I vestiti nuovi dell’imperatore

E’ una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837 nel volume Eventyr, Fortalte for Børn (“Fiabe, raccontate per i bambini”). Il titolo originale è Keiserens Nye Klæder.

La fonte da cui ha tratto ispirazione Andersen è una storia spagnola riportata da Don Juan Manuel (1282-1348), la XXXII dell’opera El Conde Lucanor.

Il racconto appartiene al bagaglio culturale condiviso di tutto l’Occidente e i riferimenti a questa fiaba nella nostra cultura sono onnipresenti.
La potete leggere su wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/I_vestiti_nuovi_dell%27imperatore

Quello che a noi interessa in questa sede è far notare che, dalla vicenda greca, emerge il volto di una Europa tutt’altro che benevola nei confronti del benessere delle popolazioni, ma attenta solo a tutelare le banche nell’esclusivo interesse dell’oligarchia finanziaria che privatizza i profitti e socializza le perdite.

A titolo di esempio (ma potete leggere utilmente il quaderno di Bondeno.com qui allegato) citiamo un recente articolo http://vocidallestero.it/2015/07/09/conseguenze-della-grecia-italia-e-spagna-hanno-finanziato-sotto-banco-il-salvataggio-delle-banche-francesi/

Quale Europa? by araba fenice

https://www.scribd.com/embeds/240978216/content?start_page=1&view_mode=scroll&access_key=key-6Oz2dmGL7HIk4f5bxJPs&show_recommendations=true

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9 Responses to “I vestiti nuovi dell’imperatore”

  1. Una volta le favole si raccontavano per educare il popolo, adesso si raccontano per ingannarlo.

    #1280
  2. Il potere non perde tempo in baruffe; gli bastano alcune paginette d’intenti, e uno scopo: a esso tutto subordina, a qualsiasi prezzo, di popoli, paesi e vite.

    The post Il fallimento della controinformazione [Alceste] appeared first on PAUPER CLASS.

    #1281
  3. Dall’intervista a Varoufakis:”Non è che non sia andata bene, è che proprio vi è stato un netto rifiuto di entrare negli argomenti economici. Di netto. Poni in luce un argomento su cui hai veramente studiato, per far si che sia logicamente coerente, e ti guardano con degli sguardi vuoti. E’ come se tu non avessi parlato, quello che rispondono è indipendente da quello che tu hai detto. Potresti anche aver cantato l’inno svedese,ed avresti la stessa risposta. E questo è incredibile per chi è abituato ad un dibattito accademico. La controparte non risponde mai. Non c’è mai stata una discussione. Non è stato neppure un problema, semplicemente era come se una parte non avesse mai risposto”.
    http://scenarieconomici.it/estratto-dellintervista-a-varoufakis/
    Ha detto di aver trascorso il mese scorso ad avvertire il gabinetto greco che la BCE avrebbe chiuso le banche della Grecia per imporre un accordo. Quando lo avessero fatto, egli era pronto a fare tre cose: emettere pagherò denominati in euro; applicare un “haircut” sui bond greci emessi nel 2012, con una riduzione del debito della Grecia; e prendere il controllo della Banca di Grecia sottraendolo alla BCE.

    #1282
  4. Come 74 anni fa, la risposta tedesca è stata un “arrendetevi senza condizioni”: all’epoca, i panzer scesero rapidamente a Marburg, Lubjana, Zagabria, Sarajevo, Belgrado, Sofia, Salonicco ed issarono la bandiera nazista sul Partenone. Poi, arrivarono gli italiani, che erano ancora fermi a Gianina, sui monti dell’Epiro. Oggi – metaforicamente – Schauble (il vero Mefistofele della vicenda) ha dato nuovamente l’ordine a Guderian di fare piazza pulita – con ogni mezzo – della resistenza greca. Il generale Tsipras è stato obbligato a chiedere un armistizio: tre giorni di tempo per consegnare 50 denari, 50 denari che equivalgono – approssimativamente – al valore delle Cicladi, o delle antichità greche. Il resto lo pagherà il popolo greco, in comode rate da fame.
    http://carlobertani.blogspot.com/2015/07/blitzkrieg.html

    #1283
  5. Qualcosa è davvero cambiato, ma non la sostanza: semplicemente l’oligarchia europea ha dato retta a Machiavelli e ha pensato che non è più tempo di provare ad essere amata dopo l’impoverimento generale che ha provocato, ma è venuto il momento in cui è più opportuno essere temuta. Una bella lezione ad Atene eviterà per il futuro ribellioni in altri e più importanti Paesi, farà abbassare la cresta ai tentativi di restaurazione democratica.
    https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/07/15/leuropa-e-il-tiranno-finanziario-si-affidano-a-machiavelli/

    #1284
  6. l’Europa di cui oggi si parla non è altro che un sistema normativo e un apparato tecnocratico finalizzati a promuovere il completo dominio sulla società dell’economia dei mercati finanziari globalizzati: il loro carattere sovranazionale serve appunto ad aggirare gli ostacoli nazionali alla circuitazione senza limiti, ed esclusivamente secondo i determinismi di un’economia completamente autoreferenziale, di capitali e merci.

    Ma l’economia globalizzata dei mercati finanziari è a dominanza americana. Ne consegue, sillogisticamente, che l’Europa a favore della quale gli Stati nazionali si stanno privando di molte loro prerogative non serve affatto a inserirli in una nuova potenza continentale indipendente, ma svolge un ruolo esattamente contrario.
    Massimo Bontempelli, Diciamoci la verità sull’Europa, edizioni CRT, Pistoia 2001

    http://www.appelloalpopolo.it/?p=13950

    #1285
  7. il “golpe” condotto contro il governo greco è la dimostrazione empirica, concreta, di quella che fino a due settimane fa sembrava solo il frutto di un’analisi complessa. Ovvero che l’Unione Europea non è affatto uno “spazio politico” entro cui far giocare interessi e programmi socio-politici di ogni tipo, ma una macchina da guerra costruita contro il movimento operaio, i diritti del lavoro, la possibilità stessa di tradurre il conflitto sociale in atti legislativi positivi, in “riforme sociali” di segno progressivo.

    Quindi non possono avere più alcuna possibilità di incidere tutte quelle visioni “riformiste” che non prendono atto di questa realtà istituzionale, transnazionale e tendenzialmente apolide, che però sforna decisioni vincolanti per 500 milioni di persone senza che queste possano mai pronunciarsi nel merito di quelle disposizioni.

    La Grecia è stata per sua sfortuna il laboratorio in cui questa realtà si è manifestata con particolare chiarezza e durezza.
    http://contropiano.org/politica/item/31904-eurostop-ue-irriformabile-serve-un-movimento-che-punti-alla-sua-rottura?acm=4968_1087
    hýbris riflette un’azione delittuosa oppure un’offesa personale compiuta allo scopo di umiliare, il cui movente è dato non da un utile ma dal piacere, dall’orgoglio di sé che l’autore dell’atto traeva dalla malvagità dell’atto stesso, mostrando la sua superiore forza sulla vittima.

    #1288
  8. Quindi, essendo ormai affondati nel nuovo Vecchio Regime euro, non sapendo noi fare la Rivoluzione, rivolgiamo una Supplica a Lorsignori:

    “Umilmente ci rivolgiamo alle Signorie Vostre, pregiatissimi Farabutti e Milionari pubblici, esimi Ladri e Dilapidatori di denaro dei bisognosi, per supplicarvi di emanare un necessario provvedimento:

    Ordinate, vi preghiamo, ai Vostri Sbirri, Bargelli e Uffiziali che trovassero un Precario o un Disoccupato in violazione di qualcuna delle vostre leggi (la cui durezza voi non sapete neanche cosa sia) di calcolare l’ammontare della sanzione pecuniaria in percentuale al reddito reale del malcapitato. O se – come accade sempre più spesso – il reddito dei malcapitati è da molto tempo pari a zero, vorreste gentilmente sostituire la multa con una semplice bastonatura? Il precedente Ancien Régime faceva così, con reciproca soddisfazione del bastonatore e del bastonato; chè almeno, era gratis”.
    Maurizio Blondet

    #1289
  9. Un sondaggio commissionato dalla CGIL delinea il porto delle nebbie ove si è incagliata la democrazia italiana. Una maggioranza schiacciante della popolazione esprime un giudizio senza appello sulla Unione Europea e sull’Euro. Essi ci hanno danneggiato economicamente e ci impongono regole che distruggono le nostre libertà. L’80% degli intervistati la pensa in questo modo e la vicenda greca ne ha rafforzato le convinzioni. Nello stesso tempo però si è anche rafforzata la maggioranza di chi non vuole cambiare nulla e teme il salto nel buio di ogni rottura con le istituzioni europee e con la moneta unica. Stiamo perdendo e continueremo a perdere sia sul piano delle condizioni di vita che della stessa democrazia, ma non abbiamo alternative alla resa. La rassegnazione alla inevitabilità del peggioramento delle proprie condizioni di vita e di libertà, assieme al timore a reagire, sono il brodo di coltura di ogni operazione autoritaria. Operazione a cui il sistema economico politico che chiamiamo Europa è perfettamente funzionale.
    http://contropiano.org/interventi/item/32136-eurodittatura-e-nuova-resistenza
    In realtà Varoufakis l’aveva trovata l’alternativa (bocciatagli da Tsipras, ovviamente) ; il passo successivo era passare dalla parte dei BRICS.

Povera Italia!

Nella foto il viadotto Scorciavacche sulla Palermo-Agrigento che era stato aperto il 23 dicembre, a Capodanno la frana.

Massimo Ragnedda è stato uno dei primi autori che abbiamo ospitato nel sito di Araba Fenice dedicato agli inediti; per questo ci piace riportare integralmente il suo articolo apparso su Megachip nel maggio 2014 ( visto che nel frattempo altri eventi hanno confermato la sua tesi):

“Povera Italia come ti sei ridotta. Un paese senza speranza, senza futuro, mangiato dalla corruzione (da EXPO all’Università), dalla Mafia (vedi Dell’Utri che ha addirittura fondato un partito che ha guidato l’Italia per 20 anni), dalla truffa (vedi Berlusconi), dalle tangenti (dalla Finmeccanica alla Tav) e da una classe politica incompetente e in malafede (vitalizi da 5000 euro al mese dopo appena 5 anni di legislatura, come nel caso della Regione Sardegna).

