboratori. Confermando un approccio multidisciplinare, Fotografia Europea ospita artisti e protagonisti del mondo dell’arte e della cultura, invitati a confrontarsi sul tema proposto, con i curatori e i fotografi coinvolti per animare un programma che coniuga diverse forme della creatività e del pensiero: dalla fotografia all’arte, dalla letteratura alla filosofia, dalla musica al teatro, dalla sociologia alla politica. Sabato 7 e domenica 8 maggio al Cinema Rosebud e al Cinema AlCorso è in programma la rassegna Fotografia italiana, una produzione di Giart – Visioni d’arte con il patrocinio della Cineteca di Bologna e la collaborazione con Contrasto, che comprende 8 film documentari dedicati ai fotografi italiani tra i più noti a livello internazionale: Massimo Vitali, Maurizio Galimberti, Piergiorgio Branzi, Mimmo Jodice, Franco Fontana, Gianni Berengo Gardin, Gabriele Basilico, Ferdinando Scianna. Saranno presenti gli artisti Massimo Vitali, Piergiorgio Branzi e Gabriele Basilico che dialogheranno con lo storico dell’arte Claudio Marra. Arricchiscono il programma ai Chiostri di San Pietro Echi di Patria, brevi oggetti sonori concentrati di volta in volta su momenti diversi e salienti della storia del paese, realizzati per i 150 anni dell’Unità d’Italia dagli studenti dell’accademia Laba di Brescia, per la cura di Dario Bellini. Cronaca, politica, storia, costume, cultura, i documentari sonori della durata di pochi minuti sono costruiti con materiali e documenti raccolti attraverso internet usando la rete e le fonti di youtube come un archivio storico. Il programma delle tre giornate comprende inoltre la seconda edizione della mostra mercato del libro fotografico curata da Silvana Turzio, una serie di seminari e workshop sui temi della fotografia, del video e della grafica, letture portfolio, e una giornata, a cura della Fototeca della Biblioteca Panizzi, con Anne Cartier Bresson (8 giugno) che affronta il tema della matrice fotografica e dei passaggi tecnici e interpretativi per la realizzazione del positivo.

LE ESPOSIZIONI BIANCO PAPA

All’interno della sesta edizione di Fotografia Europea i Chiostri di San Pietro ospitano la mostra bianco papa che documenta il mutare dell’iconografia papale dalla presa di Porta Pia fino ai nostri giorni. L’iniziativa, che si tiene nell’ambito dell’evento Cristiani d’Italia, 1861- 2011 (direzione scientifica di Alberto Melloni), sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è curata da Alberto Melloni, Federico Ruozzi e Fabio Nardelli, ed è realizzata dalla Fondazione per le scienze religiose di Bologna e dall’Istituto della Enciclopedia Italiana in collaborazione con Alinari, Ansa, Cinecittà Luce, Fondazione Corriere della Sera, Fondo Rodrigo Pais, Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi, Getty Images, La Grande Storia, Rai Teche, Raitre. L’esposizione prende avvio con la sezione Bianco Padre, che proporrà, nel cortile interno dei Chiostri, cento foto del repertorio Treccani sui pontefici, in una sorta di cronologia che accompagnerà il visitatore nei momenti più significativi che hanno segnato la storia del papato. Le sale affrescate dello storico chiostro reggiano faranno da scenografia alla sezione Papa Giovanni e Hank Walker. Contrappunto per foto di Life e manoscritti Roncalli dove s’incontreranno gli scatti di Hank Walker (1921-1996), uno dei fotografi più importanti di «Life magazine» che, nel 1962, nei giorni dell’apertura del concilio Vaticano II, è in Italia e immortala papa Giovanni XXIII. Assieme agli ingrandimenti dei manoscritti del “papa buono” viene qui esposta l’intera sequenza dal sapore cinematografico che rappresenta una straordinaria interpretazione della figura di Roncalli. Completano bianco papa alcune proiezioni di spezzoni audiovisivi conservati negli archivi delle Teche Rai e dell’Istituto Luce relativi al pontefice e, in collaborazione con Raitre, vengono riproposti cinque documentari realizzati da La Grande storia in prima serata su Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, fornendo così la cornice storica al percorso visivo proposto. Particolarmente suggestiva è l’installazione, allestita nelle giornate inaugurali , 6-8 maggio, al Teatro Cavallerizza,(viale Allegri 8,  e in seguito (dal 10 maggio al 12 giugno) all’Università degli studi di Modena e Reggio (viale Allegri 9), tredicimaggiottantuno: una Fiat Campagnola del 1981, abbandonata per anni e ringiovanita per l’occasione – simile a quella su cui viaggiava Giovanni Paolo II, il giorno dell’attentato – fungerà da schermo alle immagini dell’atto terroristico a papa Wojtyla, associate alle radiocronache tratte dai telegiornali e dai radiogiornali dell’epoca. La proiezione si conclude con i fotogrammi dell’attentato al vicepresidente CSM e dell’assassinio di Vittorio Bachelet, ricordato proprio da papa Wojtyla al risveglio dall’anestesia.

