Concessioni servizi

Dunque, a 18 anni dal suo avvio, non solo la liberalizzazione delle concessioni non si è verificata (non portando quindi ad alcun miglioramento nella qualità del servizio, ammesso che ciò sia di per sé possibile), ma il servizio stesso è sempre più rischioso per la sicurezza dei cittadini, a causa del possibile cedimento degli impianti di distribuzione più vecchi.

Posto che un certo riordino del settore resta comunque necessario, dalla storia dei servizi idrico, telefonico, energetico, così come da altre più recenti e purtroppo ben più tragiche vicende, si dovrebbe trarre la conclusione che il servizio a rete fornito da grandi soggetti privati non porta di per sé a nessun reale calo delle tariffe e/o miglioramento della qualità del servizio.

Il grande soggetto privato massimizza il profitto, come è nella sua natura, attraverso economie di scala, risparmio di costi, aumento dei prezzi, ma ciò non comporta automaticamente un reale miglioramento del servizio per chi ne usufruisce. Né si traduce in un calo delle tariffe (o prezzi). A meno che il concedente si incarichi di una attività molto impegnativa di stringente controllo. Se le leggi glielo consentono, però: spesso questa attività è in capo ad Autorità di settore prive di effettivi poteri sanzionatori e di controllo.

estratto da http://appelloalpopolo.it/?p=44291

Riscatto o ricatto?

Il principio che regge l’assegnazione delle pensioni deve ridiventare parzialmente retributivo con l’aggiunta di una bella fetta di redistributivo/sociale, mentre il contributivo deve ritornare da dove viene: il settore privato bancario assicurativo. In tale sistema, il contributivo servirà unicamente ad alimentare un fondo pensioni PRIVATO per chi volesse, o potesse, farsi la pensione complementare.

Soprattutto perché, trasferendo il principio contributivo al settore previdenziale, abbiamo trasferito principi di diritto privato e bancario a un diritto che dovrebbe essere sociale e pubblico, in ossequio alla Costituzione: diritto al reddito minimo e diritto a una congrua pensione. Il risultato? Abbiamo distrutto il previdenziale: un servizio pubblico ispirato ai principi di solidarietà economica e sociale, dell’articolo 2 della Costituzione,

Come se non fosse bastata questa ignominia, ce n’è stata un’altra: il passaggio al contributivo secco, come è stato operato dai traditori del popolo italiano, mieterà ancora tanta macelleria sociale ed è consistito in una spoliazione pura e semplice dei nostri diritti, in un contesto recessivo che dura da decenni, di disoccupazione galoppante e di suboccupazione, occupazione precaria e contrattini stagionali, temporanei, a cottimo e quant’altro, che non assicurano la continuità dei contributi tale da raggiungere, in moltissimi casi, pensioni decenti o pensioni tout court.

In tutti i paesi europei, laddove esiste prevalentemente il contributivo, non solo esiste il sussidio alla disoccupazione, ma esiste, inclusa in esso, la continuità contributiva alla pensione.

Ora noi in Italia ci troviamo nella peculiare situazione in cui, non solo NON esiste il sussidio generale alla disoccupazione e suboccupazione (che i 5S vogliono realizzare con il “reddito di cittadinanza” sebbene da come lo descrivono mi sembra poco universale), ma siamo passati al contributivo secco che sta penalizzando e penalizzerà almeno due se non tre generazioni di italiani: dai cinquantenni in giù. Siamo passati a un contributivo secco senza alcun ammortizzatore sociale, senza alcuna garanzia simile a quelle che esistono negli altri paesi europei. Una riforma pensionistica sporca, brutta e cattiva, attorno alla quale non si è riflettuto abbastanza sui principi che la reggono, e sulla loro conformità alla Costituzione.

Anzi, passare al contributivo secco in realtà, è assolutamente incostituzionale, in quanto non assicura e non assicurerà quelle pensioni decenti per la dignità del cittadino, in un frangente di disoccupazione, licenziamenti, recessione e deflazione, oltre che di fuga di materia grigia all’estero. Il contributivo è contrario alla solidarietà economica e sociale.