Da questo si fugge. Si fugge da questa prepotenza, da questa vergognosa gestione della cosa pubblica, da questo senso di impunità e tracotanza. “Zente cunsizzada male Iscurtade sa ‘oghe mia: Procurad’e moderare Barones, sa tirannia” (Gente consigliata male ascoltate la mia voce: moderata la vostra tirannia).

“Zente cunsizzada male Iscurtade sa ‘oghe mia” (Gente consigliata male ascoltate la mia voce) scriveva nel 1794, Francesco Ignazio Mannu, in un appossianato inno intitolato “Su patriotu sardu a sos feudatàrios”, ma meglio conosciuto come “Procurade ‘e moderare”. Un inno contro la tracotanza e prepotenza dei Baroni (proprietari terrieri), scritto in seguito ai moti rivoluzionari del 28 Aprile 1974 quando, guidati da Giovanni Maria Angioj, i sardi si ribellarono ai piomentesi.

Così inizia uno dei canti popolari più antichi di Europa: “Procurad’e moderare Barones, sa tirannia Chi si no, pro vida mia, Torrades a pés in terra Decrarada est giaj sa gherra Contra de sa prepotentzia Incomintzat sa passentzia In su pobulu a mancare” (trad. it.: Baroni cercate di moderare la vostra tirannia, Altrimenti, a costo della mia vita, tornerete nella polvere (per terra), La guerra contro la prepotenza è stata già dichiarata e nel popolo la pazienza inizia a mancare”).

Ecco, mi sono venute in mente queste parole quando ho letto che 4 manager di società pubbliche quotate in borsa hanno intascato, come buona uscita, un totale di 23 milioni di euro (50 miliardi circa delle vecchie lire). Scaroni (ENI) ha intascato 8 milioni di euro, Conti (Enel) 7 milioni, Pansa (Finmeccanica) 5.45 e Cattaneo (Terna) 2,4, per un totale di 23 milioni di euro.

Mi chiedo: ma a cosa serve il tetto degli stipendi se poi grazie ai bonus, ai premi, alle indennità, questi manager (alcuni pregiudicati, come nel caso di Scaroni) percepiscono milioni di euro? Questa a me sembra una vera e propria provocazione che non tiene conto del contesto storico e sociale attuale.

Come si può, in un momento di crisi economica e sociale così tragico, “regalare” 5,45 milioni di euro, più o meno quanto la retribuzione annua di 1000 precari, a Pansa? Non di certo per l’andamento dei titoli in borsa, visto che le azioni di Finmeccanica sono passate da 10 euro ad azione del 2011 ai 5,70 ad azione di oggi. La buona uscita di Pansa si aggiunge alla retribuzione di 1,58 milioni di euro del 2013. Una vergogna assoluta se pensiamo che un bambino su tre in Italia è a rischio povertà.

Come si possono regalare 8 milioni di euro a Scaroni (arrestato nel 1992 in merito all’inchiesta giudiziaria di Mani Pulite ed iscritto, il 7 febbraio 2013, nel registro degli indagati dalla procura di Milano per corruzione), mentre secondo i dati forniti dall’ISTAT gli italiani “assolutamente poveri” sono diventati 4 milioni 814 mila?

Regalare milioni di euro a manager di società pubbliche non tenendo conto che ogni anno chiudono migliaia di piccole aziende e attività commerciali soffocate dal peso delle tasse equivale a soffiare sul fuoco della rivolta sociale e della disperazione. I giovani non vedono più un futuro in questo paese marcio, divorato dal cancro della corruzione, dove in ogni grando appalto si nascondono politici e funzionari corrotti (dall’Expò, alla Tav, dall’acquisto degli F35 alle grandi opere pubbliche). Le nuove generazioni sono stanche di tutto questo.

Non è un caso che il 48,9% dei giovani italiani pensa di trasfersi all’estero fin dagli anni dell’università o del liceo. Per il 60% degli under 30 l’Europa, con tutti i suoi limiti, rimane l’unica opportunità. E così, nel 2013, il numero dei giovani sotto i 40 anni che ha abbandonato l’Italia per tasferirsi in Gran Bretagna è aumentato dell’81%. In generale, il numero degli italiani espatriati (o fuggiti) negli ultimi due anni è cresciuto del 55%. E il trend è in continua crescita. Ma non solo sempre più giovani espatriano all’estero, ma anche i pensionati abbandonano l’Italia.

Sono quasi mezzo milione gli over 60 che vivono all’estero perché con la pensione non ce la fanno più a vivere in Italia (sai come è, non tutti hanno una buona uscita di 6 milioni di euro e si arrangia a vivere con 600 euro di pensione). Se ne vanno in Brasile, Thailandia, Filippine, Costa Rica e in altri paesi dove la qualità della vita è migliore e dove si vive con i soldi della pensione, con meno stress e meno ansia.

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=103649&typeb=0

(19 maggio 2014)

fonte foto: http://contropiano.org/in-breve/italia/item/28408-sicilia-strada-inaugurata-alla-vigilia-di-natale-gia-crollata-a-capodanno

Quelli che il mercato

In risposta a quelli che il mercato:

Ma i primi pionieri hanno fatto davvero una pessima fine. Loro coltivavano, seminavano, innaffiavano e poi arrivavano “i regrediti” che vivevano ancora con la mentalità passiva dei raccoglitori, li prendevano a randellate sulla testa, li uccidevano, si mangiavano quello che c’era e poi andavano a caccia di un altro “mercato”.
Come fanno i colossi finanziari.
Sono nate quindi le prime consorterie di sapienti per salvaguardarsi dai prepotenti.
E’ nata, per l’appunto “la Politica” ovvero una regolamentazione di simili alla pari (tutti coltivatori attivi) il cui fine consisteva nel darsi una serie di norme e consuetudini per difendersi dagli attacchi dei raccoglitori regrediti nel nome del benessere comune.
E hanno inventato la Legge.
Ogni gruppo, poi tribù, clan, consorzio, etnia, popolo, nazione, stato, si è dato le proprie.
Ed è nata la civiltà.
Ciò che ci divide dai primitivi.

L’Italia, in questo momento, è considerata la nazione nel mondo occidentale più primitiva e regredita che esiste. Così ci considerano, così ci vivono, così ci percepiscono.
Quella in cui l’iper-liberismo si è affermato nella sua forma più sfrenata.
Paradossalmente è, allo stesso tempo, la nazione che ha in assoluto il maggior numero di vincoli, divieti, sbarramenti, ostacoli, il che consente agli iper-liberisti di protestare chiedendo maggiore libertà. Ma è un trucco da baraccone.
I lacci lacciuoli e proibizioni sono una invenzione degli iper-liberisti perchè tutto ciò è funzionale al Sistema.
Servono per noi cittadini, animali primitivi di serie B.
Sono fondamentali per il sistema liberista attuale.
Consentono uno sbarramento d’accesso che mantiene intatta l’oligarchia del privilegio all’interno della quale vige, invece, una enorme dinamica, una gigantesca libertà priva di ogni regola, che consente il successo non dei più meritevoli e capaci, bensì del più prepotente e violento…

Il berlusconismo/piddismo è la colonna della nazione che si è manifestato originariamente come un sistema teso ad abbassare sempre di più il livello culturale, in modo tale da far scattare un livello di domanda primitiva alla quale il sistema ha sempre immediatamente risposto con un’offerta di basso livello. Così facendo, la nazione è regredita antropologicamente, e ha iniziato a manifestare delle domande primitive, di bassissimo livello. I  detentori del potere son stati felici di rispondere con una offerta pronta per loro.
Il paese non cambia se non cambiano le domande. E’ un’illusione.

Che cosa fare, quindi?
Prendere atto che cercheranno di abbassare sempre di più l’offerta per appiattire sempre di più la domanda.
Dopodichè cominciare dal basso (per il momento non abbiamo altra scelta) ad alzare il livello, iniziando una nuova e più evoluta modalità di “offerta” nella vita quotidiana, iniziando dagli scalini più bassi, cominciando a occuparsi sempre di meno di “loro”, a guardare sempre di meno i loro prodotti televisivi e quindi parlarne sempre di meno, non leggere più i loro quotidiani e cominciare, invece, a diffondere un livello più alto di offerta esistenziale nello scambio tra persone, per spingere verso un innalzamento del livello della domanda. Costruire e inventare un nuovo modello di solidarietà e diffondere una nuova cultura della cittadinanza, istigando e pungolando la gente a leggere libri, a conoscere, per far sì che si alzi il livello della domanda in attesa dell’implosione inevitabile di questo sistema marcio che scricchiola ogni giorno di più e sta crollando.

liberamente estratto da: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/11/il-clan-degli-invisibili-una.html

Qui a bondeno.com ci abbiamo provato per 10 anni, ma nessuno si è fatto sentire: redazione@bondeno.com

Dall'Islanda all'Italia

[estratto]

Islanda Chiama Italia - Libro Osservavo dall’alto l’Islanda scomparire oltre l’orizzonte curvo, poi dopo qualche ora di mare apparire l’Inghilterra, infine il continente. Tornavo in Italia con la testa piena zeppa di ricordi, nozioni, date, impressioni, ma senza alcuna risposta concreta alle tante domande che sapevo mi sarebbero state fatte, alle mille obiezioni. «L’Islanda non è l’Italia!» «Come si può paragonare un Paese di 320mila abitanti a uno di 60 milioni?» «L’economia italiana è troppo devastata per riuscire a rialzarsi»

Già, l’Italia non è l’Islanda. Il debito pubblico italiano è pari a 2mila miliardi di euro, il debito Icesave che gli islandesi si sono rifiutati di pagare non superava i 5 milioni. E poi ci sono lo spread impazzito, che fa crescere gli interessi sul debito, e mille problemi immensamente più complessi di quelli che poteva affrontare una nazione come l’Islanda.

Ma dagli 8mila metri di altitudine in cui mi trovavo il mondo si vede in maniera più chiara e distaccata. Se ne percepisce la forma curva, quasi si intuisce la sua interezza sferica oltre l’orizzonte. E osservando il mondo da così in alto non ho visto altro che mare, rocce, montagne e vallate. Giuro. Nemmeno una traccia dello spread, né del debito, né degli otto mondi paralleli e virtuali che lo sovrasta Il mondo visto dall’alto sembra molto più semplice, lineare e fisico di quello osservato ad altezza del suolo. Vedevo fiumi e città, potevo immaginare il lavoro degli esseri umani nei campi, negli uffici, le chiacchiere nei bar. Ma i flussi di denaro, quelli proprio non riuscivo a vederli né a immaginarli. Giunsi a una conclusione che sul momento mi apparve evidente, e che condividerò a costo di sembrare un novello Don Ferrante: non esistono.