SGUARDO ITALIANO

Mario Dondero, Paolo Roversi, Davide Mosconi, Paola Di Bello sono i quattro autori scelti da Elio Grazioli come rappresentanti della fotografia italiana, che coprono i diversi ambiti in cui eccelle: reportage, moda, arte, sperimentazione. I Chiostri di San Pietro ospitano le personali di maestri della fotografia italiana contemporanea: Paolo Roversi e Davide Mosconi. Paolo Roversi (Ravenna, 1947) è uno dei più significativi fotografi di moda contemporanei. Nei suoi scatti appare evidente che la moda non è solo spettacolo, passerella, vetrina, glamour, consumo, ma una questione estetica e il segno dei tempi. Famose sono le sue opere realizzate negli anni ’80 per le campagne di Romeo Gigli, Comme des Garçons e Yohji Yamamoto, in cui appare evidente uno stile estremamente personale che ha influenzato molti fotografi di moda attuali. Il tipo di femminilità prediletto, la particolare luce – definita dai commentatori come propriamente “italiana” – e lo sfocato hanno reso famose le immagini di Roversi che sublimano il corpo verso l’evanescenza e la spiritualità, tanto che le sue modelle sono state chiamate “angeli del desiderio”. Caratteristica delle sue foto è la particolare bellezza delle sue modelle e la dolcezza del fotografo nei confronti del femminile, un esemplare rispetto per la bellezza come riscatto dalla piattezza del mondo. Davide Mosconi (Milano, 1941-2002), artista, fotografo e compositore italiano tra i più enigmatici e poetici. Lavorando sui concetti di ‘contemporaneità’ e ‘casualità’, ha realizzato numerose serie di trittici che uniscono foto trovate a foto originali, nonché foto di materiali e luoghi sfuggenti alla presa della fotografia, come la polvere, il cielo stellato, l’aria stessa. Così la serie Disegnare l’aria è composta di immagini di oggetti lanciati in aria e fotografati mentre disegnano strane composizioni sullo sfondo del cielo. Prima di morire ha realizzato una serie d’autoritratti con il volto bucato, in realtà il foglio stesso rifotografato. La sua sperimentazione è tipica dell’uso della fotografia in ambito artistico dagli anni Settanta alla fine del secolo scorso, con in più quel tocco poetico di sorpresa per la nascita delle forme sotto il segno della casualità. Palazzo Casotti apre le proprie sale alla personale di Mario Dondero (Milano, 1928). Curata da Elio Grazioli, la mostra propone le opere di una tra le più originali figure del fotogiornalismo contemporaneo, conosciuto in tutta Europa per i suoi reportage che hanno fatto la storia della fotografia d’inchiesta. Da sempre legato a gruppi di intellettuali a Milano, dove frequentava il Bar Jamaica, a Parigi, dove si trasferisce nel 1954, e infine a Roma, dove negli anni Sessanta frequentava personaggi come Pasolini, Moravia o Dacia Maraini, ha collaborato con giornali come L’Avanti!, L’Unità, Milano Sera, Cinema Nuovo, L’Espresso, Le Monde, Le Nouvel Observateur, Le Figaro, La Repubblica, Il Manifesto, Diario, Le Ore. Negli anni Settanta viaggia molto, realizzando reportage sociali e di impegno civile e politico. Durante la sua lunga carriera, Dondero si è occupato di medicina umanitaria in ospedali cubani e africani con Médecins Sans Frontières, e all’ospedale di Emergency a Palermo. Ha trascorso un mese in Afghanistan, soprattutto a Kabul, ma ha attraversato anche altre regioni, come il Panshir, dove ha visitato ospedali di Emergency, scuole e prigioni. Lo Spazio Gerra ospita, sempre per la cura di Elio Grazioli, la serie Rear Window di Paola Di Bello, che consiste in fotografie di paesaggi urbani ripresi dalle finestre di abitazioni di cittadini dove si sovrappongono nella stessa immagine il giorno e la notte. Un lavoro che indaga il paesaggio urbano non da un punto di vista monumentale, ma da quello interno, privato, partecipato, di chi lo abita. La ricerca di Paola Di Bello, lontana dal reportage, tende, a partire da elementi marginali e da dettagli solitamente trascurati, a scardinare la visione abituale delle cose e ribaltare con nuovi punti di vista e formati di lettura i preconcetti visivi e culturali e il rapporto con la realtà che ci circonda. Nel suo lavoro la forma assume un’importanza particolare: l’artista utilizza i caratteri specifici del medium fotografico rimettendoli ogni volta in discussione. Per l’occasione Paola Di Bello ha realizzato nuovi lavori dalle finestre di alcune abitazioni di Reggio Emilia.

