Affari e politica

L’articolo precedente conteneva l’elogio della virtù in un testo filosofico che ormai non si studia più in nessuna scuola, visto che ormai i licei si orientano anche loro esclusivamente sulla tecnologia.

Quanto sia ormai fuori moda questo approccio lo dimostra un interessante articolo che analizza nel dettaglio l’andamento degli affari di quanti hanno sostenuto l’ascesa politica di Matteo Renzi.

“È questo il risultato dell’analisi che Nicolò Cavalli su pagina99 ha condotto sulla base dell’elenco dei sostenitori della Fondazione Open. Le liste sono parziali (in ottemperanza alla normativa sulla privacy vengono pubblicati solo i nomi dei finanziatori che ne danno esplicita autorizzazione, e che contano per il 70%, cioè 1,3 degli 1,9 milioni di euro raccolti) ma permettono di osservare la rete che ha sostenuto negli ultimi quattro anni l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi. Tra i 103 nomi che figurano nella lista della Fondazione sono 57 le imprese (o gli imprenditori), e 8 quelle quotate tra Londra, Milano o New York”.
La tanto decantata abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha quindi  provocato la sparizione dei medesimi e la loro sostituzione con dei comitati d’affari, la cui preoccupazione fondamentale non è certo quella del bene comune dei cittadini.

Il contratto sociale

Dopo le elezioni si fanno tante chiacchiere, ma ci si dimentica che il tema di fondo era già stato affrontato nel 1762 dal ginevrino J.J.Rousseau nel “Contratto sociale”:

Il contratto in Rousseau è il momento in cui gli individui giungono consapevolmente e liberamente a costruire la società attraverso un patto di associazione e non di sottomissione perché ogni individuo nel cedere alla comunità la propria sovranità diviene automaticamente sovrano di sé stesso.
L’atto costitutivo della comunità avviene sul piano di una assoluta uguaglianza: così non esiste nessun rapporto di dipendenza fra gli individui, ma soltanto un legame di ciascuno con la realtà politico-associativa, cioè un legame con se stessi.

Questo provoca uno “sdoppiamento” del Cittadino: esso è al contempo Sovrano, (1) poiché la Sovranità appartiene al popolo (come recita la nostra Costituzione)  di cui fa parte, e Soggetto, nel momento in cui egli decide di sottostare alle Leggi che egli stesso ha contribuito a formare.
Questo sdoppiamento viene spiegato da Rousseau con il termine francese sujet (soggetto), che può essere inteso sia nella sua accezione attiva (soggetto che fa le Leggi) che nella sua accezione passiva (soggetto alle Leggi). Le due accezioni sono in un rapporto circolare, poiché è il fatto di essere sottoposti alle leggi che conferisce i diritti politici.

Nota 1: col termine “sovrano” si intende colui che riesce “nel far guidare la forza comune dalla volontà generale”(J.J.CHEVALLIER, Storia del pensiero politico, vol. II , Il Mulino, Bologna 1989, p. 463.). Questi è, quindi, il depositario del principio di sovranità che possiede due diversi attributi: inalienabilità ed indivisibilità.
La sovranità non può essere alienata poiché essa è in stretta relazione con un’altra realtà, per sua natura inalienabile: la volontà generale. Il sovrano può essere rappresentato solamente da se stesso poiché è un essere collettivo.

Quello che è successo, dalla promulgazione della costituzione dal 1948 ad oggi, è la progressiva cessione della sovranità ai partiti prima e ad entità sovranazionali (attraverso i trattati) poi, fino ad arrivare a profonde modifiche della costituzione che ci hanno portato ben lontano dalla democrazia (Rousseau non giustificava neppure la volontà della maggioranza) verso una forma di governo sicuramente oligarchica e non eletta dal popolo.

L’astensione al voto di domenica può essere interpretata come una presa d’atto di tale realtà, che però non la modifica minimamente né la sollecita verso un ritorno alla formulazione originaria.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Contratto_sociale_%28saggio%29

http://cronologia.leonardo.it/mondo40u.htm

Rodotà e il reddito di cittadinanza

«In Europa – sostiene Stefano Rodotà, uno dei giuristi italiani che hanno partecipato alla scrittura della Carta di Nizza e autore de “Il diritto di avere diritti” – siamo di fronte ad un mutamento strutturale che spinge qualcuno ad adoperarsi per azzerare completamente i diritti sociali, espellere progressivamente i cittadini dalla cittadinanza e far ritornare il lavoro addirittura a prima di Locke. Per accedere ai beni fondamentali della vita come l’istruzione o la salute, dobbiamo passare per il mercato e acquistare servizi o prestazioni. Il reddito universale di cittadinanza è il tentativo di reagire al ritorno a questa idea di cittadinanza censitaria».

Il reddito di cittadinanza, dunque, non il «salario minimo sociale e legale» chiesto dal presidente uscente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker. Come spiega questa dichiarazione?
Juncker ha mostrato più volte un’attenzione rispetto ad una fase nella quale debbono essere ripensati una serie di strumenti anche partendo da una riflessione più profonda sulla dimensione dei diritti. A parte la sua citazione di Marx, credo che la sua dichiarazione dovrebbe essere valutata alla luce dell’articolo 34 della Carta dei diritti fondamentali. In una delle sue carte fondative l’Ue si impegna a riconoscere il diritto all’assistenza sociale e abitativa e a garantire un’esistenza dignitosa ai cittadini. C’è un’assonanza molto forte con uno dei più belli articoli della nostra Costituzione, il 36. Considerati insieme, questi articoli offrono una chiave per considerare il reddito fuori dalla prospettiva riduzionistica con la quale di solito viene considerata. Diversamente dall’approccio del salario minimo, il reddito non può essere considerato solo come uno strumento di lotta contro la marginalità. In Europa non c’è solo la povertà crescente. Io credo che oggi la lotta all’esclusione sociale passi attraverso l’adozione del reddito di cittadinanza.