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Indice

  • Prefazione di Loretta Napoleoni
  • Introduzione
  • Capitolo 1 – L’ascesa e la caduta
  • Capitolo 2 – Ribellione
  • Capitolo 3 – Dall’Islanda all’Italia
  • Conclusioni
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Andrea Degl’Innocenti

Andrea Degl'Innocenti

Andrea Degl’Innocenti è un giornalista che si occupa ormai da anni di economia e politica internazionali. Dal 2010 collabora con la testata giornalistica “Il Cambiamento”, per la quale si è spesso occupato delle vicende islandesi. Nell’aprile-maggio 2012 è stato in Islanda per raccogliere materiale e intervistare i protagonisti delle rivolte.

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Per chi vuole approfondire il problema, consigliamo anche la lettura di

http://terzapaginainfo.wordpress.com/2014/01/25/quante-volte-dobbiamo-ripeterlo/

come di tutti gli altri articoli correlati del blog

Il documento

Forse quello che troverete qui scritto, non interesserà a molti, poiché rientra nella mia sfera personale, però lo pubblico per informare ogni cittadino ignaro o “ignorante” come me, che non sa o non ha avuto modo di sapere (decidete voi) di una norma che la legge impone e che tutti dovrebbero conoscere.

Ore 10.00 aeroporto di Roma Ciampino, mi trovo presso la porta d’imbarco, con tutta la famiglia al seguito (mia moglie e due figli minori).
Dopo aver sostenuto la fila d’ingresso in una piccolissima hall di attesa, dove allo stesso tempo si assiepavano circa 1000 persone intrecciate e ammassate tra un imbarco e l’altro (per lo meno 5 contemporaneamente) arrivo alla porta d’ingresso, dove mostro all’impiegato il documento e la carta d’imbarco.
La signorina mi chiede se ho il documento per mio figlio di 8 anni e io gli faccio notare che è sul mio passaporto.
La signorina mi obietta che la normativa è cambiata e che dal 26 giugno scorso, il bambino deve essere munito di documento individuale.

Dapprima credo a uno scherzo, poi mi porta da un funzionario di polizia per avere delucidazioni.
Nel frattempo l’imbarco chiude.
La bile mi sale e il poliziotto in questione mi notifica che purtroppo quel documento (il passaporto) non è più valido, per quanto concerne mio figlio.
Faccio notare all’agente che avevo eseguito regolare check-in online con la Ryanair e che quando avevo inserito mio figlio, con i dati del mio passaporto, come avevo sempre fatto, non mi era stato rifiutato.
Il poliziotto m’invita alla calma ricordandomi che lui è un pubblico ufficiale e facendomi intendere che il mio comportamento avrebbe potuto subire delle conseguenze.
Aggiunge che, questa nuova direttiva, era stata ampiamente divulgata sui media e in tv.

Io gli rispondo che non vedo la televisione da anni e oltretutto penso, che rendere vano un documento (emesso dalla Questura con scadenza 2016, dove io e mio figlio siamo stati regolarmente registrati e accettati) tramite una normativa, meriterebbe, di essere notificato individualmente e non attraverso gli organi di stampa.
Una nuova direttiva europea impone dal 26 giugno 2012 di avere un documento individuale per i minori e invalida quindi l’ammissione avvenuta in precedenza sui passaporti dei genitori.

Mi piacerebbe domandare a voi lettori, in quanti eravate a conoscenza di questa nuova normativa? Naturalmente mi rivolgo a chi già aveva ammesso un minore sul proprio documento, i restanti sicuramente si saranno adeguati, dovendo necessariamente fare un nuovo documento.
Mi scuso ancora per questo personalismo, capisco che molti di voi sono vittime ogni giorno di ben più gravi soprusi.
Perdita del posto di lavoro, aumento tasse, e un sistema europeo dove invece molti non sanno che le regole fiscali imposte, sono dovute all’ingresso in costituzione del Fiscal compact, che con l’obbligo del pareggio di bilancio, contribuisce a eliminare servizi ai cittadini, a chiudere le aziende e togliere posti di lavoro, forse anche questo meriterebbe di essere spiegato nei TG.

Per sapere qualcosa bisogna vedere la televisione, leggere i giornali e ascoltare quindi, perché i politici usano indebitamente i soldi pubblici e poi sono prosciolti, perché Monti è costretto ogni giorno ad applicare normative europee che ci tolgono diritti sul lavoro, tagliano servizi, imponendo lo spending review in modo da salvare la nazione.

Per sapere pertanto, che il mio passaporto con scadenza 2016, per quanto concerne il riconoscimento di mio figlio, non era più valido, lo dovevo apprendere, attraverso i mezzi d’informazione gli stessi che prima m’istruiscono circa i discutibili provvedimenti presi dalle istituzioni e poi, li giustificano a causa del deteriorarsi del quadro macroeconomico.

Vi lascio immaginare la mia reazione, ho chiesto anche l’arresto. Nessuno ha avuto il coraggio di farlo, neanche di fronte alle mie urla ingiuriose, nei confronti di uno Stato che non mi ha tutelato come cittadino, una compagnia aerea che non mi aveva fatto nessuna segnalazione e quindi non mi ha rispettato come cliente, e l’incapacità delle forze dell’ordine presenti, di calmarmi oppure di assumersi la responsabilità di cercare una soluzione.
Potevano rilasciarmi un visto temporaneo? (dovevo andare a Siviglia comunità europea)
Potevano farmi avere un posto in un altro volo? (lasciandomi il tempo di fare un documento, una carta d’identità che per altro ho ottenuto nel giro di un’ora nella mia delegazione di appartenenza)
La legge non “ammette ignoranza” ed io lo sono, specialmente perché certe situazioni si dovrebbero affrontare senza eccessi d’ira, che non fanno bene ai nostri figli, costretti a loro volta ad essere spaventati spettatori e questo è il male più grande della società attuale che ci rende vittime e carnefici allo stesso tempo.

Capisco che avete altro da pensare, lo so che i quasi mille euro persi, per andare ad assistere al matrimonio di un caro amico in Spagna non sono nulla in confronto a quello che ogni giorno v’impongono.
Lo so che molti di voi sono in attesa di un intervento da mesi (personalmente sono 8 mesi che aspetto una chiamata per un intervento di ernia ), lo so che vi hanno messo in cassa integrazione, capisco che quel farmaco che vi serviva non ve lo passano più e siete inferociti, capisco che i vostri figli non trovano uno straccio di lavoro e ciò vi deprime.
Queste situazioni sono molto più gravi dei miei mille euro (circa un mese del mio stipendio) persi, quindi mi rivolgo a tutte le persone che hanno assistito alle mie ingiurie e alle quali ho dato degli omertosi facendogli presente che il loro tacere, di fronte alle altrui avversità, non ripaga, continuare a pensare che finché non tocca a me non mi riguarda, non ci aiuta a essere delle brave persone e dei cittadini consapevoli.

Non mi scuso assolutamente con lo Stato italiano, dal quale ogni giorno di più non mi sento rappresentato, poiché se deve notificarmi un pagamento, me lo invia a casa, mentre se deve invalidare un documento, lascia il compito alla propaganda mediatica.
Non chiederò scusa nemmeno a quei funzionari preposti all’ordine pubblico che non hanno saputo dirmi altro che, “io avrei dovuto sapere”, perchè “la legge non ammette ignoranza”.
Non li perdono perché, nella veste di tutori dell’ordine, non sono stati in grado di prendere una decisione:
-non mi hanno arrestato per oltraggio
-non hanno cercato di calmarmi (mi sarebbero potute scoppiare anche le coronarie, credo che mi abbiano sentito fino a Ciampino città)
– hanno lasciato che continuassi a creare il caos in tutto l’aeroporto senza intervenire.

Questa è l’Italia, ed io ne faccio parte.
Forse solo io non lo sapevo, ma nel caso in cui qualcun’altro non ne fosse a conoscenza, se avete un minore sul vostro passaporto, potete anche strappare quella pagina, tanto non è più valida.

Marco Stugi

http://www.lolandesevolante.net/blog/2012/10/odocumento/

La fuga dei talenti

IL MANIFESTO:

1. Il fenomeno dell’espatrio dei giovani professionisti qualificati dall’Italia è un’emergenza nazionale. Si parte, ma non si torna (se non per assoluta necessità), né si attraggono giovani di talento da altri Paesi. In Italia non esiste “circolazione” dei talenti.

2. L’Italia non è un Paese per Giovani. È per questo che siamo dovuti andar via, o non possiamo a breve farvi ritorno. L’Italia è un Paese col freno a mano tirato, nella migliore delle ipotesi. Un Paese dove la classe dirigente -che si autoriproduce da decenni- ha fallito. All’estero i giovani hanno uguale diritto di cittadinanza delle generazioni che li hanno preceduti.

3. Il processo selettivo all’estero è di gran lunga più trasparente e meritocratico rispetto all’Italia. Anche la quantità di offerte lavorative è maggiore, di migliore qualità e meglio pubblicizzata.

4. Il percorso di carriera all’estero è chiaro, definito e prevede salari mediamente di gran lunga maggiori rispetto all’Italia, soprattutto per giovani neolaureati.

5. All’estero non conta l’anagrafe: puoi ottenere posizioni di responsabilità a qualsiasi età, se vali. Anche a 25 anni.

6. La “raccomandazione” all’estero è trasparente: chi segnala ci mette la faccia e si gioca la reputazione. In Italia è nascosta, premia i mediocri, i “figli-nipoti-cugini di” e i cooptati. Il nepotismo è una piaga nazionale, da debellare anche mediante l’introduzione di uno specifico reato penale.

7. All’estero si scommette sulle idee dei giovani. Le si finanzia e le si sostiene, nel nome dell’innovazione. In Italia -invece- i finanziamenti vanno prevalentemente a chi ha un nome o un’affiliazione.

8. All’estero esiste -in molti casi- un welfare state che sostiene i giovani, per esempio attraverso un reddito minimo di disoccupazione o sovvenzioni per il pagamento dell’affitto. In Italia il Welfare State è quasi interamente “regalato” agli anziani. I giovani sono abbandonati a se stessi, a carico delle famiglie. Il vero “ammortizzatore sociale” nel Belpaese sono le famiglie: lo Stato, la politica, hanno fallito.

9. All’estero esiste il ricambio generazionale: in politica, come in imprenditoria, come nell’accademia o negli altri settori della società civile, le generazioni si cedono il passo, per far progredire la società.