Siamo l’unico paese inoltre in cui l’istituto previdenziale nazionale richiede un riscatto ai suoi cittadini scappati all’estero a studiare e/o a lavorare e ritornati in patria in un’età non ancora pensionabile. “Riscatto”, una parola che quando mi è stata proposta, non conoscevo in tal veste. Riscatto de che? Sicuri che non sia piuttosto un “ricatto”? O paghi, e SALATO, o sei FUORI!!

Tutto questo perché, in questa Europa fandonia, dove sono riusciti a imporci una NON moneta NON unica, non sono neanche riusciti a trovare un accordo tra Stati membri per una continuità pensionistica dei cittadini che si spostano, una uniformità di principi, al fine di tutelare la tanto vantata libera circolazione dei lavoratori.

Sarebbe quindi il caso di riflettere a quale tipo di società desideriamo anche per i nostri anziani, e per noi quando saremo anziani, a quale principio vogliamo che si ispiri la redistribuzione pensionistica e, last but not least, quali debbano essere gli strumenti per tale redistribuzione.

Inutile dirvi che la mia risposta è sempre quella. Con la sovranità monetarie noi avremmo il potere di creare potere di acquisto da redistribuire ai nostri anziani, non solo, ma alla sanità, alla ricerca, alla scuola, alle opere pubbliche ecc ecc ecc

Per arrivarci dobbiamo sicuramente riprendere la crescita, con un sistema di aiuti di stato come hanno paesi come Francia e Germania in barba alle regole Antitrust UE, ricreare l’IRI (come la Francia) e rinforzare il comparto pubblico industriale e DEL TURISMO. Dobbiamo anche e soprattutto liberarci della mafia degli idrocarburi, che poi è quella della moneta, che ci sta imponendo la globalizzazione che conosciamo, con immissione di merci e forza lavoro in dumping.  Sembra impossibile, ma con la nostra consapevolezze ci arriveremo.

Dobbiamo infine liberarci soprattutto dei nostri steccati mentali e, a giudicare da quanto questa tematica sia così lontana dalla mente di tutti, mi sembra la cosa più difficile di tutte: dal retributivo ne siamo appena usciti dopo decenni in cui ce l’hanno dipinto come pessimo. La propaganda è riuscita, inutile dirvi che è quella strumentale ad accettare l’euro e la progressiva cessione di qualsiasi sovranità. La quale fa il paio con la progressiva spoliazione di qualsiasi diritto sociale ed economico, della persona.

Se vogliamo ricuperarli, dobbiamo rimettere in discussione tutti i frame errati che ci hanno inculcato. Uno di questi è senza dubbi, il contributivo, assolutamente.

Nicoletta Forcheri

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2018/07/14/il-contributivo-e-incostituzionale/

I disastri della finanza

Da troppo tempo prigionieri del pensiero unico liberista, non riusciamo a  vedere che le ferrovie sono il tipico settore (altri ce ne sono) dove il privato non può (e per chi scrive, non deve) sostituire lo Stato. Non solo perché il servizio ferroviario nazionale è ciò che si chiama “un monopolio naturale”. Né solo perché comporta una tale mole  di  investimenti in  grandi impianti fissi ed enormi infrastrutture  (gallerie, ponti, viadotti, distribuzione energetica)  addirittura secolari  “del tutto fuori dalle possibilità e soprattutto dagli interessi di qualsiasi privato, perché spese non recuperabili secondo una logica di impresa” o ammortizzabili in tempo perché un imprenditore umano possa cominciare a sperare di cogliere “i profitti”; impianti fissi che   sentiti  come equipaggiamento del territorio nazionale, che la generazione presente eredita dalle passate e che migliora per le future.

C’è tutto questo. Ma c’è un motivo più fondamentale, così  evidente che si ha vergogna a ricordarlo: “l’obbligo  istituzionale,  per lo Stato,  di fornire il servizio  alla intera comunità nazionale alle medesime condizioni”.

 Il dovere di dare lo stesso servizio a tutti i cittadini a prezzo abbordabili.