Cosa ne pensa del “reddito di sopravvivenza” proposto da Monti nella sua Agenda?
Monti si ispira all’idea riduzionista del welfare. La sua società è quella del capitalismo compassionevole di George Bush dove la vita degli esclusi è pari al grado zero dell’esistenza, un’esistenza che non è quella libera e dignitosa, è pura e semplice nuda vita. È l’idea che lo Stato deve cercare di non far morire i poveri. È una prospettiva inaccettabile. Se poi questo reddito di sopravvivenza è considerato non come la guida da seguire, ma come un passo per andare oltre verso il reddito di cittadinanza, non nel modo riduttivo in cui se ne sta parlando in questi giorni come il salario minimo, possiamo aprire una discussione qualitativamente importante nella cultura politica. Una discussione obbligata dati i tratti che ha la nostra Costituzione e la prospettiva indicata dalla Carta dei diritti. Esistenza e sopravvivenza sono però agli antipodi. Certo, dobbiamo considerare anche la sopravvivenza, ma quello cui noi dobbiamo guardare è l’esistenza libera e dignitosa.

Riesce ancora a mantenere una fiducia ammirevole nelle istituzioni europee e a non considerarle solo come l’emanazione diretta della Bce o della volontà tedesca di imporre politiche anti-inflattive e di rigore nei bilanci pubblici. Come mai?
Ma perché l’Europa non è a geometria variabile. Non può essere ridotta solo alle politiche economiche che assorbono tutte le altre dimensioni. Non è possibile ricordarsi degli aspetti virtuosi dell’Europa solo quando interviene per sanzionare i licenziamenti di Pomigliano oppure la legge italiana sul testamento biologico e dimenticarli quando impone di considerare l’economia come il Vangelo, con questa idea di mercato naturalizzato. L’Europa è un campo di battaglia. Io stesso ricordo la fatica di introdurre nella Carta di Nizza i principi di solidarietà e uguaglianza che prima mancavano.

Susanna Camusso (Cgil) sembra avere tutt’altra idea sulla proposta di Juncker e ha escluso il «salario minimo» perché danneggerebbe la contrattazione nazionale. Come lo spiega?Capisco la sua volontà di salvaguardare la dimensione contrattuale, ma la trasformazione strutturale che viviamo ci obbliga ad andare oltre questo orizzonte. Il tema capitale e ineludibile è il reddito universale di cittadinanza. Martedì 15 a Roma presentiamo il libro Reddito minimo garantito del Basic Income Network dove discuteremo anche le proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, persone tutt’altro che ascrivibili ad un’orizzonte estremista. Il reddito è uno strumento fondamentale per razionalizzare un sistema altamente disfunzionale e sgangherato come quello italiano sulle protezioni sociali. Nei primi giorni di governo l’aveva citato anche Elsa Fornero, poi ha abbandonato questa prospettiva.

Di solito la sinistra e i sindacati considerano il reddito come un ammortizzatore sociale. Lei ritiene che sia un approccio corretto?
Assolutamente no. Oggi non è più possibile considerarlo come uno tra i tanti ammortizzatori sociali perché dobbiamo cominciare a lavorare sulla distribuzione delle risorse. L’idea degli ammortizzatori sociali riflette un modo di guardare al precariato come un problema sostanzialmente transitorio che l’intervento dei governanti farà rientrare in una situazione di normalità. Oggi non è più così e il reddito è una precondizione della cittadinanza, uno strumento per affermare la pienezza della vita di una persona. Riguarda anche i lavoratori che si trovano in difficoltà, ma è un diritto di tutti i cittadini. Questa è la prospettiva. Dopo di che, lo dico sinceramente, questo è un processo. Come per tutti gli istituti che hanno innervato, attraverso il diritto del lavoro, il modo in cui la società si organizza, ci possono essere tappe diverse, momenti di avvicinamento progressivo.

Quali sono le prime tappe di questo processo?
Ripristinare l’agibilità democratica nelle fabbriche; difendere il diritto del lavoro dalla privatizzazione strisciante che non è una fissazione della Fiom o di Maurizio Landini; una nuova legge sulla rappresentanza sindacale ma soprattutto ripristinare il diritto all’esistenza che passa attraverso il reddito di cittadinanza. È una questione di cui non possiamo liberarci né con un’alzata di spalle come ha fatto Carlo Dell’Aringa, ma anche dicendo che il contratto funziona bene, il sindacato fa la sua parte, mentre invece nella società c’è più di qualcosa che non funziona. Dobbiamo pensare a una trasformazione radicale, proprio come accadde con lo Statuto dei lavoratori. Perché non dovrebbe accadere oggi?

Perchè forse allora c’era l’autunno caldo, la migliore cultura giuslavoristica con Giugni, Romagnoli, Mancini sostenne l’avanzata del movimento operaio. Oggi non è così…
C’è una certa sordità del sindacato perché ritiene che gli strumenti acquisiti siano sufficienti per fronteggiare qualsiasi situazione. Ricordo che Romagnoli gli ha rivolto critiche molto severe quando abbiamo elaborato e firmato il referendum contro le modifiche all’articolo 18 e contro l’articolo 8. In generale trovo spaventoso constatare i guasti della progressiva emarginazione del dialogo con la cultura politica. E questo non accade solo nel mondo del lavoro.