10. Noi giovani professionisti italiani espatriati intendiamo impegnarci, affinché l’Italia torni ad essere un “Paese per Giovani”, meritocratico, moderno, innovatore. Affinché esca dalla sua condizione terzomondista, conservatrice e ipocrita. E torni ad essere a pieno titolo un Paese europeo e occidentale. Ascoltate la nostra voce!

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Festeggiando sul Titanic

Questi sono anni bui, tempi cupi. In questi tempi è diventato difficile parlare, esprimere opinioni, critiche anche se costruttive, ma è ancor più difficile fare anche semplici proposte. Si rischia di essere derisi, offesi, zittiti, isolati, considerati dei polemici e danneggiati anche economicamente.

Mi pervade un senso di profonda delusione, quando in sede di votazione si fa il contrario di quello che la logica ed il buon senso ti chiederebbe di fare, quando alle mie domande mi viene risposto che il consiglio comunale non è la sede per fare domande, per chiedere spiegazioni, per discutere e di passare per gli uffici competenti.

Il mio dovere di consigliere comunale l’ho sentito stravolto, sminuito, svilito. Da buona cittadina ho il dovere di rispettare la mia comunità, ed è per questo che ripeto è un dovere per me non girarmi dall’altra parte, fingere di non vedere o sentire. M’imbarazzerebbe.

Ci troviamo di fronte a scelte sia a livello locale per arrivare a quelle nazionali, ove si evince la volontà di instillare nelle menti la paura con l’unico scopo di resettare ogni altro pensiero. Lo possiamo constatare dall’aumento delle telecamere, dalla chiusura verso tutto o tutti quelli che sono “diversi”.

Leggendo la mole di documenti che in pochissimi giorni ho dovuto visionare, capisco che investimenti sia economici che organizzativi atti a favorire la sana e civile convivenza non sono contemplati: non rilevo nulla per l’integrazione dei giovani, dei bambini, delle donne, degli stranieri, che non dimentichiamo sono anche coloro che badano ai nostri anziani, lavorano in campagna, insomma spesso fanno i lavori più umili, ma spesso creano anche problemi d’ordine pubblico, con molestie, risse, furti ecc ecc.

Tutti noi vogliamo vivere serenamente, senza bambini molestati verbalmente sia a scuola sia sul pulmino, che nel parco pubblico, tutti noi vogliamo che le forze dell’ordine possano intervenire subito e risolvere il problema, ma….

Ricordiamo anche che sempre dalla Vostra documentazione sono solamente 16 i fermi di stranieri e 2 gli accompagnamenti per fototesseramento. Dunque… A Bondeno preferiamo fare feste, cene, sagre, “sganzeghe”, celebrazioni.

Mi fa sorridere perché sembriamo un distaccamento dell’Irlanda tra Eire, suoni d’Irlanda, Bundan e vogliamo fare Local Fest (la fiera di San Giovanni) con costi che ancora non conosciamo, anzi la esorto assessore Saletti a dirci cosa costano tutte queste feste perché la dott.ssa Cavallini mi ha detto di rivolgermi a lei per i conti.

Tutte bellissime iniziative, dai bersaglieri, al 150° all’inaugurazione della caserma, ecc ecc soprattutto se portano vantaggi alla gente di Bondeno in primis. Qual è il ritorno economico o sociale a Bondeno? Dai grossi investimenti sulle sagre o feste o ecc. le varie frazioni o il capoluogo cosa guadagnano? Cosa portano all’anziano, al bambino, insomma al cittadino che paga le sue tasse? Dopo le feste cosa rimane? Forse il ricordo di momenti trascorsi in spensierata leggerezza e semplicità (come dice sempre lei assessore Saletti), e poi?

Lo vorrei leggere e comunicare a gran voce a tutti perché sarebbe un grande risultato. “Grazie a quella festa, sagra o via dicendo, oggi abbiamo: questo nuovo parco urbano, questa scuola restaurata, questi marciapiedi rifatti, questi servizi per malati ed anziani, questi centri giovanili, ecc ecc.

Invece no, chi chiede viene accusato di essere “contro le sagre” di “essere contro la mission del comune”. Quale mission? Ora, vorrei sapere da voi se oltre a festeggiare forse prima non dovremmo pensare a risolvere i problemi quotidiani dei cittadini.

A Bondeno abbiamo una filiale di banca che è la più esposta di tutte le altre sue consociate a livello provinciale e non verso le aziende che piano piano scompaiono o si ridimensionano ma per il credito al consumo delle famiglie. Parliamo di famiglie che ad esempio proprio in questo periodo si trovano alle prese con l’acquisto dei libri di testo, libri che per la scuola dell’obbligo dovrebbero essere gratuiti ma così non è ; infatti per inserire un ragazzino alle medie si spendono mediamente circa €.500,00 ogni anno ai quali dobbiamo aggiungere rette raddoppiate per trasporti scolastici extraurbani, servizi di dopo scuola che non sono garantiti per sempre e per tutti in quanto solo al raggiungimento di un numero e via dicendo.

Gli anziani vivono isolati nell’ex ospedale, i cari defunti riposano in cimiteri a volte fatiscenti, i disabili faticano a circolare per strada, i bambini non hanno aree verdi ed attrezzate a sufficienza, sicure, chiuse, le zone industriali hanno servizi di viabilità pessimi e senza adsl, vado avanti? Ma noi festeggiamo!

L’assessore Saletti dice che le sagre sono un valore aggiunto, sicuramente avrà ragione, ma allora mi domando: come mai abbiamo perso il Misen? L’assessore Poltronieri riferisce che tutte queste feste hanno una base culturale, servono per divulgare la cultura nel nostro territorio, allora mi chiedo: come mai dai Vostri documenti si evince che nel museo di Stellata nessuna scolaresca del comune di Bondeno è andata in visita? Forse perché non è vero che il popolo celtico si è insediato qui a Stellata o Bondeno? Magari sul delta del Po si…

Rilevo frazioni di serie A e altre di serie C2 per mole di investimenti ed interventi, ma non sulle sagre ma sui servizi ai cittadini come ad esempio la viabilità, verde pubblico, trasporti. Scortichino, Pilastri, Stellata sono sicuramente nella prima classifica ed il resto lo lasciamo in C2… Come mai?

Meglio chiarire. Bene per queste frazioni, ma bisogna essere equi, la famosa coperta corta andrebbe suddivisa un po’ per tutti perché non deve essere grazie a quanti voti porta la frazione al politico “padrino o madrina” del luogo che il cittadino deve avere vantaggi, ma dal fatto che come gli altri paga le tasse.. .

Dunque tornando all’inizio del discorso mi torna in mente sempre la stessa domanda: PAURA, PAURA, PAURA e FESTE FESTE FESTE?

Che strano… Tutto mi fa pensare al Titanic mentre stava affondando, quando il capitano diede ordine all’orchestra di continuare a suonare. Fare finta di niente. Niente panico. Non creiamo allarmismo! Sono morti tutti….

In questi ultimi mesi proprio questo atteggiamento ha lasciato nella totale disinformazione molte famiglie anche i famosi bondenesi storici come da Voi chiamati, perché si è asserito che informare=allarmare. No, è quanto di più sbagliato possiate fare. I cittadini devono sapere che siamo alla frutta che non ci sono soldi, che i servizi sono a rischio, che le scuole sono in ginocchio.

Paura che ci sia la ribellione? Paura di perdere l’amato seggio? L’amata poltrona alle prossime elezioni? Allora siete Voi che avete PAURA e per farci credere che tutto va bene FESTEGGIATE! Forse è un modo per esorcizzare la paura senza far pensare a come risolvere il problema? I cittadini, tutte le persone di buona volontà, quelli che pagano o hanno pagato per anni, hanno il diritto ed il dovere di sapere che dobbiamo “tirarci su le maniche” e lavorare insieme per risollevare le nostre sorti.

Andiamo nel dettaglio.

STOP AGLI SPRECHI: cominciamo con i rifiuti che invece di diventare una fonte di guadagno, l’amministrazione contravvenendo ad una delibera comunale, continua a trattare come fonte di spesa. In questi uffici fate la raccolta differenziata? Usate carta e 3 toner riciclati, avete pannelli fotovoltaici, avete dotato tutti gli edifici pubblici di adsl, fotovoltaico, solare termico? NO! C’è una commissione che vigila e sanziona le ditte che hanno in appalto la costruzione degli edifici pubblici/opere pubbliche? Possibile che una scuola media NUOVA inaugurata in fretta e furia nel 2005 cada a pezzi? Possibile che necessiti di verifiche strutturali? Possibile che sia necessaria una manutenzione straordinari alla nuova caserma della protezione civile/vigili del fuoco, non ancora inaugurata? Ma chi paga? Noi! Ma non si deve dire…crea allarmismo….mangia voti….mangia soldi…. Utilizziamo metodi obsoleti e costosi per la registrazione dei consigli comunali e la loro divulgazione. Non facciamo manutenzione al bene pubblico che porterebbe a grandi risparmi,conservando, come si fa nelle nostre case, ma si preferisce sostituire quando rotto e ancora una volta vi porto ad esempio il porticato nuovo della materna statale di Via Granatieri che a causa dell’incuria è letteralmente in parte crollato e poi completamente rimosso, lasciando senza un filo di ombra i bambini e con preventivi di tutto riguardo per ricostruirlo: anno di costruzione 2000!

Ma noi festeggiamo, e se negli emendamenti si chiede di spostare i soldi dalla realizzazione delle cucine delle sagre alle case popolari, alle scuole, agli anziani, allora ci rispondete che noi siamo contro le sagre.

Mi pare troppo…. Questi sono anni bui, tempi cupi, ma verranno sicuramente ricordati per le feste e le “sganzeghe” non da ultima quella in piazza con una tensostruttura che poteva essere evitata visto che si pagano fior di quattrini ogni anno per l’affitto di un centro fiera proprio dove fare le feste e sagre.

Come mai? Qual è allora la Vostra “mission” come amate ricordare?

Bondeno, 29/09/2011

Intervento in consiglio comunale.

Cristina Tralli

Consigliere indipendente PD .

Grandi manovre

GIA’ SIAMO IN CRISI, MA LE MANOVRE ECONOMICHE 1, 2 E LE ALTRE CHE VERRANNO L’AGGRAVERANNO.