STANLEY KUBRICK A PALAZZO MAGNANI

Anche Palazzo Magnani è una delle tappe di Fotografia Europea 2011 con la mostra Stanley Kubrick 1945-50. Cinque anni da grande fotografo in programma dal 7 maggio al 24 luglio 2011. L’esposizione, curata da Rainer Crone, realizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani e da Giunti Arte Mostre Musei, in collaborazione con la Library of Congress di Washington e il Museum of the City of New York, presenta un aspetto finora poco conosciuto della carriera del regista americano, rivelando il suo modo di fare fotografia, una delle passioni che Kubrick sviluppò nell’arco di 5 anni dal 1945 al 1950, collaborando in veste di reporter con la famosissima rivista americana Look. Le immagini testimoniano la sua eccezionale capacità di documentare la vita d’America dell’immediato dopoguerra, attraverso le storie di celebri personaggi come Rocky Graziano o Montgomery Clift, le inquadrature fulminanti e ironiche nella New York che si apprestava a diventare la nuova capitale mondiale, o ancora la vita quotidiana dei musicisti dixieland. Nascono così le prime fotografie di Stanley Kubrick, realizzate nell’America dell’immediato dopoguerra, che sorprendono poiché non si limitano alla rappresentazione di un’epoca, come ci si potrebbe aspettare da un fotoreporter. Le sue istantanee infatti, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, non possono essere considerate come archivi visivi della gioia di vivere, catturata dallo spirito attento e pieno di humor di un giovane uomo, ma costituiscono un consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà: una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e continua nei film. Tra le fotografie presenti nella mostra compaiono una serie di scatti, come quelli dedicati al pugile Rocky Graziano, che testimoniano come il legame tra l’Italia e l’America abbia ispirato da sempre immagini e filmografie di grande intensità. Kubrick in queste immagini del pugile italo-americano, dal taglio e dalle atmosfere di sapore già cinematografico, mostra tutta l’intensità dell’italianità migrata oltreoceano che, proprio con queste fotografie, sarà punto di riferimento per un film come “Toro scatenato” di Martin Scorsese.