Tutti sperano che il 2013 sia l’anno del ritorno alla crescita dell’Europa. E’ più un auspicio, che la realtà. Mi sembra di capire che per lei la precondizione fondamentale anche per la crescita economica sia una trasformazione radicale del modello sociale vigente. Che tipo di modello sociale è quello fondato sul reddito di cittadinanza?
Non può non essere fondato sulla tutela e la garanzia dei diritti sociali che oggi vengono espulsi attraverso la naturalizzazione del mercato. Questo deve essere un punto di riferimento necessario per un nuovo modello sociale. Non voglio semplificare eccessivamente, ma se guardiamo oggi a quello che accade nel mondo è certo che esiste la prepotenza e la violenza della logica mercantile. Ma esiste anche tutta una serie di azioni politiche che cercano di ridurre il danno. Quello che è avvenuto negli Stati Uniti con gli interventi contro la disoccupazione o la riforma della Sanità di Obama, da molti considerata come un pannicello caldo, è invece una vera rivoluzione per gli Usa. Mi ricordo Hillary Clinton quando espose al Congresso la sua riforma sanitaria che fu spazzata via dalla potenza delle società di assicurazioni. Questo significa che la dimensione dei diritti sociali e il riferimento a principi fondativi è quello che noi dobbiamo avere presente.

Roberto Ciccarelli
(versione completa dell’intervista apparsa su “Il Manifesto” 12 gennaio 2013)

Leggi anche: Perché la politica italiana non capisce il reddito minimo garantito? di Giuseppe Allegri

Leggi: Salario o reddito? Il minimo che manca in Agenda di Roberto Ciccarelli

Leggi: “Il reddito di cittadinanza è un diritto universale” su Micromega

fonte: La Furia dei Cervelli

Che falliscano i banchieri!

scacchi
il nero muove e dà scacco quando vuole

Andiamo oltre l’attuale sistema economico finanziario: che falliscano i banchieri

Puntellare costantemente e inutilmente questo sistema è veramente da folli: si drenano solo altre risorse per sostenerlo fittiziamente ma è già comunque fallito! Quello che ulteriormente sottolineo e ritengo ancora più tragico è che tutti gli addetti ai lavori lo sanno perfettamente, lo percepiscono quotidianamente. E’ un fallimento inarrestabile il cui default si allontana solo nel tempo: siamo ad un punto di non ritorno. Bisognerebbe che ciò, per il bene di tutti, venga presto dichiarato e ci si dia da fare con percorsi nuovi. Credo però che se non ci muoviamo decisamente noi cittadini non lo faranno mai coloro che gestiscono questo modello, non sanno proprio cosa fare!

Certamente sarà traumatico, ma non starei ad ascoltare i tromboni attuali, figli di questo sistema, che spaventano con le loro dichiarazioni. Ci dicono ad esempio che se falliscono le banche sarà una tragedia: ma per chi? Dipende infatti da chi si vuole salvare e dunque dalle scelte politiche del momento. Oggi le decisioni sono in mano alla finanza, bisogna che non sia lei a decidere ma la politica. Ma anche i politici direte sono in mano alla finanza? Allora, giustamente cambiamoli, mandiamo a casa in Italia questo governo e diamo ascolto a chi vuole invece salvare i cittadini: è possibile se si vuole! Si potrebbe infatti non
perdere i risparmi dei cittadini onesti, e non ovviamente quelli di coloro che li hanno usati, allettati da lauti guadagni, per il gioco della speculazione finanziaria mondiale, semplicemente se si utilizzasse solo una piccola parte delle risorse messe a disposizione dalla Banca Centrale Europea per salvare le Banche. Se solo una parte di queste infatti andasse invece agli Stati e da questi a coprire i risparmi dei correntisti delle banche fallite il problema sarebbe risolto. Ma solo una nuova classe Politica (con la P maiuscola) potrebbe avrebbe il coraggio di giudicare e condannare al fallimento i banchieri potenti di oggi.

Dobbiamo star certi comunque che i banchieri, nonostante siano da tempo falliti, non molleranno tanto facilmente il loro potere di influenza e per questo agiteranno come sempre lo spauracchio della speculazione attraverso il potere mediatico, che altrettanto detengono, facendo paura ai governi: “attenti, se non fate ciò che vi diciamo comincerà una speculazione forte sui vostri titoli sovrani!”. E’ un ricatto che usano da tempo, perché ancora noi stiamo dentro questa logica, ci richiudono nel pensiero unico: ci viene detto incessantemente e solamente che il problema è la speculazione, il debito, il pareggio di bilancio. Ma perché continuare a credere a coloro che, dopo aver creato tutto ciò oggi ci indicano pure le soluzioni? Perché diamo loro ancora così tanta credibilità?

Il fallimento è già evidente da tempo e le misure che si attuano, fatte passare per “salvastati”, non fanno altre che confermarlo. Come definire se non un ultimo colpo di coda di un sistema ormai morto e fallito iniziative come: a) il continuo drenaggio di risorse dei cittadini e dello Stato per coprire un debito che tutti sanno è impagabile, e che è solo funzionale alla speculazione finanziaria? b) i trattati europei che hanno completamente privato i singoli Stati della propria sovranità ed imposto alla Banca Centrale Europea che il denaro stampato non possa essere messo a disposizione degli Stati ma solo dato alle Banche, dunque alimentando anche qui la sola speculazione finanziaria? c) il Fiscal Compact che tra l’altro impone a coloro il cui debito è superiore al 60% del Pil di rientrare a breve in pochi anni, in misura chiaramente insostenibile anche dall’analisi del più stupido economista e di nuovo alimentando la vendita di beni pubblici alla speculazione finanziaria?

Non deprimiamoci però, siamo vivi, abbiamo una testa per pensare e mezzi che ci possono aprire gli occhi o per lo meno farci vedere che esiste “altro”. Certamente chi è vissuto costantemente pendendo dalle labbra di questo sistema avrà più difficoltà, ma possiamo cominciare a difenderci per attenuare il trauma di questo fallimento in corso. Cerchiamo prima di tutto di informarci e conoscere cose che non vengono diffuse dai media attuali, ovviamente ancora in mano al Potere deleterio attuale. Ci sono innumerevoli esperienze recuperabili in internet cerchiamole e vedrete che tante saranno anche vicino a voi. Sono centinaia di migliaia le persone che quotidianamente già vivono senza farsi influenzare dalle logiche che ci stanno conducendo alla rovina, sociale, relazionale e ambientale. Queste persone combattono anche contro la politica di sistema attuale, che prova a mettere bastoni fra le ruote anziché agevolare la collaborazione tra cittadini: ma se i cittadini sono determinati e si muovono non possono che avere risultati positivi.