Tutte queste manovre stanno gettando i presupposti per una ulteriore svendita dei beni italiani: la riserva d’oro italiana, la quarta per grandezza al mondo, grandi imprese pubbliche ancora in mano allo stato, alcune delle quali già privatizzate parzialmente, le imprese municipalizzate, quelle che danno sempre grandi profitti, come la raccolta dei rifiuti, o la distribuzione dell’acqua.

Stiamo attenti, che in certi paesi, per esempio in Bolivia la privatizzazione dell’acqua arrivò al punto che ai boliviani più poveri non solo venne negato l’allaccio all’acqua potabile ma vennero costretti a pagare, anzi prepagare per riempire alla fonte i secchi d’acqua.

Per poter prelevare l’acqua alla fonte, tramite un secchio, dovevano prima aver pagato la quota prevista.

A tutto questo vanno aggiunti i beni del demanio pubblico, che fanno gola a molti privati.

Qualcuno (povero illuso) dirà che sulla base delle attuali leggi non è possibile vendere i beni del demanio.

Tutti hanno parlato dei tagli e delle nuove tasse, ma nessuno ha messo in evidenza ciò che di losco, veramente losco si nasconde nella finanziaria.

Invito a leggere il comma 18 dell’articolo 10 della Legge 111 del 15/07/2011.

Il comma in questione recita esattamente: “I crediti, maturati nei confronti dei Ministeri alla data del 31 dicembre 2010, possono essere estinti, a richiesta del creditore e su conforme parere dell’Agenzia del demanio, anche ai sensi dell’articolo 1197 del codice civile”.

Dalla lettura sembra intendersi che i debiti che ha lo stato (che al momento ammontano complessivamente a circa 1.900 miliardi di euro, possono essere estinti, quindi pagati su richiesta del creditore.

Qui sorge il primo problema: un creditore si presenta allo stato (al ministero) e chiede il saldo dei debiti.

Lo stato (il ministero), in base a questo comma li estingue.

Ma con quali soldi o come paga il creditore? Dato che il comma prosegue con la dicitura “su conforme parare dell’Agenzia del demanio” si intuisce che i debiti potranno essere estinti su richiesta del creditore cedendo beni del demanio; se non fossimo in presenza di beni del demanio non ci sarebbe stato bisogno del parere della sua Agenzia.

Il comma conclude rimandando all’articolo 1.197 del codice civile, che a sua volta recita: “Il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore consenta (1320). In questo caso l’obbligazione si estingue quando la diversa prestazione è eseguita. Se la prestazione consiste nel trasferimento della proprietà o di un altro diritto, il debitore è tenuto alla garanzia per l’evizione e per i vizi della cosa secondo le norme della vendita (1483 e seguenti, 1490 e seguenti), salvo che il creditore preferisca esigere la prestazione originaria e il risarcimento del danno. In ogni caso non rivivono le garanzie prestate dai terzi”.

Quest’articolo del codice civile è tirato in ballo per giustificare il fatto che il creditore che ha prestato soldi allo stato, invece di ricevere i soldi, possa ricevere una prestazione differente, ossia un bene del demanio.

Il codice civile dice che se una persona contrae un debito in denaro non può liberarsi del debito restituendo cose differenti dal denaro, anche se fossero cose di pari valore o di valore superiore, salvo che il creditore sia d’accordo.

Praticamente con questa finanziaria a parte i tagli e l’aumento delle tasse si stanno dettando i presupposti per poter pagare i creditori con un bene del demanio, una spiaggia ad esempio.

L’attuale governo, qualche tempo fa non aveva pensato ad esempio di fare cassa dando in concessione le spiagge? L’idea venne ritirata per la diffusa avversione dell’opinione pubblica.

Oggi tale possibilità è stata introdotta nel silenzio più assoluto dei media ufficiali.

La cosa si presenta in maniera ancora più losca perchè la norma in questione sembra aprire la strada ad una trattativa diretta tra debitore e Stato (ministero), eliminando anche la regola dell’offerta più vantaggiosa, essendo necessario il solo parere favorevole dell’agenzia del demanio.

Io credo che siamo di fronte alla privatizzazione del patrimonio artistico e paesaggistico del Belpaese.

Il fine ultimo del debito pubblico è l’appropriarsi, da parte di ristretti e potenti gruppi economici, di imprese, beni e patrimoni dello stato.

Il privato, per quanto economicamente molto potente, mai sarebbe riuscito ad appropriarsi di determinati beni pubblici senza la scusa del debito pubblico.

Solo la scusa di un enorme e impagabile debito pubblico può portare perfino alla vendita ed alla svendita dei beni del demanio pubblico, perché l’opinione pubblica non si oppone, anzi finisce per favorire azioni del genere, pena la necessità di sborsare di tasca propria ulteriori tasse.

Inoltre, ci sono imprese in cui nessun privato, neppure il più potente potrebbe mai pensare di entrare.

E’ sufficiente pensare alla costruzione della capillare linea ferroviaria o la capillare linea telefonica.

In Italia, quando si iniziò a costruire la linea ferroviaria nessun privato avrebbe mai potuto pensare di costruirla.

Così come nessun privato sarebbe stato in grado di realizzare la Telecom.

Queste imprese colossali è in grado di realizzarle solo lo Stato, avendo la possibilità di trovare gli enormi finanziamenti necessari attraverso i crediti garantiti dallo Stato.

Come si arriva alla vendita o meglio alla svendita della Telecom? Una volta che lo stato ha terminato l’opera ed è un’opera che da frutti, grossi guadagni, il privato riesce ad entrarne in possesso grazie al problema del debito pubblico.

Quando il debito è enorme, impagabile, lo Stato deve vendere le proprie imprese e tutto quanto ha disponibile.

Il gruppo economico interessato all’acquisto, per poter entrare in possesso dell’impresa pubblica in questione, o meglio controllare totalmente l’impresa non deve neppure sborsare l’intera quota, essendo sufficiente, in una società per azioni, essere in possesso della quota di maggioranza.

Il problema dell’Italia è dunque grave, dato che ha debiti accumulati per 1.900 miliardi di Euro, che rappresentano il 120% del PIL, quota destinata a crescere.

Con le manovre in atto si finirà per: aumentare il fallimento delle imprese o accelerare la fuoriuscita delle imprese dall’Italia, verso quei territori che permettono maggiori guadagni; aumenterà la disoccupazione; diminuiranno gli introiti sia diretti che indiretti.

Conclusione: il PIL si contrae, il debito aumenta percentualmente sul PIL, ma continuerebbe ad aumentare anche se il bilancio fosse in pareggio per via dell’aumento degli interessi sul debito, che continuano a crescere.

L’alto debito pubblico è dunque la giustificazione per svendere quanto è rimasto da svendere e perfino, come visto, si cederanno i beni del demanio pubblico, fino alla cessione delle imprese municipalizzate, quindi alla privatizzazione dell’acqua e non ci sarà nessuna opinione pubblica contraria.

E’ già successo, anche in Italia, negli anni novanta e succederà ancora.. si stanno dando tutti i presupposti.

Tra l’altro la reazione degli italiani è ormai compromessa da decenni di instupidimento operato della televisione privata.

Ovviamente sto parlando di reazione immediata.

Successivamente, quando l’italiano si ritroverà non solo privato di una fonte di reddito, derivante dal lavoro, ma anche di quei meccanismi di protezione e di assistenza che allo stato attuale gli impediscono di rendersi conto del problema cui stanno andando incontro (pensione, sanità, educazione..), necessariamente spinto dai rimorsi della fame saranno costretti a ribellarsi.

Oggi l’italiano non protesta perchè comunque ha la pancia piena, grazie alla pensioni delle generazioni passate, ai risparmi del passato, all’assistenza sanitaria gratuita..; ma tutto questo sta per terminare.

Necessariamente si va incontro ad esplosioni sociali, come ci insegna la storia.

Naturalmente quando le esplosioni sociali saranno forti, il ricorso alla dittatura sarà inevitabile.

Solo un regime forte, dittatoriale, fascista può operare una dura repressione, non certo una democrazia, sia pure solo formale come quella italiana.

Ricordiamo un attimo il passato recente: l’Italia aveva un grande patrimonio costituito dalle imprese pubbliche ed aveva l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, che gestiva le imprese pubbliche.. per anni una delle più grandi aziende del mondo, oggi diremmo multinazionale, superata solo da alcune multinazionali statunitensi.

Ancora nel 1992 era l’azienda con il maggior fatturato, equivalente a circa 40 miliardi di Euro e nel 1993 era ancora al settimo posto al mondo per fatturato.

Le aziende dello Stato, le aziende IRI, facevano profitto ed erano ovviamente molto appetibili dal grande capitale.

Le imprese pubbliche non solo producevano, vendevano e davano lavoro, ma erano anche fonte di introiti per lo stato.

Come si giustificò la sua vendita o meglio la svendita? Semplice: si disse che l’Italia aveva il grosso problema del debito pubblico e per ridurlo era necessario vendere qualcosa.

Ovviamente il privato non compra carrozzoni, imprese che danno perdite, ma solo imprese che fanno guadagnare, soprattutto se fanno guadagnare molto.

Per poterle vendere (o per meglio dire per poterle comprare con lo sconto, diciamo così, o al prezzo più basso possibile) era necessario farle apparire come imprese in crisi.

A capo della gestione delle imprese pubbliche italiane venivano posti gli amici o gli amici degli amici del grande capitale interessato ad acquistare; questi illustri gestori della cosa pubblica al fine di imporre la tesi che le imprese statali andavano vendute perchè allo stato non apportavano benefici, facevano di tutto per creare queste perdite.

Conclusione: grazie a queste manovre tese a svalorizzare le imprese pubbliche, il grande capitale potè acquistare le migliori imprese italiane a prezzi di svendita.

Dunque, l’Italia vendeva perchè aveva bisogno di ridurre il debito pubblico ed allo stesso tempo faceva dei grossi affari – ci dicevano – perchè si stavano vendendo dei carrozzoni che davano solo perdite e tutti erano felici e contenti.

Quando mai il capitale privato acquista carrozzoni? L’Italia vendette i suoi gioielli e momentaneamente, grazie ai quattro soldi di questa svendita, ridusse per quegli anni il debito pubblico.

Negli anni successivi, dato che la politica non è mai cambiata (ossia ha continuato a macinare deficit di bilanci) ed allo stesso tempo sono mancati gli introiti delle imprese pubbliche svendute, il debito è velocemente salito a circa il 120% del PIL ed il futuro è irrimediabilmente compromesso.

I politici di turno hanno continuato a gestire la cosa pubblica esattamente come prima, spendendo più di quanto avessero a disposizione, ossia creando annualmente dei deficit, coperti ovviamente con nuovi debiti (i Buoni del tesoro o Bond per la sua sigla in inglese).