 

Ciò implica una mentalità gestionale del tutto diversa da quella che alimenta i “mercati”.    I profitti che la ferrovia  fa   sulla Milano-Roma,  dovrebbero servire a compensare e coprire le perdite del servizio offerto ai cittadini   sulla tratta   Gela-Canicattì allo stesso prezzo di biglietto, più o meno. Ovviamente, appena avviene la privatizzazione, i privati si appropriano della Milano-Roma, e lasciano allo Stato la Gela Canicattì. In generale, la chiusura delle stazioni  che perdono (le 400 stazioni chiuse in Germania), non fa che dimostrare che il “Mercato” scarica comunque sullo Stato (il contribuente) i costi, ineliminabili, del servizio pubblico; e  manca alle sue promesse  verso la cosiddetta “utenza”.  Allo Stato restano le perdite, ai privati i profitti.

Peggio,   la funzione di interesse “universalità e continuità” del servizio ferroviario viene tradita profondamente.   Trenitalia  vanta enormi profitti, tanto da lanciarsi in investimenti all’estero:  è una SpA, una “società per azioni” ma posseduta al 100% dallo Stato, che applica  le regole del “privato”: fra cui l’espulsione  del 43% della manodopera ereditata dalle FFSS.  Un “risparmio” che ha accollato come “spesa” allo Stato,   al quale  i  93 mila espulsi sono rimasti a carico, in qualità di pensionati.

L’idea liberista  assume che lo Stato “efficiente” deve essere gestito come un’azienda, precisamente un’azienda esportatrice.  Ma un’azienda non ha bambini da istruire, malati da curare, vecchi “improduttivi” da  mantenere, non può “esternalizzare”  questi che (per l’aziendalismo bocconiano)  sono “costi”. Anche se nella sua nuova versione imposta dall’ideologia corrente, ci prova seriamente –  minando le basi stesse della sua continuità storica.

La mentalità privatista, ossia egoista  e breve termine, non è quella che deve animare i responsabili dei servizi pubblici –   in cambio del loro stipendio sicuro, essi devono essere addestrati, in modo da esserne pervasi, da una visione severa ed alta, impersonale, del loro compito.

Come grandi private  esprimono una “cultura aziendale”, esiste una cultura statuale,  che implica un senso della dignità propria e del compito, qualcosa che per forza bisogna chiamare sennso della patria e responsabilità verso i concittadini.  Oggi questa cultura è stata irrisa, e anzi distrutta da cose come il diritto di sciopero e di associazione sindacale nel pubblico impiego, una aberrazione che ha riflessi psichici e nello scadimento morale dei dipendenti.  Ancor ieri, non era così. La divisa dei ferrovieri, come dei  militari  (ma  anche degli scolari come la  toga dei giudici, e  in certi Stati l’uniforme  anche degli alti funzionari) esprimeva appunto questa etica,  il rivestire la persona privata della sua funzione  pubblica,  e cancellarvela.

La funzione consiste(va) nel  proteggere il cittadino – il povero e l’indifeso – precisamente dal “mercato”, e dalla diseguaglianza che produce.

Pietro Germi. Il Ferroviere”

Nelle situazioni belliche, la cosa è evidente,  quando la mentalità “privata” e di mercato  è solo di disturbo, eversiva e immorale  – e bisogna far funzionare i treni  sotto le bombe, la logistica,   la distribuzione di energia,  la riparazione delle infrastrutture danneggiate,   e     persino la distribuzione della posta, costi quel che costi.  Il caso  estremo è il tesseramento alimentare, il razionamento  statale  del  cibo scarso: tipicamente, il “mercato libero” viene abolito d’imperio; diventa”mercato nero” ed  un delitto  passibile di fucilazione.  Non si considerano le eventuali inefficienze delle  tessere annonarie, il  “costo” del prezzo calmierato; tutto vale purché si impedisca ai pochi di spanciarsi mentre il resto del popolo muore di fame. Evidentemente qui è in gioco qualcosa di più morale e fondamentale  della”libertà” privata.

Ma  anche in situazioni più normali, è interessante constatare come l’opera dell’uomo di Stato consista nel sopprimere il mercato, o nel ridurne l’impatto. Enrico Mattei, quando stringeva accordi decennali con l’Iran o l’Algeria, sottraeva l’Italia, ma anche il paese produttore, alle variazioni imprevedibili e nevrotiche del mercato “spot” del petrolio: le due parti stabilivano un prezzo medio ed equo, conveniente all’Italia  ma anche (soprattutto) al paese produttore, che poteva contare così su introiti certi e prevedibili  per i suoi piani di sviluppo, e sottratti alla speculazione e ai ricatti  delle Sorelle – e del potere finanziario che sempre le accompagna, quando i “mercati”  offrono al paese in difficoltà per mancanza di fondi, perché il petrolio è crollato, di indebitarsi…ciò che finisce regolarmente con l’esproprio, da parte del capitale,delle ricchezze del paese indebitato, che si ha cura di rendere insolvente.