Assecondiamo perciò chi ci propone progetti di sviluppo locale, mettiamo a disposizione di finanziarie e piccole banche locali i nostri risparmi, anziché farceli bruciare dai mega colossi bancari e finanziari già falliti! Recuperiamo concetti che sembravano dimenticati o superati, ma che sono invece il fondamento più alto di ogni società, ovvero la mutualità, la solidarietà, il rispetto per l’altro. il mutuo aiuto. In questo modo la crisi della finanza ci preoccuperà di meno e sosterremo un’economia più sana e strutturata per essere al servizio dei cittadini del territorio. Sembrerà fuori luogo parlare in questo modo in un sistema globalizzato, forse però si dimentica che ogni sistema globalizzato si regge su produzioni locali che si interscambiano beni e servizi prima localmente e poi a livello planetario visto lo sviluppo dei mezzi di trasporto. Ma la globalizzazione attuale è degenerata perché ha accentuato le monoculture pensando più alla vendita internazionale che all’autonomia territoriale e alla sovranità alimentare: ora dobbiamo far fronte anche a questa crisi. ma ce la possiamo fare!

Ricominciamo dunque a recuperare la fiducia tra noi cittadini, provati da decenni di bombardamento sull’individualismo e la sopraffazione tra cittadini come unico modello di sviluppo: vinco se ti faccio fallire! Invece dobbiamo tutti vivere e tutti lavorare. In una situazione di lealtà generalizzata, il migliore avrà sempre più opportunità, ma mai si può dimenticare la crescita anche degli altri. Per realizzare questo c’è bisogno di altri politici, di altri pensieri e prospettive, siamo pronti? Forse, più che a politici di professione, dovremmo affidarci a cittadini attivi che portano un patrimonio di cultura ed esperienza nuove. E per fortuna di queste persone in Italia ve ne sono tante.

Giovanni Acquati
Riprodotto col permesso dell’autore da: http://notizie.tiscali.it/socialnews/Acquati/3998/articoli/Andiamo-oltre-l-attuale-sistema-economico-finanziario-che-falliscano-i-banchieri.html

Che fare?

Sulle proposte si può discutere (lo si farà anche a Bondeno il 17), ma sulla situazione c’è poco da eccepire:

“Ieri un ex dirigente d’azienda di quarantadue anni, disoccupato da qualche mese, si è gettato sotto un treno in Toscana. L’altro ieri si era impiccato un imprenditore agricolo sommerso dai debiti in Veneto. In Grecia non passa giorno senza qualcuno che – o pubblicamente o nel privato della propria casa – si tolga la vita. Le borse continuano a sprofondare (soprattutto Milano). Neppure Wall Street – nonostante i segni di ripresa dell’economia statunitense – ha segnato buoni risultati. I dati sulla produzione industriale italiana usciti ieri sono drammatici: -0,7% a febbraio rispetto a gennaio 2012 e -6,8% su base annua. Le ultime aste dei titoli di Stato italiani sono state deludenti (io direi disastrose, ma non voglio sprecare aggettivi che, probabilmente serviranno in futuro). Lo spread con i Bund tedeschi si è inchiodato a 379 punti di differenziale. Fuori di casa nostra adesso è la Spagna che è sotto pressione, nonostante a governarla sia un governo incline a tassare – come sempre – i poveracci e non i ricchi. Il prezzo dei carburanti durante il 2011 è salito del 16,7% quello della benzina, del 26% quello del gasolio. Considerato che quasi l’80% delle merci in Italia viaggia su gomma, è evidente che il riflesso sui prezzi al consumo è parallelo. Aggiungiamo un altro dato: lo Stato è debitore verso le imprese di circa 90 miliardi di euro. Questi mancati pagamenti si traducono in crisi di liquidità drammatiche. Le banche – pur avendo ricevuto molti regali non accordano crediti e, l’ovvio risultato, è il fallimento di imprese che muoiono pur avendo crediti sufficienti per sopravvivere. Secondo Confesercenti il fatturato della criminalità organizzata è di 137 miliardi di euro con un margine di utili di 104 miliardi. Di questi 65 miliardi in denaro contante. Fatto pari a 100 il costo del lavoro nel 1980, nel 2010 in Italia era sceso a 88,16. Questo significa che in trent’anni il costo del lavoro è sceso dell’11% (tanto per capirci più che in Germania dove è sceso del 10%). I lavoratori italiani costano meno alle aziende, sono molto più facili da licenziare e (a causa dell’alta incidenza della tassazione e degli oneri sociali il loro reddito medio disponibile è al di sotto della media europea. In altri termini se nell’Europa a 27 un lavoratore ha un reddito disponibile medio di 21.800 euro, in Italia ci attestiamo a 20.400. Un lavoratore tedesco ha un reddito medio disponibile di 28.800 euro. Certo qualcuno mi dirà: “Con la Germania non si possono fare confronti. Va bene: il lavoratore spagnolo ha un reddito medio disponibile di 22.700, il lavoratore francese 26.600, lasciamo perdere un inglese che è ad una inarrivabile media di 31.800 euro.
Questi dati, buttati in modo disordinato, li conosco io che sono l’ultimo dei blogger. Sono certo che li conosce anche il professor, senator, presidente del consiglio dei ministri, Mario Monti. Al “question time” del 25 gennaio 2012 il ministro Passera ha annunciato il piano economico per ovviare ai ritardi dei pagamenti che lo Stato deve alle aziende: su 90 miliardi di debito ha trionfalmente annunciato che sono disponibili 5 miliardi. Se qualcuno ha un debito con Equitalia di 90.000 euro provi a presentarsi con 5.000 e mi scriva cosa gli hanno risposto. Ma un conto è il cittadino, un conto è lo Stato. Immagino che sappiate l’impegno straordinario del governo Monti nella lotta alle mafie: zero. Immagino che conosciate la portata dell’impegno per favorire l’aumento del reddito medio disponibile: zero. Immagino conosciate i provvedimenti assunti per tutelare i lavoratori peggio pagati d’Europa: nessuno.
Qualcuno – giustamente – mi scrive: “cosa bisognerebbe fare? Tu cosa proponi?”.