Tra l’altro la recente nata Unione Europea, al servizio unicamente del grande capitale, imponeva che si continuasse a vivere facendo deficit; infatti, con la regola che il deficit non potesse superare il 3%, stava dicendo che gli stati potevano e dovevano spendere più di quanto avessero a disposizione, altrimenti se avesse voluto bilanci senza deficit, avrebbe imposto la regola del pareggio di bilancio.

Lasciando liberi gli stati di accumulare annualmente un 3% di debiti, la UE e chi stava dietro sapeva benissimo che in dieci anni gli stati si sarebbero ritrovati con deficit minimi del 30%, da aggiungere a quelli pregressi.

A questo si aggiunge il fatto che praticamente nessuno stato rispettava tale regola, ossia tutti sforavano tranquillamente il tetto del 3%, presentando alla UE bilanci truccati, che tutti sapevano essere truccati.

In questo modo si è favorito il debito pubblico, che non è un problema di alcuni stati, come vogliono farci credere i giornali di regime, ma di tutti gli stati della UE.

Anche stati considerati solidi (sic!), come la Germania o Francia, che 10 anni fa presentavano debiti inferiori al 50%, con la regola imposta dalla UE hanno finito per ritrovarsi con debiti dell’80% o più.

Continuano a dirci che l’Europa si divide in due: l’Europa degli stati del nord, opulenti, con politici capaci e probi e quindi meritevoli di restare nell’area Euro; l’Europa dei, PIGS (dei maiali), degli stati del sud, con deficit spaventosi, politici corrotti, che non meriterebbero di restare nell’area Euro.

E’ assolutamente vero quello che si dice dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna; ovviamente la I ben potrebbe identificarsi con l’Irlanda, stato del nord, fino a pochi anni fa esaltato come modello di stato capitalista), ma è altrettanto vero che gli stati del nord sono ugualmente nei guai (ad essere sinceri sarebbe più opportuno utilizzare una ben nota parola di cinque lettere che a qualcuno apparirebbe una volgarità).

La verità, dunque, è che tutti gli stati sono in fallimento, compresi quelli del nord: il fatto di avere debiti inferiori agli stati del sud, significa solo che stanno meglio degli stati del sud, ma ugualmente sono sulla soglia del fallimento.

Ovviamente l’Italia è tra i paesi con i problemi più gravi e difficilmente risolvibili, a meno che non si adottino determinate politiche già sperimentate in altre latitudini, in America Latina.

Tutto sembra indicare che l’Italia non ha un futuro molto roseo davanti e se crolla l’Italia, ossia fallisce, ossia arriva il giorno in cui il Ministro delle Finanze di turno deve dire al mondo “Signori non possiamo pagare i nostri debiti”, crolla inevitabilmente tutta l’Europa.

Tutti abbiamo assistito alla farsa (destinata a sfociare in tragedia) del salvataggio greco, di un piccolo paese; se il problema dovesse toccare un grande paese come l’Italia, la fine dell’Europa sarebbe inevitabile.

E non dimentichiamo l’altra grande farsa che si è consumata dall’altra parte dell’Atlantico.

Che l’accordo sia stato solo una farsa si intuisce analizzando le cifre.

Molti non hanno capito che non si tratta di una crisi congiunturale, ma strutturale ed alla fine tutto l’occidente (Stati Uniti ed Europa) ne uscirà fortemente ridimensionato, con la possibilità che l’area Euro vada incontro ad una disgregazione, cosi come gli USA potrebbero cessare di esistere come stato unitario; come previsto da Igor Panarin nel 1998.

Ovviamente dire tracollo dell’occidente non significa la fine del sistema capitalistico, che ha ancora ampi margini di crescita e di fatto sta crescendo in zone del mondo, dove fino a qualche anno fa sembrava di essere in pieno medio evo. Il tracollo, ovvero il forte ridimensionamento riguarderà l’Europa occidentale, gli USA ed ovviamente Israele, stato che esiste ed esisterà solo fino al giorno in cui esisterà la protezione degli Stati Uniti. http://attiliofolliero.blogspot.com

NOTA: Il blog è stato rimosso; trovate notizie dell’autore sul suo sito http://www.folliero.it/01_attilio_folliero/attilio_folliero.htm

Appunti di economia

Ripubblichiamo oggi questo articolo uscito a ferragosto,  perché, oltre ad essere ancora attuale, si rivela profetico.
NON SI PA’! Appunti di lettura sulla manovra e sul commissariamento dell’italia

di Girolamo De Michelethe new yorker.jpg

Praise be to Nero’s Neptune
The Titanic sails at dawn
And everybody’s shouting
“Which Side Are You On?”
(Bob Dylan, Desolation Row)

Ricordate il film Titanic?
Ricordate cosa succede, quando la nave comincia ad andar giù e il comandante realizza che non c’è possibilità di salvezza?
I viaggiatori di terza classe vengono imprigionati nella stiva, dietro le cancellate chiuse, e destinati a fare la fine del topo. È la condizione che permette ai signori della prima classe di salvarsi, dal momento che non ci sono abbastanza scialuppe per tutti.
Ogni volta che vi dicono che “siamo tutti sulla stessa barca”, dovreste ricordarvi di quella scena. E del brindisi che fanno gli scampati, come ci ricorda la copertina dell’ultimo numero di “The New Yorker”.

Ad esempio, adesso, in questo agosto 2011. La crisi ha impresso una svolta ineludibile: così ci dicono. Il governo italiano è stato sostituito da un governo tecnico sovranazionale (da un “podestà forestiero”) il cui garante, o forse addirittura premier, sembra essere il tecnico bypartisan Mario Draghi: così dice il tecnico bypartisan Mario Monti [qui]. I provvedimenti per raggiungere il pareggio del bilancio, anticipando la modifica dell’art. 81 della Costituzione, non hanno alternative: così ci dice l’ex ministro derubricato a destinatario delle missive del governo tecnico sovranazionale Giulio Tremonti. E poiché siamo tutti sulla stessa barca, i sacrifici sono uguali per tutti: così ci dicono.
Beh, non è vero: ci stanno mentendo. A partire dai due tecnici bypartisan Monti e Draghi, che hanno nascosto finché è stato possibile farlo lo stato reale dell’economia nazionale e globale (e già qualche economista comincia a farsi sfuggire di bocca che la crisi è iniziata ben prima del 2008). Loro, come i loro colleghi europei e americani.taglio_agevolazioni.jpg Per rendersene conto basta ragionare sui “tagli lineari” alle detrazioni Irpef e all’Iva, che in apparenza colpiscono tutti nella stessa misura. In realtà, come mostra il grafico a sinistra, il decimo più povero della popolazione sarà penalizzato di quasi il 6% di reddito, mentre il decimo più ricco appena dell’1%. Ma c’è il “contributo di solidarietà”, dicono. Che riguarda meno del 10% della popolazione. Andiamo a vederlo: un galantuomo che intraprende e porta a casa un reddito di 120.000 € verserà in solidarietà il 5% dell’eccedente di 90.000 €, cioè 1.500 €, corrispondenti all’1.25% del proprio reddito, che aggiunto all’1% di Irpef e Iva rimodulate fa il 2.25%; per un reddito di 150.000 €, il contributo di solidarietà è di 3.000 €, cioè del 2%, che aggiunti a Irpef e Iva fanno il 3%: a fronte del quasi 6% del pensionato, del precario. Per arrivare al 5% bisogna cercare, e trovare, un reddito di 200.000 € (posto che esista uno che un simile reddito lo dichiari per intero): non sentite il rumore dei lucchetti che cominciano a chiudersi attorno alle cancellate?
Potremmo continuare: ma criticare le modalità della manovra è cosa tanto facile che ci riesce persino Bersani da solo, senza bisogno di leggere i testi scrittigli da Crozza.

Chiediamoci piuttosto: in che senso siamo “un paese commissariato”? In cosa consiste il debito nel quale siamo all’improvviso sprofondati? Ed è proprio vero che non c’è altra via d’uscita, se non decidere dove e come tagliare?

Nel suo editoriale sul “Corriere della sera”, Mario Monti ha detto con estrema chiarezza che «Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un “governo tecnico”. Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico sopranazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». Come in Grecia, al governo scaturito dalla volontà sovrana degli elettori (concedeteci l’ironia del rispetto delle forme) si è sostituito un governo che non tiene conto della volontà popolare, né intende risponderne. Stendendo un velo pietoso sulla rivendicazione della salvezza della “primazia della politica” (nel senso che Draghi, Trichet e Junker hanno il buon gusto di lasciare ai nostri governanti la firma sulla finanziaria per l’Italia che ci mandano per lettera riservata?) notiamo che quando la crisi investì la Grecia, e il vicino ellenico sembrava buono per esercizi di accademia politica, questi erano i toni usati da alcuni leader politici – ad esempio Nichi Vendola, che oggi parla più prudentemente di «aprire un negoziato sui vincoli dell’Europa monetaria” come risposta al «commissariamento globale» delle istituzioni politiche europee: una sproporzione tra diagnosi e cura che lascia interdetti almeno quanto gli appelli allo sciopero generale come unica risposta da parte di chi, come Susanna Camusso, ha lavorato con metodo e merito al depotenziamento dello sciopero in uno sciopericchio di testimonianza. Ma una cosa è vera: questo commissariamento non è un fatto di oggi, e neanche di ieri o ieri l’altro: è il dato della crisi dell’autonomia politica al tempo del capitalismo finanziario e della crisi globale. Così, come cura per la crisi causata dal capitalismo finanziario, si propongono i capisaldi del capitalismo finanziario stesso: contratti in deroga, libertà di licenziamento, abrogazione di fatto dello Statuto dei Lavoratori. A voler concedere il beneficio dello stato di minorità (non è mica un’esclusiva di Renato Brunetta), la linea Sacconi-Tremonti è la malattia di cui crede di essere la cura.

