Usque tandem…

Nella notte di sabato scorso, 21 settembre 2019, a Treviso, tre giovani giostrai sinti, sospettati di aver tentato una rapina, hanno rifiutato di fermarsi alle intimazioni della polizia e si sono dati alla fuga a tutta velocità. Ne è nato un inseguimento sul filo dei 100 all’ora, con l’auto degli inseguiti che ha più volte zigzagato e che infine ha speronato l’auto della volante, andando da ultimo a schiantarsi contro un negozio di fruttivendolo, rimasto semidistrutto. Poteva scapparci il morto e, se qualche passante si fosse trovato in quel momento sul marciapiedi di viale Luzzatti, sicuramente ci sarebbe scappato. Così come sono andate le cose, uno dei tre giovani è finito all’ospedale, dove è tuttora piantonato dalla polizia, mentre gli uomini in divisa hanno riportato contusioni di una certa gravità. Il fruttivendolo dovrà lavorare almeno un mese prima di poter riaprire il suo negozio, per non parlare delle spese che dovrà sostenere. I due giostrai rimasti illesi sono stati arrestati e condotti in carcere, ma lunedì 23, a meno di 48 ore dai fatti, ecco il colpo di scena: il giudice per le indagini preliminari, Angelo Mascolo, li fa scarcerare, imponendo loro solo l’obbligo della firma. Il provvedimento giudiziario ha suscitato l’indignazione del sindaco, del questore e dell’intera cittadinanza, i quali hanno bollato con parole di fuoco la decisione. Ci si domanda, desolati e offesi, cosa bisogna fare, in Italia, per restare in carcere, dopo aver commesso un reato, se ciò che hanno fatto quei tre giovani non è stato considerato abbastanza grave. E come devono sentirsi gli uomini delle forze dell’ordine, che rischiano la vita ogni giorno e ogni notte, di fronte a simili decisioni della magistratura? E il cittadino comune, perbene, rispettoso della legge, come si sente, sapendo che chiunque può fargli del male e poi trovare il massimo della comprensione e dell’indulgenza da parte dell’autorità giudiziaria, mentre per lui non ci sono mai sconti né agevolazioni, e la finanza è pronta a piombare ad ogni festa paesana, ad ogni manifestazione di quartiere, per elevare multe salatissime ai piccoli commercianti che hanno osato servire un bicchiere di vino senza rilasciare lo scontrino fiscale, o che hanno eretto un tendone senza tutti i bolli e le forme necessari? I due giovani, già scarcerati, si sono prontamente difesi e hanno fatto sapere, per bocca del loro avvocato, che non stavano affatto rubando, e che la fuga è stata dovuta a un’imprudenza del conducente, il quale aveva bevuto qualche bicchiere di troppo e aveva paura che gli togliessero la patente. Loro, però, gli avevano detto di fermarsi; ma lui, niente, insomma, una ragazzata, una cosa da nulla. Lo speronamento? Veramente sono stati loro ad aver avuto “l’impressione” che l’auto della polizia li volesse speronare… Per buona misura, si è poi venuti a sapere che uno dei tre baldi giovanotti abita, con la madre, in una casa dell’Ater. In altre parole, questa gente vive a condizioni agevolate grazie alla società che essa ricambia commettendo reati di questo genere.

La gente non ne può più. Ogni giorno le cronache riportano episodi di criminalità, grandi e piccoli, al centro dei quali si trovano, due volte su tre, degli stranieri, e particolarmente dei clandestini. Ogni giorno accadono tre, quattro, cinque fatti più o meno allarmanti, nella sola provincia di Treviso; in tutto il Nord-Est bisogna moltiplicare questa cifra almeno per venti. E restano fuori dal conto tutti i furti e le rapine che non vengono neppure denunciati, perché la gente è talmente sfiduciata che non crede serva a qualcosa sporgere denuncia; e tutti quei reati, commessi da stranieri, per i quali le forze dell’ordine hanno avuto ordine di non far pubblicità, perché non si deve allarmare la popolazione e, soprattutto, non si deve alimentare il “razzismo”. Eppure, il giudice che ha fatto scarcerare i due protagonisti della notte folle di Treviso è lo stesso che, tempo addietro, dava ragione ai cittadini che dicono di volersi difendere da soli, e lui stesso aveva detto di voler girare armato di pistolaperché lo Stato non c’è più, guadagnandosi un tweet di approvazione da Salvini. E allora? A che gioco stiamo giocando? Una cosa è certa: la distanza, che è sempre esistita, fra il sentire del cittadino comune e i rappresentanti delle istituzioni, particolarmente della magistratura, ma anche della politica, della sanità, della scuola, ecc., si è allargata in maniera impressionante, è divenuta una voragine.