Le proposte le trovate all’URL dell’articolo:

http://irradiazioni.wordpress.com/2012/04/13/quindici-punti-per-una-politica-economica-che-lideologo-monti-non-mette-in-atto/

Siamo in guerra

http://www.youtube-nocookie.com/v/d9-rd-BoSYQ?version=3&hl=it_IT&rel=0

“Siamo in guerra, i nostri politici sono come il comandante Schettino: rimangono a guardare mentre la nave affonda”. Queste sono le parole di Beppe Grillo durante la presentazione del suo libro a Roma. “I partiti sono morti e la gente presto impugnerà un fucile”. Ecco l’intervista di Francesca Fagnani a Grillo.

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La politica dello struzzo

N° pagine 140
Prezzo di copertina: 12 euro
Formato 15 x 21
ISBN: 88-89720-25-5

Ordina il libro

Autore: Fabio Bergamini
Titolo: Il male luminoso
Comunicazione, società, politica

Collana: Tesi e Ricerca

Genere: Filosofia

Quale volontà, più o meno criminale, si nasconde dietro l’edificazione dei nuovi idoli postmoderni? È questa la domanda fondamentale da cui traggono origine le riflessioni di Fabio Bergamini.
Il male luminoso si propone esplicitamente come l’occasione per inaugurare un vigoroso disappren-distato, come un mezzo utile per braccare la cattiva coscienza del potere, per porre sotto critica serrata i millantati vantaggi di cui la contemporaneità vorrebbe oggi pregiarsi attraverso l’azione pervadente dei mezzi d’informazione.

Nonostante questo pregevole libro del nostro concittadino e consigliere provinciale della Lega, continuiamo a non interessarci delle nostre sorti, neanche a livello politico. Peccato!

http://www.starrylink.it/editrice/tesi/bergamini/bergamini.html

La legge bancaria del 1936

Il ruolo di Beneduce fu essenziale nella ristrutturazione dell’economia italiana successiva alla crisi mondiale del 1929. Il fallimento delle maggiori banche italiane, che detenevano anche numerose partecipazioni azionarie nelle imprese industriali, fu evitato grazie all’intervento dello Stato. Il «sistema Beneduce» prevedeva la netta separazione fra banche ed imprese industriali, con la partecipazione diretta dello Stato al capitale di controllo delle imprese. Le aziende pubbliche rimanevano comunque società per azioni, continuando quindi ad associare, in posizione di minoranza, il capitale privato.

Lo Stato si riservava, inoltre, un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, senza entrare nella gestione diretta: in luogo della nazionalizzazione venne decisa una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese. A tale scopo furono fondati:

Alberto Beneduce fu, assieme al futuro Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, il principale ispiratore di queste riforme, così come della legge bancaria del 1936, rimasta in vigore fino al 1993, che vietò alle banche l’esercizio congiunto del credito a breve ed a lungo termine.

Fonte: wikipedia s.v. Beneduce

NOTA Questo articolo, pubblicato nel 2011, è tra i più letti del sito, a testimoniare l’urgenza di un ritorno allo status quo ante:

Salviamo la Gente. Riformiamo le Banche. Processiamo i Banchieri. Ristabiliamo la Legge Bancaria del 1936 abolita nel 1993.

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Gondrano

http://www.youtube-nocookie.com/v/lUfA7qMRWyA?version=3&hl=en_US&rel=0

Nessun animale era fin allora andato in pensione, ma negli ultimi tempi l’argomento era stato ancora assai discusso. Ora che il piccolo campo oltre il frutteto era stato messo a orzo, si diceva che un angolo del grande pascolo sarebbe stato chiuso da un recinto e destinato agli animali anziani. Per un cavallo, si diceva, la pensione sarebbe stata di cinque libbre di grano al giorno, e, in inverno, di quindici libbre di fieno con una carota o, forse, una mela nei giorni di festa pubblica. I dodici anni di Gondrano cadevano alla fine dell’estate dell’anno seguente.

Intanto la vita era dura. L’inverno era rigido quanto lo era stato quello precedente, e i viveri erano anche più scarsi. Ancora una volta vennero ridotte tutte le razioni, eccetto quelle dei maiali e dei cani. Una eguaglianza di razioni troppo rigida, spiegava Clarinetto, sarebbe stata contraria ai principi dell’Animalismo. In ogni caso egli non aveva difficoltà a dimostrare agli altri animali che, nonostante l’apparenza, in realtà essi non soffrivano di scarsità di cibo. Per il momento, certo, s’era trovato necessario venire a un nuovo razionamento (Clarinetto parlava sempre di “razionamento”, mai di “riduzione”), ma in confronto ai tempi di Jones si stava enormemente meglio. Leggendo le cifre con voce rapida e acuta, dimostrava loro minutamente che avevano più avena, più fieno, più rape che non ai tempi di Jones, che lavoravano un minor numero di ore, che bevevano acqua di miglior qualità, che vivevano più a lungo, che c’era un’assai minore mortalità infantile, che avevano più paglia per il loro letto e soffrivano meno per le pulci. Gli animali credevano a ogni parola. A dire il vero, Jones e tutto quanto lo riguardava era quasi del tutto scomparso dalla loro memoria. Sapevano che la loro vita presente era aspra e misera, che spesso avevano fame e freddo e che quando non dormivano erano sempre al lavoro. Ma, senza dubbio, doveva essere stato peggio nei tempi andati. Erano lieti di credere così. Inoltre, allora erano schiavi e ora erano liberi, e qui stava tutta la differenza, come Clarinetto non mancava mai di rilevare.