Ma in cosa consiste questo intreccio perverso tra debito e crisi? Nell’incravattamento delle amministrazioni pubbliche, nazionali e locali, mediante un sistema di debiti contratti attraverso l’emissione di titoli finanziari. Tra i quali spiccano i “titoli derivati”, uno strumento perverso che ha causato il naufragio della Grecia, i cui governi di centro-destra per dieci anni, “persuasi” dagli emissari della prima banca finanziaria mondiale, la Goldman Sachs, hanno porto il collo alla cravatta dell’indebitamento progressivo. I titoli derivati, infatti, sono una sorta di tavolo da gioco al quale il banco vince sempre, e i giocatori possono solo perdere: come spiegava una puntuale inchiesta di “Report”, alla quale senz’altro rimandiamo (e sulla quale ritorneremo). Allo stato attuale, i derivati costituiscono al tempo stesso la causa del debito (stante i crescenti interessi che maturano) e la causa della crisi: le banche, infatti, hanno le casse piene di “titoli tossici”, cioè inesigibili, e non immettono liquidità sul mercato [vedi qui] – cioè non svolgono la loro funzione, che dovrebbe essere quella di finanziare gli investimenti produttivi per far ripartire l’economia. Il che non è detto che sia un male: la cosiddetta speculazione finanziaria internazionale, cioè in concreto i possessori di titoli finanziari (la speculazione è un’azione, non un soggetto), in questi giorni di lacrime e sangue stanno abilmente lucrando sui flussi di borsa, traendo profitto dalla minaccia di insolvenza: come in Una poltrona per due (chissà se questo Natale sarà rimandato in onda?), aspettano che le borse crollino per comprare a prezzi stracciati, e rivendono il giorno dopo quando il valore delle azioni risale. Su è giù per le montagne russe delle borse mondiali, Goldman Sachs (già sentita, vero?) ha guadagnato nell’ultimo mese abbastanza da superare, per possesso di liquidità, la Federal Reserve.

Andiamo avanti. Chi ha in mano i flussi economici globali? Secondo Andrea Fumagalli (che in questa torrida estate sta conducendo, su Uninomade e Precaria, una puntuale serie di analisi sulla crisi, mentre i suoi più rinomati colleghi si dedicano all’analisi dei prezzi della buvette di Palazzo Madama e Montecitorio, roba grossa), «oggi, non più di dieci Società d’intermediazione mobiliari (il cui acronimo, comunemente utilizzato – Sim – richiama, in modo ovviamente del tutto accidentale, quello di Stato Imperialista delle Multinazionali, usato dalle Brigate Rosse negli anni ‘70) controllano tra il 60% e il 70% del totale dei flussi finanziari in circolazione e il cui ammontare in valore è pari a circa 12 volte il Pil mondiale. Il restante 30-40% è in massima parte detenuto da banche e assicurazioni (oggi sempre più interrelate con le stesse Sim) e da Stati sovrani (quali Cina, India, paesi europei, ecc.). La quota di attività finanziarie mondiali detenuto da singoli risparmiatori è risibile e irrilevante» [qui].
Quanti ai titoli derivati, «nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività , con il 50% detenuto da 64 banche e il rimanente 50% diffuso tra le 11.837 rimanenti banche di minor dimensione. I dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citibank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citicorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati: Swaps sui tassi di cambio, i Cdo (Collateral debt obligations) e i Cds (Collateral defauld swaps)» [qui].

goldmanTower.jpgNotate niente? Sì, avete visto bene: c’è di nuovo la Goldman Sachs, «la Spectre che gioca con i derivati sui destini del mondo assoldando e prezzolando tutti (o quasi)» [qui]. Caratteristica di questa banca è la sede nel New Jersey [a destra]: un grattacielo a forma di supposta piantato in mezzo al niente, che dice molto delle relazioni che i signori della GS intraprendono col mondo. Un ex presidente della GS, Jon Corzine, è stato fino all’anno scorso governatore del New Jersey: lo Stato della famiglia Soprano. Come ex dirigenti GS erano due passati segretari al tesoro del governo americano, Robert Ruby (sotto Clinton) e Henry M. Paulson (sotto G.W. Bush). Come, per venire in Italia, a diverso titolo sono stati sul libro paga della GS Mario Draghi (vicepresidente), Mario Monti (International Advisor) e Gianni Letta (membro dell’Advisory Board). E per non farsi mancare niente, anche Romano Prodi e Massimo Tononi (sottosegretario all’economia nel 2006) sono stati retribuiti a diverso titolo dalla GS.
Per non essere da meno, la J.P. Morgan si è limitata a un solo consulente: ma importante. L’ex ministro Linda Lanzillotta, moglie di Bassanini e co-fondatrice dell’API assieme a Rutelli, è stata infatti per 5 anni consulente di questa banca: il suo compito era spiegare ai futuri cravattari che avrebbero strangolati con i derivati i maggiori comuni italiani (a partire da Milano e Torino) i funzionamenti e le dinamiche degli enti locali italiani. Curiosamente, di questa attività di consulenza non c’è traccia nelle biografie dell’on. Lanzillotta: se ne ha notizia solo grazie alla puntata di “Report” già citata.

Ecco lo spessore dei detentori del debito finanziario globale: i Soprano della finanza mondiale, in tutti i sensi.

E adesso andiamo a guardare il debito pubblico italiano: sarà il caso di sapere a chi in questi tre anni di sacrifici abbiamo dato i soldi sottratti alla scuola, ai servizi sociali, ai posti di lavoro, alla sanità. A chi andranno i 45 miliardi di euro della manovra Berlusconi-Tremonti-Sacconi (leggi: Draghi-Trichet-Monti-Napolitano)? A chi paghiamo gli interessi sul debito pubblico?
Con estrema tempestività la Banca d’Italia ha appena pubblicato il Supplemento n. 42 – 12 agosto 2011: “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” [scaricabile qui], dal quale traggo questi dati (tabella n. 5). Su un totale di 1.843.015 € di debito delle amministrazioni pubbliche (Stato ed enti locali), il debito riferito a titoli di vario tipo è di 1.548.601 €, così ripartito:

Banca d’Italia: 66.425 (4.29%) titoli_italia.jpg
Banche e Ist. Finanziari e monetari: 499.245 (32.23%)
Altri residenti (famiglie, e soc. non finanziarie): 176.868 (11.42%)
Detentori esteri: 806.063 (52.05%)
Totale: 1.548.601

Più della metà del debito pubblico italiano è in mano a quei signori di cui parlavamo sopra, o a società off shore con sede in paradisi fiscali – e che quindi non versano al fisco neanche quel 12.5% di imposta sulle rendite finanziarie, che diventerà 20%, ma solo dal prossimo gennaio (diamo tempo ai residenti di trasferire la sede all’estero). Se a questi aggiungiamo gli istituti finanziari di vario genere con sede in Italia, scopriamo che il debito pubblico è per quasi l’85% in mano a quegli stessi speculatori che in nome del libero mercato e della libertà d’impresa sono la causa dell’attuale crisi. Il messaggio vagamente terrorista, che parla di un debito per ogni italiano di 33.000 €, è palesemente falso.
Su questo debito, lo Stato paga in interessi una cifra compresa tra i 75 e gli 80 miliardi di euro all’anno. Più della metà dei quali (cioè un’intera finanziaria biennale come quella attuale) agli speculatori esteri. In linea di principio, il miglioramento del bilancio e le maggiori entrate fiscali dovrebbero far diminuire questa voce di spesa, che è la vera origine dei dissestati bilanci nazionali.
Purtroppo non è così.
Se è infatti vero che dovrebbero diminuire i titoli sui quali lo Stato paga gli interessi, è altrettanto vero che gli interessi sono destinati a salire perché è in forte ascesa il tasso d’interesse di riferimento, l’Euribor (acronimo di EURo Inter Bank Offered Rate, tasso interbancario di offerta in euro) – sul quale, per inciso, vi calcolano il mutuo sulla casa. Che era al 0.70% (trimestrale) il 12.12.2009, all’1.01% al 12.12.2010, ed è oggi, giorno di ferragosto del 2011, all’1.54. EuriborChart.jpgMentre per il tasso della BCE, attualmente all’1.50%, si prevedono ulteriori aumenti che dovrebbero portarlo al 2% al nuovo anno, e al 3% nell’anno successivo. In altri termini, siamo usciti da quel felice ma momentaneo periodo in cui i tassi di interesse erano al loro minimo storico. Come mostra il flusso dei loro andamenti [a sinistra], un tasso d’interesse al 5% non è in alcun modo un’ipotesi catastrofista: è una possibilità reale.

Di nuovo, siamo in presenza di una dinamica che vorrebbe essere la cura di quella malattia che essa in realtà è: i provvedimenti presi aiutano le dinamiche del capitalismo finanziario, che sono all’origine della crisi – per meglio dire, sono esse stesse la crisi.

Questo rende piuttosto surreale il dibattito su una finanziaria “giusta”, o “alternativa”, o “equa”: se non nei termini di una disputa su chi – Tremonti? Draghi-Monti? Bersani? – si candida a gestire i diktat della BCE.
Intendiamoci: sarebbe certo apprezzabile una imposta patrimoniale. A condizione di sottolineare che non si tratta di “prendere ai ricchi”, perché la ricchezza che, attraverso l’imposta sui patrimoni, si andrebbe a prelevare è prodotta dal lavoro vivo, dalla cooperazione sociale (vogliamo dire, se la cosa non sembra troppo marxista: dal General Intellect messo al lavoro?) in origine, e poi espropriata dal galantuomini che intraprendono e convertita in beni e patrimoni. Ma una volta prelevata questa ricchezza che il capitale sottrae al lavoro vivo, materiale o immateriale che sia: che ne facciamo? La togliamo a Tronchetti Provera, o a Berlusconi, o alla famiglia Agnelli, per darla… alla Goldman Sachs? Alla JP Morgan? Alle finanziarie off shore?
E soprattutto: togliamo ai ricchi per dare ai ricchissimi, allo scopo di aiutare il capitale finanziario a galleggiare sull’onda di una crisi che è la vera natura del capitale? Il capitale, ricordava ancora il vecchio Marx, non “è in crisi”: il capitale “è crisi”, e come tale genera quelle condizioni di instabilità che sono la ragione stessa della propria rendita. Come la precarizzazione dell’esistenza, ancor più che del lavoro: che non è un incidente di percorso, o una momentanea stortura, ma l’essenza stessa del capitale. I provvedimenti che la BCE ha imposto all’Italia non faranno che accrescere quei tratti della vita e del lavoro – materiale o immateriale, intellettuale o manuale che sia – che sembrano ormai caratterizzare l’esistenza di ognuno: «totale sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di vita, indistinzione tra produzione e riproduzione, centralità sempre più accertata del lavoro di cura, precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro salariato, integrazione dentro il lavoro salariato di forme di produzione non retribuite e che eccedono il tempo di lavoro, difficoltà a mantenere spazi di autodeterminazione, di soggettivazione e di messa in comune delle esperienze, impossibilità quasi totale a mantenere un senso prospettico, aperto, del proprio tempo di vita ecc., sembrano ormai caratterizzare la vita di ognuno, sullo sfondo del nuovo regime biopolitico di accumulazione» (traggo questo elenco dal libro di Cristina Morini Per amore o per forza]. È bene essere chiari: non c’è generazione, classe, genere, ceto, segmento della società che sia immune da questa cartolarizzazione delle speranze, delle aspettative, dell’intera vita, nella quale ciò che dovrebbe essere un diritto diventa una virtualità, un’opzione, nel migliore dei casi l’obiettivo di una lotta. (grassetto nostro)