Tre date bisogna tenere a mente, perché in esse è riassunta la tragedia della distruzione di uno Stato, l’Italia, che aveva, e avrebbe, tutte le carte in regola per essere una delle maggiori potenze mondiali; uno Stato che ha una riserva aurea fra le maggiori al mondo, un risparmio privato fra i più alti al mondo, e un complesso di beni storici e artistici che supera di decine di volte quello di qualsiasi altra nazione del pianeta e che da solo vale un immenso capitale.

La prima data è il 1981, quando avvenne lo scorporo fra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, primo passo verso la privatizzazione di Bankitalia e del suo assoggettamento a una pletora di burocrati europei. In quel momento, l’Italia ha incominciato a perdere la sovranità monetaria, perché è la Banca d’Italia ad emettere il denaro, ma è il governo che deve poi garantire la rendita dei titoli di Stato che vengono collocati all’asta.  I cordoni della borsa hanno cominciato a sfuggir di mano al popolo italiano in quel momento e con quella decisione. Vale la pena di ricordare il nome del galantuomo che si è reso protagonista di quell’operazione: era Beniamino Andreatta, democristiano di ferro. La seconda data è il 1999, quando l’Italia aderì all’introduzione dell’euro per tutte le forme di pagamento non fisiche, cui succedette, dal 1° gennaio 2002, la moneta unica per i dodici Paesi della zona euro. Il capo del governo di allora era Romano Prodi, leader del Movimento per l’Ulivo, una coalizione di centro sinistra egemonizzata dall’ex PCI, poi PDS, poi DS, poi PD. La terza data è il 1992, precisamente il 2 giugno, quando si tenne a bordo del panfilo Britannia, di proprietà della Corona d’Inghilterra, una riunione privata ad altissimo livello fra manager e banchieri delle due nazioni. Oggetto della conferenza: le privatizzazioni da attuarsi nell’economia italiana.

Francesco Lamendola

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-coperchio-della-pentola-e-sul-punto-di-saltare

Dove sono gli amici?

Quanto allo scenario europeo, dopo aver sottolineato una volta di più come il partito sconfitto proprio nelle consultazioni europee abbia collocato ai vertici di quelle istituzioni due suoi uomini (Sassoli e Gentiloni), infliggendo, col concorso dei potentati continentali, un ulteriore vulnus alla democrazia sostanziale, c’è da prendere atto che l’auspicata o temuta avanzata – a seconda dei punti di vista – dei partiti sovranisti in Europa si è rivelata e si sta rivelando decisamente inferiore alle attese. L’ultima dimostrazione ci viene dai risultati delle elezioni in Sassonia e Brandeburgo, dove l’AFD, pur avendo quasi triplicato i voti, è rimasto al di sotto dei consensi raccolti dalla CDU, che probabilmente governerà in coalizione con i Verdi. Sorte non dissimile tocca, ormai per tradizione, al partito dei Le Pen, nelle sue successive denominazioni e leadership, sempre alla soglia della Presidenza in Francia e poi sistematicamente sconfitto dall’”Union Sacrée” di tutti gli altri, inclusi i partiti “di destra” sedicenti o presunti. Non sarebbe male chiedersene i motivi; forse le condizioni dei popoli europei non sono così malandate da far desiderare cambiamenti radicali a tutti i costi? Forse il lungo periodo di benessere ha infiacchito gli animi? Forse la propaganda mondialista – chiesa bergogliana in prima fila – ha dato i suoi frutti? Bisogna capirlo e trarne le opportune conclusioni.

E allora? Qui non è solo questione di “poteri forti”, che pure esistono e si fanno sentire. Insomma, senza un autentico respiro europeo, senza una strategia condivisa con “amici” affidabili, non solo il governo nazionale, ma la stessa Europa che vogliamo e che era anche nei nostri sogni giovanili resteranno chimere. L’Europa dei popoli, l’Europa nata dalla cultura greco-romana, ma anche dai successivi apporti cristiani, germanici, arabi, l’Europa delle cattedrali, ma anche della Tecnica ci chiede di rivoluzionare gli assetti della costruzione finanziario-burocratica che regna a Bruxelles e Strasburgo, sulla scorta degli interessi nazionali (imperiali?) di Berlino e perfino di Parigi.