Ora vi erano molte più bocche da nutrire. In autunno le quattro scrofe avevano partorito simultaneamente, dando alla luce, fra tutte, trentun porcellini. I porcellini erano pezzati, e poié Napoleon era l’unico verro della fattoria, era facile intuirne la paternità. Fu annunciato che in seguito, quando si fossero acquistati mattoni e legname, si sarebbe costruita una scuola nel giardino della casa colonica. Intanto i maialetti ricevevano la loro istruzione dallo stesso Napoleon nella cucina della casa. Si esercitavano in giardino, ed erano dissuasi dal giocare con gli altri giovani animali. Circa in quest’epoca fu imposta anche la regola che quando un maiale e qualunque altro animale si incontravano per via, l’altro animale doveva farsi da parte: e anche che tutti i maiali di qualsiasi grado dovevano avere il privilegio di portare la domenica un nastro verde sulla coda. La fattoria aveva avuto un’annata discreta ma vi era sempre scarsità di danaro. Bisognava comprare mattoni, sabbia, calce per la scuola e sarebbe stato necessario fare altri risparmi per l’acquisto del macchinario per il mulino. Poi occorreva olio da lampada e candele per la casa, zucchero per la mensa privata di Napoleon (lo proibiva agli altri animali é lo zucchero li avrebbe fatti ingrassare), oltre ai soliti rifornimenti di utensili, chiodi, corda, carbone, filo di ferro, rottami di metallo e biscotti per i cani. Un covone di fieno e una parte del raccolto di patate vennero venduti e il contratto per le uova venne aumentato a seicento la settimana, così che per quell’anno le galline deposero uova in numero appena sufficiente a mantenere il livello. Le razioni, ridotte in dicembre, vennero ulteriormente ridotte in febbraio e furono vietate le lanterne nelle stalle per risparmiare olio. Ma i maiali parevano passarsela abbastanza bene e infatti ingrassavano. Un giorno, sulla fine di febbraio, un profumo caldo, squisito, appetitoso, quale gli animali non avevano mai prima sentito, si sparse per il cortile dalla piccola birreria che dal tempo di Jones era caduta in disuso e che era situata dietro la cucina. Qualcuno disse che era odore di orzo cotto. Gli animali fiutarono l’aria con espressione affamata e si chiesero se la calda mistura si stesse preparando per la loro cena. Ma non comparve alcuna calda mistura e la domenica seguente venne annunciato che l’orzo sarebbe stato riservato ai soli maiali. Il campo oltre il frutteto era già stato seminato a orzo. E presto serpeggiò la notizia che ogni maiale riceveva ora quotidianamente una pinta di birra; e Napoleon invece mezzo gallone che gli veniva servito nella zuppiera Crown Derby.

Ma le privazioni che si dovevano sopportare erano in parte compensate dal fatto che la vita aveva ora un’assai maggior dignità di prima. Vi erano più canti, più discorsi, più parate. Napoleon aveva comandato che una volta la settimana fosse tenuta una cosiddetta “Dimostrazione Spontanea” il cui scopo era di celebrare le lotte e i trionfi della Fattoria degli Animali. All’ora stabilita, gli animali dovevano lasciare il lavoro e fare un giro a passo di marcia attorno alla fattoria in formazione militare; in testa venivano i maiali a cui seguivano i cavalli, poi le mucche, poi le pecore e ultimo il pollame. I cani fiancheggiavano lo schieramento e in testa a tutti marciava il gallo nero di Napoleon. Gondrano e Berta sorreggevano una bandiera verde con lo zoccolo, il corno e la scritta “Viva il compagno Napoleon”. Seguivano declamazioni di poesie, composte in onore di Napoleon e discorsi di Clarinetto, che davano particolari sugli ultimi aumenti della produzione dei viveri, e in certe circostanze veniva sparato un colpo di fucile. Le pecore erano le più entusiaste partecipanti alle Dimostrazioni Spontanee, e se qualcuno si lamentava (come qualche animale faceva quando non vi erano vicini né maiali né cani) di perdere il proprio tempo e di stare esposto al freddo per nulla, era certo che le pecore lo riducevano al silenzio col loro tremendo belato: «Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo!». Ma nel complesso gli animali godevano di queste celebrazioni. Trovavano consolante che venisse loro ricordato che, dopo tutto, erano veramente padroni di se stessi e che il lavoro che facevano era a proprio beneficio. Così, coi canti, i cortei, le cifre di Clarinetto, il rombo del fucile, le note squillanti del gallo, lo sventolio della bandiera, finivano col dimenticare, almeno per qualche tempo, che il loro ventre era vuoto.

In aprile la Fattoria degli Animali venne proclamata Repubblica e fu necessario eleggere un presidente. Vi era un solo candidato, Napoleon, che fu eletto all’unanimità. Lo stesso giorno si seppe che erano stati scoperti altri documenti che svelavano nuovi particolari sulla complicità di Palla di Neve con Jones. Appariva ora che Palla di Neve non solo aveva tentato di far perdere con stratagemmi la Battaglia del Chiuso delle Vacche, come gli animali avevano fino allora creduto, ma che apertamente egli aveva combattuto a fianco di Jones. Era lui infatti che in realtà aveva capeggiato le forze umane e caricato in battaglia al grido di «Viva l’Umanità!»; le ferite sul dorso di Palla di Neve, che ormai pochi animali ricordavano di aver visto, erano state inflitte dai denti di Napoleon.