VIAGGIO IN ITALIA

Fotografia Europea secondo la formula ormai consolidata accanto alle mostre personali propone alcune produzioni di artisti europei o italiani sul tema chiave della rassegna. Una novità per l’Italia è costituita dalla mostra ai Chiostri di San Pietro, organizzata in collaborazione con BCLA-Délégation Culturelle/Alliance Française di Bologna e a cura di Togo Visual Action, dal titolo Grand Tour. La continuité d’un regard di François Halard, uno dei più contesi e rinomati fotografi di architetture del nostro tempo, con collaborazioni di lungo periodo con Fabien Baron, Alex Lieberman, Giorgio Armani, Burberry, Ralph Lauren e YvesSaint-Laurent. Il racconto fotografico di Halard, realizzato in Italia attraverso diversi viaggi e nel corso di molti anni, è ricerca intima e personale e insieme reminescenza di un codice dello spazio carico di senso di appartenenza e di memoria sociale, che per secoli ha custodito nel nostro Paese i tratti di una identità collettiva e di un’unità culturale prima che politica. Gran Tour sceglie le antichità classiche accatastate, nei depositi di Cinecittà, entra nelle ville romane e siciliane, Medici e Palagonia e in quelle palladiane. Poi visita le case e gli studi di artisti come Casa Malaparte a Capri, l’appartamento di Carlo Mollino a Torino, lo studio di Cy Twombly a Gaeta e lo studio di Luigi Ghirri a Roncocesi che chiude simbolicamente il viaggio di Halard, per divenire il luogo, forse più di ogni altro, in cui la fotografia italiana ritrova le fila di quel codice dello spazio di cui Gran Tour, in una sperimentazione continua, è pura e personale reminiscenza. I Chiostri di San Pietro ospitano la ricerca dell’artista coreana Hyun-Jin Kwak Girls In Uniform, un progetto nato nel 2003 e sviluppato tra la Svezia, il Sud Corea e l’Italia. Dopo la menzione speciale ottenuta per The Core of Industry, il premio internazionale svoltosi nell’ambito di Fotografia Europea 2008, Hyun-Jin Kwak ha soggiornato per più di un mese a Reggio Emilia, allestendo veri e propri set fotografici all’interno di alcuni dei luoghi tra i più suggestivi della città, tra i quali il Teatro Valli, i Chiostri della Ghiara, i Musei Civici, l’Arena Estiva Stalloni, l’ex Opg e il Mercato Coperto per realizzare una ricerca incentrata sul mito dell’adolescenza e sull’apparenza. La Giovine Italia… è il titolo della collettiva curata da Gigliola Foschi. In mostra fotografie, video, installazioni, disegni di Emma Ciceri, Alessandro Cimmino, Donatella Di Cicco, Alice Guareschi, Paolo Inverni, Valentina Loi, Marcello Mariana, Margherita Morgantin, Claudia Pozzoli, Antonio Rovaldi, Mirko Smerdel, giovani autori che con i loro lavori presentano un’Italia inaspettata, lontana da rappresentazioni retoriche o scontate: una nuova Italia intima e autenticamente sentita, che riesce a staccarsi dalle opacità, dalle pesantezze dei vissuti quotidiani, per dischiudere, in modo al tempo stesso intenso e lieve, inattesi orizzonti di senso per il nostro Paese; accomunati dall’obbiettivo di interrogare un’Italia ormai non più “giovine”, cercando aperture interstiziali, spazi impensati, piccole storie che nessuno sembra voler ascoltare. Anche quest’anno, con due mostre nei Chiostri di San Domenico, Fotografia Europea si propone di mettere a fuoco, con quella capacità propria della fotografia di documentare e interpretare in maniera originale fenomeni umani, storici e sociali della contemporaneità, l’essenza dell’attuale realtà industriale italiana ed europea con particolare riguardo per il contesto ambientale, l’elemento umano e le implicazioni sociali dei mutamenti industriali in atto. La prima esposizione presenta l’antologica dei quattro giovani fotografi – la francese Olivia Gay, il britannico Justin Jin, l’italiano Alessandro Sambini e l’olandese Niels Stomps – vincitori del concorso internazionale La fotografia s’industria. GD4PhotoArt, una selezione biennale a inviti rivolta a giovani fotografi europei, promossa da G.D e Fondazione Isabella Seràgnoli, sul tema “Industria, Società e Territorio”. Quattro maestri Franco Fontana, Michael Kenna, Ferdinando Scianna e Stanislao Farri sono i protagonisti della seconda mostra, curata da Sandro Parmiggiani, Terre a fuoco, un racconto emozionante del mondo della produzione ceramica catturato dallo sguardo indagatore di quattro grandi fotografi di fama internazionale. La mostra nasce dalla committenza di Casalgrande Padana, colosso industriale profondamente radicato nel territorio tra Reggio Emilia e Modena, che ha commissionato le ricerche fotografiche e il volume omonimo in occasione della celebrazione del 50° anno di attività. I Chiostri di San Pietro ospitano anche la mostra I libri d’artista di Amandine Nabarra- Piomelli, a cura di Silvana Turzio, dedicata alla ricerca dell’artista francese i cui lavori nascono da un progetto complesso che coinvolge sia la tattilità, con l’uso di carte rare, come quelle giapponesi preparate a mano, che lo sguardo che genera il lavoro fotografico. Tutto il programma dettagliato delle mostre e degli incontri su http://www.fotografiaeuropea.it