Per svolgere questo compito immenso, non solo la Lega, ma tutte le forze che si riconoscono in una visione dove si sposano sovranità, identità e rispetto del popolo devono collegarsi con le analoghe forze politiche – e culturali! – operanti negli altri paesi del Continente. Si dice che il sovranismo, specie nelle sue declinazioni nazionalistiche, alimenti gli egoismi sciovinisti, e questo purtroppo si è verificato in molte circostanze recenti (non solo in materia di migrazioni). Se non si riuscirà nell’intento di creare questi legami, in sintesi che si risolvano nell’individuazione di obiettivi e strategie e strumenti comuni, vincere questa o quella elezione servirà davvero a poco.

La partita decisiva si giocherà, a parer nostro, in Europa, dove è chiaro chi sia il Nemico, ma vi è ancora la massima incertezza sull’Amico, per usare il lessico schmittiano. In Italia, intanto, non si deve disperdere e vanificare il consenso che si è aggregato intorno al centrodestra, “nuovo” soprattutto nelle sue componenti leghiste e di Fratelli d’Italia; ma in termini di popolo, c’è da conquistarsi la fiducia del popolo dell’astensione, e da curare i sogni e i progetti – e gli interessi – di blocchi sociali ai quali, dal Nord al Sud, non basta la protesta. Ci servono pazienza e fantasia, determinazione e spessore culturale. La scommessa è difficile, ma è fondamentale attrezzarsi per vincerla e farne durare gli effetti.

Il caso (di G. Del Ninno). Non si governa senza un orizzonte europeo, alle destre la protesta non basta più

Il busillis

Sono molte le ragioni che hanno spinto Salvini a rompere con l’alleato di governo. Ma una su cui sembrano convenire quasi tutti è la sua riluttanza a incassare una sicura sconfitta in sede di legge di bilancio sulla cosiddetta “flat tax”, per ovvi motivi non realizzabile in deficit – come dice di volerla fare Salvini – all’interno della cornice dei vincoli europei. Questo ci dovrebbe indurre a una riflessione più ampia sul legame intrinseco che esiste tra l’instabilità politica (e il dramma economico-sociale) che registriamo ormai da diversi anni nel nostro paese e l’architettura di Maastricht, a causa dell’evidente impossibilità per qualunque governo si ritrovi alla guida del paese – vale per quello attuale, ma lo stesso dicasi dei precedenti governi PD – di mantenere il consenso sociale, data l’impossibilità di ricorrere a tutti i “normali” strumenti di politica economica – politica di bilancio, politica monetaria e politica del cambio -, a maggior ragione in un paese in profonda crisi economico-sociale come il nostro, che avrebbe un disperato bisogno di politiche espansive. Come scrive Fritz Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung (MPIfG), nei paesi come l’Italia l’unione monetaria non ha comportato solo pesanti costi socioeconomici, ma ha anche avuto «l’effetto di distruggere la legittimità democratica dei governi». In questo senso, sarebbe a dir poco miope gioire – come stanno facendo alcuni – perché l’Europa ha messo un freno ai progetti salviniani di “flat tax”, solo perché la proposta non piace; un governo che un domani volesse mettere in campo una politica economica realmente progressiva – basata, magari, su un massiccio piano di investimenti pubblici, sulla rinazionalizzazione dei settori strategici ecc. – si ritroverebbe, infatti, esattamente nella medesima posizione. Così come vi si ritroverebbe un eventuale governo a maggioranza Lega, che – a questo punto sembra chiaro – non sembra minimamente interessata a rompere veramente con il regime di Maastricht. In definitiva, il vero dramma dell’Italia è quello di essere una colonia la cui classe politica non ha il coraggio di ammettere che sia tale. La crisi organica dell’Italia non avrà soluzione finché non se ne affronterà la causa di fondo: la fondamentale incompatibilità tra democrazia e moneta unica.

Thomas Fazi

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62374

Trasporti

Anni fa, scrissi per le edizioni Macro un libro sui trasporti (2) che venne pubblicato solo in formato pdf poiché l’argomento, di sé, non richiama molti lettori: perciò, qualche consiglio mi sento di poterlo dare. Mi sa che qui, ad essere relegati in un angolo, sono sia i ministri e sia gli scrittori.

Ciò che rimane del “Corridoio 5” europeo è una triste realtà per l’Italia: gli autotreni partono dalla Spagna diretti in Ungheria, Romania, ecc (e viceversa) e finiscono per transitare su una delle autostrade più neglette d’Italia: la Ventimiglia Genova.