A mezza estate Mosè, il corvo, riapparve improvvisamente alla fattoria dopo un’assenza di parecchi anni. Non era affatto mutato, continuava a non lavorare e con lo stesso entusiasmo parlava, come sempre, del Monte Zuccherocandito. Si appollaiava su un ceppo d’albero, batteva le ali e parlava per ore a chiunque lo volesse ascoltare. «Lassù, compagni» diceva solennemente, puntando verso il cielo il suo grosso becco «lassù, proprio al di là di quella nuvola nera che vedete, là sta il Monte Zuccherocandito, quel felice paese dove i poveri animali riposano per sempre delle loro fatiche!» Pretendeva anche di esservi stato in uno dei suoi alti voli e di aver visto gli eterni campi di trifoglio e le torte di seme di lino e le zollette di zucchero che crescevano sulle siepi. Molti animali gli prestavano fede. La loro vita, ora, argomentavano, era fame e fatica: non era giusto e irragionevole che un mondo migliore dovesse esistere in qualche altro luogo? Una cosa difficile da definire era l’atteggiamento dei maiali verso Mosè. Essi dichiaravano sprezzantemente che le sue storie sul Monte Zuccherocandito, erano tutte menzogne; pure gli permettevano di rimanere nella fattoria, di non lavorare, e gli concedevano un bicchiere di birra al giorno. Quando lo zoccolo fu guarito, Gondrano riprese a lavorare più che mai. Veramente quell’anno gli animali faticavano come schiavi. Oltre l’andamento regolare della fattoria e la ricostruzione del mulino, vi era la scuola per i maialetti che fu iniziata in marzo. Talvolta, col cibo insufficiente, le lunghe ore di lavoro erano dure da sopportare. Ma Gondrano non esitò mai. In nulla che facesse o dicesse vi era segno che la sua forza non fosse qual era sempre stata. Solo il suo aspetto era un poco mutato: il suo mantello non era più così lucente e i suoi grandi fianchi sembravano essersi contratti. Gli altri dicevano: «Gondrano si rimetterà quando a primavera spunterà l’erba»; ma venne la primavera e Gondrano non ingrassò affatto. Talvolta sul pendio che conduceva in cima alla cava, quando tendeva i muscoli al peso di un gran masso, pareva che nulla lo tenesse in piedi se non la volontà di andare avanti. Allora si vedevano le sue labbra formare le parole: «Lavorerò di più»; non gli restava più voce. Ancora una volta Berta e Benjamin lo esortarono ad aver cura della sua salute, ma Gondrano non dava ascolto. Il suo dodicesimo compleanno si avvicinava. Non gli importava di qualunque cosa accadesse, puré una buona riserva di pietre fosse accumulata presso il mulino. In una tarda sera d’estate un’improvvisa voce che qualcosa era accaduto a Gondrano corse per la fattoria. Era andato da solo a trascinare un carico di pietre al mulino. E purtroppo la voce era vera. Pochi istanti dopo due piccioni vennero in rapido volo con la notizia: «Gondrano è caduto! E’ sdraiato sul fianco e non riesce a rialzarsi!».

Mezza fattoria corse all’altura ove sorgeva il mulino. Là giaceva Gondrano tra le stanghe del carro, il collo allungato, incapace persino di sollevare la testa. L’occhio era vitreo e i fianchi coperti di sudore. Un sottile filo di sangue gli colava dalla bocca. Berta gli si inginocchiò accanto.

«Gondrano» gridò «come stai?»

«Sono i polmoni» disse Gondrano con voce flebile.

«Non importa. Credo che potrete finire il mulino senza di me. Vi è una buona scorta di pietre in riserva. In ogni caso, avevo solo un mese davanti a me. A dire il vero, aspettavo con grande desiderio il momento del mio ritiro. E forse, poié anche Benjamin sta diventando vecchio, gli permetteranno di ritirarsi con me e tenermi compagnia.»

«Bisogna cercar subito aiuto» disse Berta «Che qualcuno corra ad avvertire Clarinetto di quanto è successo.»

Tutti gli altri animali corsero immediatamente alla casa colonica per dare a Clarinetto la notizia. Solo Berta rimase, e Benjamin, che si coricò a fianco di Gondrano e, senza parlare, gli allontanava le mosche con la lunga coda. Dopo circa un quarto d’ora Clarinetto apparve, pieno di simpatia e di sollecitudine. Egli disse che il compagno Napoleon aveva appreso col più profondo dolore la disgrazia toccata a uno dei più leali lavoratori della fattoria e che stava già combinando di mandare Gondrano in cura nell’ospedale di Willingdon. A questa notizia un senso di inquietudine invase gli animali. Salvo Mollie e Palla di Neve, nessun animale aveva mai lasciato la fattoria e il pensiero del loro compagno ammalato nelle mani di esseri umani li turbava. Ma Clarinetto presto li convinse che il chirurgo veterinario di Willingdon avrebbe potuto curare Gondrano assai meglio di quanto non era possibile fare alla fattoria. E mezz’ora dopo, quando si era un poco ripreso, Gondrano fu fatto alzare in piedi e accompagnato alla stalla ove Berta e Benjamin gli avevano preparato un buon letto di paglia. Durante i due giorni successivi Gondrano rimase nella stalla. I maiali gli avevano mandato una grande bottiglia di una medicina rosa che avevano trovato nell’armadietto farmaceutico della stanza da bagno, e Berta gliela somministrava due volte al giorno, dopo i pasti. Laser si stendeva vicino a lui e gli parlava, mentre Benjamin teneva lontane le mosche. Gondrano diceva di non essere spiacente di quanto era avvenuto. Se guariva bene poteva sperare di vivere altri tre anni e già pregustava i giorni tranquilli che avrebbe passato nell’angolo del gran pascolo. Sarebbe stata la prima volta che avrebbe avuto tempo per studiare e migliorare la propria mente. Era sua intenzione, diceva, dedicare il resto della vita a imparare le rimanenti ventidue lettere dell’alfabeto.