Collezione Maramotti

La Collezione Maramotti di Reggio Emilia presenta una mostra di dipinti e sculture di Thomas Scheibitz, uno dei più significativi artisti tedeschi contemporanei (nel 2005 ha rappresentato la Germania alla Biennale di Venezia).
Nella complessa struttura compositiva delle opere di Scheibitz, i variati elementi iconici e tettonici costituiscono o alludono a trasposizioni astratte, para-geometriche, di figure e segni tratti dal deposito collettivo di immagini che la cultura visuale storica e i diversi media, dalla pubblicità al cinema, mettono oggi a disposizione. Nel processo di costruzione pittorica messo in atto dall’artista, questi elementi sono sempre caratterizzati da un’accentuata inscrizione prospettica, che si è mantenuta costante nell’evolversi del suo linguaggio.
Un analogo procedere si manifesta nelle sue sculture: l’artista traspone ermeticamente in articolazioni plastiche astratte le figure che ha raccolto nell’esplorazione sistematica dell’immaginario visuale collettivo, evolvendo la citazione in invenzione. Per questo egli fa regolarmente coesistere nelle sue esposizioni opere su tela e strutture tridimensionali.
Il progetto concepito da Scheibitz per la Collezione Maramotti è costituito da tre grandi tele e da una scultura, dove né la scultura è un’estensione tridimensionale dell’iconografia del quadro, né i dipinti ripetono bidimensionalmente la tipologia d’immagini della scultura. Mentre quest’ultima appare come la possibile versione monumentale di un geroglifico estrapolato da un linguaggio sconosciuto, le tre opere su tela mettono piuttosto in atto una rappresentazione astratta che evoca e mitifica la scena e gli elementi plastici del teatro suprematista e del Bauhaus.

Accompagna la mostra un libro d’artista, con un regesto di immagini e disegni selezionati dall’artista dal proprio archivio iconografico che costituisce la base del suo lavoro. Il volume è strutturato in capitoli, ognuno dei quali rimanda a una delle opere presentate nella mostra, mettendone in luce la modalità processuale e di ideazione. Il libro, edito da Gli Ori, contiene inoltre un testo critico di Mario Diacono, in italiano e in inglese.

Orari
La mostra, ad ingresso libero, è visitabile dal 6 febbraio al 10 aprile 2011 negli orari di apertura della collezione permanente.
Giovedì e venerdì 14,30 – 18,30
Sabato e domenica: 10,30 – 18,30

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