Progettata negli anni ’50 del Novecento per un traffico prevalentemente turistico, oggi è giunta al parossismo: vista l’impossibilità d’allargarla (corre in mezzo alle case per 30 chilometri in area urbana a Genova) spesso la sicurezza è solo un optional: nel tratto urbano di Genova mancano addirittura le piazzole per la sosta d’emergenza. Basta un’automobile che si rompe e capita il finimondo.

Ma i veri “finimondi” succedono ogni due per tre con il traffico degli autosnodati che non rispettano minimamente i limiti di velocità: la soluzione sarebbe semplice. Copiando dai vicini francesi, sistemare degli autovelox uguali a quelli d’oltralpe: 80 Km orari, senza tolleranza, ossia ad 81 sei già “beccato”.

Questo perché gli autotreni hanno (obbligatorio per legge) un limitatore che tiene automaticamente il mezzo sotto gli 80 Km/h: il problema è che, gli stessi elettrauto che lo installano, sistemano pure un pulsante nascosto per bypassarlo. Solita storia di corruzione all’italiana: gli autisti (in maggior parte stranieri: rumeni, moldavi, lituani, ecc) semplicemente ne approfittano.

Alla prima multa non pagata dall’azienda, il mezzo verrebbe bloccato (sempre con sistemi automatici, ossia partirebbe una telefonata che avvisa l’azienda, con riferimenti al mezzo interessato) alla frontiera e se ne torna da dove è venuto: vedrà che si daranno una calmata e diminuiranno anche i numerosi incidenti – spesso mortali per gli stessi autisti e per il personale della Società Autostrade – che avvengono con una frequenza impressionante.

Questo per la fase d’emergenza, ossia per far rientrare nella legge chi della legge se ne fa un baffo.

Carlo Bertani

estratto da http://carlobertani.blogspot.com/2018/06/caro-ministro-toninelli.html

La prova del nove

Il tratto conteso

Non è casuale la data del 21 marzo 2018, non lo è proprio. La vicenda era nota da tempo: non si sa come e perché, sulla base di uno sconosciuto “Trattato di Caen” la Francia aveva deciso d’acchiapparsi 400 Km2 di mare italiano, da sempre italiano, prima e dopo le guerre mondiali, ossia fino a ieri. Per quello che si sa, questo sconosciuto “Trattato di Caen” è il solito ludibrio europeo che ha solo un senso: dopo essersi prese le industrie e la distribuzione italiana (due nomi: Thyssen e Parmalat, tanto per ricordare), il nuovo Asse Franco-Tedesco aveva concesso alla Francia aree molto ambite per la pesca del gambero (Liguria) e del Tonno Pinna Rossa in Sardegna, che sul mercato di Tokyo è battuto all’asta a peso d’oro. Pare anche che ci sia, nelle aree che letteralmente ci volevano rubare, un giacimento di gas.

I “galletti” hanno subito fatto marcia indietro:

“…essa (la riunione dove si doveva decidere la “combine”, del 25 marzo 2018 N.d.A.), come informa l’ambasciata di Francia a Roma, riguarda semplicemente ‘una consultazione pubblica nel quadro della concertazione preparatoria di un documento strategico sul Mediterraneo che si riferisce al diritto ed alle direttive europee esistenti e che non è volta in alcun modo a ‘modificare le delimitazioni marittime nel Mediterraneo’.” (1)

Concorda la Farnesina:

A sentire il sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi, l trattato non è operativo perché il Parlamento non l’ha ancora ratificato. Per Gozi “nessuno intende modificare i confini marittimi tra Italia e Francia”. (2)

Sono tutti d’accordo, non si tocca nulla ma – chiediamo – come mai le carte marittime francesi erano già state aggiornate a nuovi confini e perché un peschereccio italiano fu sequestrato dalla Guardia Costiera Francese?

nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l’accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo dopo il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque, quelle che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi.”(1)

La vicenda non è conclusa:

Ad oggi, spiega l’ammiraglio De Giorgi (ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 1l 2016) i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti.

La faccenda è oscura. E poi: in cambio di che cosa? Non ci sono indicazioni di contropartite diplomatiche: forse, erano “contropartite” su “fondazioni” private? La Francia ci ha abituati a comportamenti del genere, si veda l’affaire Sarkozy/Gheddafi.

Questa vicenda è singolare, e ci precipita direttamente nell’attuale Parlamento Italiano laddove, seppur con i tempi ed i modi della schermaglia parlamentare, si nota che gli schieramenti che hanno tentato la cessione delle acque italiane alla Francia, ovvero gli “svenditori”, sono il “blocco” che sosteneva Gentiloni, ossia il centro sinistra e quello berlusconiano, gli stessi che oggi tentano disperatamente di bloccare la nascita di un governo Lega-5Stelle. (corsivo nostro N.d.R.)