Tuttavia Benjamin e Berta potevano rimanere con lui solo dopo l’orario di lavoro, e fu a metà del giorno che venne il furgone a portarlo via. Gli animali erano tutti al lavoro, intenti a sarchiare le rape sotto la sorveglianza dei maiali, quando con stupore videro Benjamin venire di galoppo dalla direzione dei fabbricati ragliando con quanta voce aveva. Era la prima volta che vedevano Benjamin eccitato, la prima volta che lo vedevano galoppare. «Presto, presto!» gridava. «Venite subito! Stanno portando via Gondrano!» Senza aspettare ordini dal porco, gli animali interruppero il lavoro e si precipitarono verso i fabbricati. Nel cortile sostava un gran furgone chiuso, tirato da due cavalli un furgone con iscrizioni sui fianchi e un uomo dall’aria astuta, con in testa un berretto a visiera, seduto a cassetta. E il posto di Gondrano nella stalla era vuoto.

Gli animali si affollarono attorno al furgone. «Addio, Gondrano!» gridarono in coro. «Addio!»

«Pazzi, pazzi!» urlò Benjamin saltando attorno a loro e battendo la terra con gli zoccoli. «Pazzi! Non vedete che cosa c’è scritto sui fianchi del furgone?» Gli animali sostarono e vi fu un mormorio. Muriel cominciò a compitare le parole, ma Benjamin la spinse da parte e fra un silenzio mortale lesse: «”Alfred Simmons, Macelleria Equina e Fabbrica di Colla, Willingdon. Negoziante di cuoio e d’ossa. Forniture per canili”. Capite ciò che significa questo? Portano Gondrano al macello!».

Un grido d’orrore uscì dal petto di tutti gli animali. In quel momento l’uomo a cassetta frustò i suoi cavalli e il furgone uscì dal cortile a buon trotto. Tutti gli animali lo seguirono gridando a gran voce. Berta forzò l’andatura per portarsi innanzi. Il furgone acquistava velocità. Berta tentò di muovere al galoppo le sue pesanti membra. «Gondrano!» gridò. «Gondrano! Gondrano! Gondrano!» e proprio in quel momento, come se sentisse il frastuono esterno, il muso di Gondrano, con la striscia bianca che gli scendeva lungo il naso, apparve alla finestrella sul retro del furgone.

«Gondrano!» gridò Berta con voce terribile. «Gondrano, scendi! Scendi presto! Ti portano alla morte!» Tutti gli animali raccolsero il grido: «Scendi, Gondrano, scendi!». Ma il furgone andava sempre più veloce, portandolo via con é. Non era certo che Gondrano avesse capito ciò che aveva detto Berta. Ma poco dopo il suo muso disparve dalla finestrella e il rumore di un tremendo scalpitare si udì nell’interno del furgone. Cercava a calci una via d’uscita. C’era stato un tempo in cui pochi colpi di zoccolo di Gondrano avrebbero fatto a pezzi il furgone. Ma, ahimè!, la forza lo aveva abbandonato e in pochi istanti i colpi si fecero più deboli finché cessarono del tutto. Disperati, gli animali volsero le loro invocazioni ai due cavalli che tiravano il furgone, pregandoli di fermarsi. «Compagni, compagni!» gridavano. «Non conducete a morte vostro fratello!» Ma quegli stupidi bruti, troppo ignoranti per rendersi conto di quel che stava accadendo, non fecero che scuotere le orecchie e accelerare il passo. Troppo tardi venne a qualcuno il pensiero di correre avanti e chiudere il grande cancello; un istante dopo il furgone lo varcava e rapidamente spariva sulla strada. Gondrano non fu visto mai più. Tre giorni dopo venne annunciato che egli era morto nell’ospedale di Willingdon, a dispetto di tutte le cure che si possono prestare a un cavallo. Fu Clarinetto che venne a partecipare agli altri la notizia. Egli, disse, era stato presente alle ultime ore di Gondrano.

«Fu la cosa più commovente che abbia mai visto!» disse Clarinetto, sollevando la zampa e asciugandosi una lacrima. «Fino all’ultimo istante sono stato vicino al suo letto; all’ultimo, quasi troppo debole per parlare, egli bisbigliò al mio orecchio che il suo solo dispiacere era di morire prima che il mulino fosse ultimato. “Avanti, compagni!” sussurrò. “Avanti nel nome della Rivoluzione! Viva la Fattoria degli Animali! Viva il compagno Napoleon! Napoleon ha sempre ragione!” Furono le sue ultime parole, compagni.»

Qui il contegno di Clarinetto mutò ad un tratto. Tacque per qualche istante, e i suoi piccoli occhi lanciarono sguardi sospettosi da un lato all’altro prima di proseguire.

Aveva saputo, disse, che una voce tanto sciocca quanto malvagia era corsa al momento del trasporto di Gondrano. Alcuni animali avevano notato che il furgone che trasportava Gondrano portava la scritta “Macelleria Equina”, e ne avevano subito concluso che Gondrano era stato mandato al macello. Era quasi incredibile, disse Clarinetto, che ci potessero essere animali tanto stolti. Certo, gridò sdegnato, dimenando la coda e saltellando qua e là, certo essi conoscevano il loro beneamato Capo, il compagno Napoleon. Ma la spiegazione era semplicissima: il furgone era stato un tempo di proprietà di un macellaio ed era stato comperato poi dal veterinario che non aveva ancora provveduto a cancellare la vecchia iscrizione. Ecco com’era sorto l’errore.

Gli animali a questa spiegazione provarono un grande sollievo. E quando Clarinetto proseguì a dare i minuti particolari del letto di morte di Gondrano, delle amorevoli cure che aveva ricevuto e delle costosissime medicine che Napoleon aveva pagato senza badare a spese, i loro ultimi dubbi sparirono e il dolore che provavano per la morte del loro compagno fu mitigato dal pensiero che almeno era morto felice.

da George Orwell, La fattoria degli animali, 1945

Oggi, a distanza di più di 60 anni, la finanza si è mangiata l’economia e il lavoro non è più necessario; si leggano in proposito i libri di Luciano Gallino: in particolare “Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia”.