den_plirono.jpgCosì stando le cose, che fare?
Una cosa molto semplice: NON PAGARE. Come in Grecia, assumere la parola d’ordine DEN PLIRONO – non voglio pagare! – come conseguenza politica della parola d’ordine europea del 2008 (c’è Europa ed Europa!) Noi la crisi non la paghiamo.
Un governo degno di questo nome – un governo che esercitasse quella “primazia della politica” con la quale Monti fa i gargarismi – dovrebbe (magari di concerto con la Spagna, che è nelle stesse condizioni dell’Italia) porsi nei confronti dei creditori, che giocano in borsa sul rischio del default al mattino, e al pomeriggio invocano politiche che scongiurino il default, in modo molto duro: o il default unilaterale dell’Italia e della Spagna (come ha già fatto l’Islanda; come ha fatto dieci anni fa l’Argentina), o il dimezzamento del debito, e dei conseguenti tassi di interesse, attraverso la conversione dei titoli pubblici – a partire dai derivati – in titoli emessi dalla Banca Centrale Europea e garantiti da un tasso d’interesse fissato a livello politico. Italia e Spagna, a differenza della Grecia e dell’Islanda, sono too big to fail, troppo grandi per fallire: questa estrema debolezza è la vera forza dei due paesi.
Chiariamo un punto: quando Tremonti dice che «se ci fossero stati gli Eurobond questa finanziaria non sarebbe stata necessaria», dice, come sempre, una mezza verità. O meglio: incarta una menzogna in un foglio di verità. Nel documento del Consiglio Europeo che istituiva il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (16-17 dicembre 2010) era infatti scritto a chiare lettere che «Si adegueranno le regole per prevedere la partecipazione dei creditori del settore privato in base a valutazioni caso per caso, in linea con le politiche dell’FMI. […] Per i paesi considerati solvibili in seguito all’analisi di sostenibilità del debito condotta dalla Commissione e dall’FMI di concerto con la BCE, i creditori del settore privato saranno incoraggiati a mantenere le rispettive esposizioni secondo le norme internazionali e pienamente in linea con le prassi dell’FMI». La prassi del Fondo Monetario Internazionale, com’è noto, è quella di concedere prestiti in cambio dell’attuazione di misure economiche e sociali che distruggono lo stato sociale e concedono mano libera al mercato: che è quello che, anche senza gli Eurobond, è stato fatto ieri con la Grecia, oggi con l’Italia (e domani sarà fatto con Spagna e Portogallo).
Cosa diversa sarebbe, invece, l’uso dei titoli europei governati non dal mercato ma dalla politica; la cui condizione di esistenza non è lo strangolamento dello stato sociale, ma la restituzione della cravatta al collo dei creditori – cioè delle Società d’Intermediazione Finanziaria che controllano i flussi creditizi mondiali.

Ma è possibile che un Monti, un Bersani, un Rutelli si facciano portatori della parola d’ordine del “diritto all’insolvenza”? In tutta evidenza, no. È possibile che questa parola d’ordine venga fatta propria da quei personaggi che, a torto o a ragione, sono investiti dalle aspettative di un radicale rinnovamento politico caciocavallo.jpg – Vendola e Landini, per capirci? Chissà. Forse. Finora, non è successo.
Ma è altrettanto certo che i movimenti non possono rimanere appesi a caciocavalleggiare in attesa di sapere se questo o quel possibile o virtuale leader di una sinistra cosiddetta radicale dirà “sacrifici” piuttosto che “default”. Le parole d’ordine, dopo tutto, sono fatte per essere imposte: con le lotte, se occorre.
Ed è altrettanto certo che le parole, da un anno a questa parte, hanno preso il valore e il peso delle pietre: dopo gli scontri in Val di Susa (ma ancor prima: dopo le giornate del dicembre 2010) è chiaro a tutti che espressioni come “acqua e aria sono beni comuni”, o anche: “cultura e istruzione sono beni comuni come l’acqua e la natura”, hanno un senso solo se si è disposti a difendere i beni comuni – meglio: i beni che afferiscono non a Tizio o a Caio, non al singolo né allo Stato, ma al comune – con la necessaria radicalità. Con una certezza: se è vero che non bisognerebbe mai rinchiudere le idee dentro un casco, è ancor più vero che nelle situazioni di pericolo il casco ti salva la vita. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

«Stanno riordinando le sdraio sulla tolda del Titanic», disse nel suo ultimo discorso il leader nero Jeriko One: prendiamone atto, e regoliamoci di conseguenza. Nella consapevolezza che ai viaggiatori di terza classe non basterà conquistare la tolda: dovranno impossessarsi delle scialuppe, e lasciare che ad affondare col Titanic siano i signori in abito da sera, con i loro conti nelle banche in terraferma e l’insopportabile My heart will go on come lamento funebre.
Ognuno ha le sirene che si merita, dopo tutto – e quello che accade ai nostri cuori, sono cazzi nostri.

http://www.carmillaonline.com/archives/2011/08/003994.html

Girolamo De Michele, nato a Taranto, vive a Ferrara. È redattore di Carmilla, e-magazine diretto da Valerio Evangelisti, tra i più seguiti nel web (www.carmillaonline.com). Scrive di filosofia e critica letteraria su diversi giornali, e ha pubblicato saggi di filosofia e ricerca storica. Per Einaudi Stile libero sono usciti i suoi romanzi Tre uomini paradossali (2004), Scirocco (2005) e La visione del cieco (2008). I suoi romanzi sono scaricabili in copyleft su www.iquindici.org.

Una società appiattita

Abbiamo resistito. Abbiamo resistito ai mesi più drammatici della crisi, seppure con una «evidente fatica del vivere e dolorose emarginazioni occupazionali». Al di là dei fenomeni congiunturali economici e politico-istituzionali dell’anno, adesso occorre una verifica di cosa è diventata la società italiana nelle sue fibre più intime. Perché sorge il dubbio che, anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dovremo affrontare.

Una società appiattita. Sono evidenti manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Si sono appiattiti i nostri riferimenti alti e nobili (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la fede in uno sviluppo continuato e progressivo), soppiantati dalla delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa. E una società appiattita fa franare verso il basso anche il vigore dei soggetti presenti in essa. «Una società ad alta soggettività, che aveva costruito una sua cinquantennale storia sulla vitalità, sulla grinta, sul vigore dei soggetti, si ritrova a dover fare i conti proprio con il declino della soggettività, che non basta più quando bisogna giocare su processi che hanno radici e motori fuori della realtà italiana».

Un’onda di pulsioni sregolate. Non riusciamo più a individuare un dispositivo di fondo (centrale o periferico, morale o giuridico) che disciplini comportamenti, atteggiamenti, valori. Si afferma così una «diffusa e inquietante sregolazione pulsionale», con comportamenti individuali all’impronta di un «egoismo autoreferenziale e narcisistico»: negli episodi di violenza familiare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nella ricerca di un eccesso di stimolazione esterna che supplisca al vuoto interiore del soggetto, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e godere, nella ricerca demenziale di esperienze che sfidano la morte (come il balconing). «Siamo una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti».

Il declino parallelo della legge e del desiderio nell’inconscio collettivo. Bisogna scendere più a fondo nella personalità dei singoli e nella soggettività collettiva per verificare come funziona l’inconscio. Qui si confrontano la legge (l’autorità esterna o interiorizzata) e il desiderio (che esprime il bisogno e la volontà di superare il vuoto acquisendo oggetti e relazioni). Ogni giorno di più il desiderio diventa esangue, indebolito dall’appagamento derivante dalla soddisfazione di desideri covati per decenni (dalla casa di proprietà alle vacanze) o indebolito dal primato dell’offerta di oggetti in realtà mai desiderati (con bambini obbligati a godere giocattoli mai chiesti e adulti al sesto tipo di telefono cellulare). «La strategia del rinforzo continuato dell’offerta è uno strumento invincibile nel non dare spazio ai desideri». Così, all’inconscio manca oggi la materia prima su cui lavorare, cioè il desiderio. Al tempo stesso, la desublimazione di archetipi, ideali, figure di riferimento rende labili i riferimenti alla legge (del padre, del dettato religioso, della stessa coscienza). «Si vive senza norma, quasi senza individuabili confini della normalità, per cui tutto nella mente dei singoli è aleatorio vagabondaggio, non capace di riferirsi ad un solido basamento».

Tornare a desiderare. Di fronte ai duri problemi attuali e all’urgenza di adeguate politiche per rilanciare lo sviluppo, viene meno la fiducia nelle lunghe derive su cui evolve spontaneamente la nostra società. Ancora più improbabile è che si possa contare sulle responsabilità della classe dirigente, sulle leadership partitiche o su un rinnovato impegno degli apparati pubblici. La tematica rigore-ripresa è ferma alle parole, la riflessione sullo sviluppo europeo è flebile, i tanti richiami ai temi all’ordine del giorno (la scuola, l’occupazione, le infrastrutture, la legalità, il Mezzogiorno) sono solo enunciati seriali. La complessità italiana è essenzialmente complessità culturale. Nella crisi che stiamo attraversando c’è quindi bisogno di messaggi che facciano autocoscienza di massa. Non esistono attualmente in Italia sedi di auctoritas che potrebbero ridare forza alla «legge». Più utile è il richiamo a un rilancio del desiderio, individuale e collettivo, per andare oltre la soggettività autoreferenziale, per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata. «Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo appagata e appiattita». Attualmente tre sono i processi in cui sono ravvisabili germi di desiderio: la crescita di comportamenti «apolidi» legati al primato della competitività internazionale (gli imprenditori e i giovani che lavorano e studiano all’estero), i nuovi reticoli di rappresentanza nel mondo delle imprese e il lento formarsi di un tessuto federalista, la propensione a fare comunitàin luoghi a misura d’uomo (borghi, paesi o piccole città).

Le «Considerazioni generali» del 44° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010