Va dato atto a Giorgia Meloni d’essersi battuta più di tutti contro questo vero e proprio furto: adesso, Fratelli d’Italia scelga: o con chi vuole svendere tutto all’UE oppure con chi desidera mantenere la sovranità nazionale, anche in un quadro d’accordi europei, ma di accordi, non di furti.

I furbetti del quartierino – Renzi e Berlusconi – non s’aspettavano una simile débacle elettorale e contavano di rimettere insieme il solito governicchio prono ai desiderata di Bruxelles: ci spiace -))) ma non è andata così. E’ stato costretto ad ammetterlo addirittura Napolitano, l’uomo che più “lavorò” alla sporca faccenda.

Adesso, dopo le necessarie fasi iniziali, ancor prima del Governo, il Parlamento metta all’ordine del giorno questa lercia faccenda e chiuda la porta con un no, sonoro e deciso. Questa volta vogliamo sentirlo tutti, “chiaro e forte”, mi raccomando.

 

(1) http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/italia-francia-farnesina-italia-non-h-aceduto-acque-territoriali-meloni-continueremo-a-vigilare-e810e296-323d-4d8e-9e5d-fcf69fcc0f78.html?refresh_ce

(2) http://www.ilgiornale.it/news/cronache/mare-ceduto-francia-si-fa-dietrofront-non-modifichiamo-1507763.html

Carlo Bertani in

http://carlobertani.blogspot.com/2018/03/il-primo-effetto.html

UE#3

Moriremo Europei, ma viviamo da Italiani.

Credo che siamo davvero messi abbastanza male. Ma ho anche qualcosa più di un sospetto in merito alla scarsa “vocazione pedagogica” dei quotidiani nel nostro paese. Che sono nettamente schierati con specifiche parti politiche o che – anche se indipendenti – indulgono alla notizia sensazionale, allo scandalo, al pettegolezzo. Si cercano forsennatamente lettori (e clic sul Web per placare la fame degli sponsor) e quindi eccovi serviti:

“La fame ci fa sentire irritati”: una ricerca spiega perché quando siamo affamati “non siamo in noi” (L’Huffington Post);
Natalie Portman e Joaquin Phoenix i vegetariani più sexy del mondo (La Repubblica);
Beyoncé fulmina la sua assistente: «Smettila di sistemarmi il vestito» (Il Corriere della Sera);
Si sbottona: assunta. L’imbarazzante provino della conduttrice di Tg: “Mondo competitivo” (Il Fatto quotidiano);
Dayane Mello, foto hot nuda davanti alla finestra (Libero).

Mi fermo, ma questi splendidi esempi di giornalismo parlano da soli.

http://ilsaltodirodi.com/2015/10/28/hellzapoppin-e-qui-ma-non-fa-ridere/

UE#2

Certo sarebbe stata tutt’altra storia se la socialdemocrazia europea non si fosse fatta coinvolgere in modo così completo e servile ai disegni di Bruxelles e se la sinistra non avesse barattato gli interessi concreti delle persone, le visioni alternative con le lenticchie europee in nome di un internazionalismo astratto e di dubbia anzi, contestabile origine, che separato da ciò che è stato via via abbandonato per strada, fa tanto Adam Smith.

Così adesso quel po’ di stato e di senso della cittadinanza che resiste viene gestito dalla destra tradizionale in opposizione a quella di osservanza economico – finanziaria, mentre le sinistre balbettano e non sanno che pesci pigliare. Si è arrivati, tanto per fare un esempio italiano, alla nuova grande e rivoluzionaria proposta che viene da ciò che resta della Lista Tsipras: una riedizione dell’Ulivo di Prodi. Un ritorno al passato che fra l’altro si appoggia idealmente all’uomo che ha le maggiori responsabilità nell’aver trascinato il Paese nella logica infernale dell’euro e di conseguenza nella mutazione drammatica che ha subito l’Europa. Dentro un’esperienza che si è ben presto risolta, coperta dal sipario dell’antiberlusconismo, a manipolare i diritti del lavoro, a ridurre il welfare, a por mano alle pensioni in nome dei precetti liberisti. Non si tratta dunque di nuove prospettive, ma solo di tentativi di suicidio per l’impossibilità di concretizzare un altrove ormai puramente narrativo e smentito ogni giorno dalla pratica.

https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/10/27/dalla-polonia-allulivo-sconfitta-su-tutti-i-fronti/