I generi essenziali di prima necessità vengono, quando occorre, sottratti al mercato. Fra questi, l’emissione monetaria:  tale era il “matrimonio” fra Tesoro e Banca d’Italia di prima del 1981 (o di qualunque altra banca centrale nelle altre nazioni), per cui questa era obbligata a comprare i Buoni del Tesoro eventualmente invenduti sui “mercati”. Ciò calmierava gli interessi richiesti  dall’usura internazionale, salvò dall’aumento  del debito pubblico  e salvaguardava l’autonomia politica  nazionale, consentiva di fare politiche di pieno impiego (a prezzo di un po’ d’inflazione) e  non mancare dei fondi per programmi infrastrutturali – che mai il “mercato” farebbe, richiedendo investimenti grandi e di lunga durata.

La ratio etica, se volete, era che il lavoro del popolo (perché “il denaro comanda lavoro”) non poteva essere  abbandonato alle mani della speculazione straniera assetata di rendimenti  immediati, e non all’interesse generale di quel popolo che indebita.  Sfido chiunque a sostenere che il sistema attuale di dipendenza dai “mercati internazionali” che giudicano il ostro debito pubblico, e del denaro creato al 98% dalle banche indebitando, sia meglio.

O come  amano dire i teologi del capitalismo finanziario, più efficiente. Un trentennio di  privatizzazioni  dovrebbe  averci finalmente fatto capire che “lo scopo della privatizzazione dei servizi pubblici non è mai stato ( neppure quello dei suoi più accesi zelatori) di migliorare il funzionamento dei servizi stessi, bensì di sostituirli con imprese aventi lo scopo di ricavarne profitto”.

E’ lo Stato che innova, non il Mercato. Esempio, lo smartphone.

Perdura invece il mito che lo Stato gestore sia burocrazia e spreco, mentre il capitale privato sarebbe il solo “creativo” e promotore di innovazione. E’  vero l’esatto contrario.   Guardate il vostro smartphone, che vi fa così felici. L’app che vi consente di trovare una strada in una città sconosciuta grazie a una mappa virtuale, nasce come apparato di guida dei missili da crociera.  Esso funziona solo grazie a certi satelliti artificiali geostazionari su orbite specifiche, che  nessun privato si è mai occupato di mettere in orbita, né di mantenerceli . La fotocamera digitale con cui vi fate i selfie da mettere su Facebook, è stata concepita per i satelliti-spia: mica era possibile che lanciassero i rullini fotografici  con il paracadute.  La miniaturizzazione che rende il vostro telefonino tascabile, è il risultato di ricerche per ridurrei volumi nei satelliti artificiali e nelle testate missilistiche. Tutto ciò  – come la stessa internet a cui lo smart è collegato –  è stato inventato e concepito non da privati, ma nei laboratori del DARPA ( Defense Advanced Research Projects Agency)  ente di Stato americano, del Ministero Difesa. Nessun privato avrebbe mai investito e rischiato i suoi amati capitali nello sviluppo di simili invenzioni, delle quali, prima, non c’era “mercato”.  Poi i tipi alla Steve Jobs sono diventati miliardari, mettendo insieme i risultati  delle ricerche militari in un  oggetto commerciabile  di successo; ma i veri geni che l’hanno inventato, sono degli sconosciuti signori  americani di una certa età, che godono di una pensione di stato appena dignitosa. Hanno lavorato alle dipendenze dello Stato, lo stato ha dato loro le istruzioni su quel che voleva, lo stato ha finanziato le loro ricerche, quelle riuscite e le molte fallite, a fondo perduto e senza la preoccupazione di ricavare un profitto.

https://www.maurizioblondet.it/lideologia-di-mercato-come-disastro-ferroviario/

I vostri risparmi

E’ vero proprio questa è la posta in gioco, solo che la soluzione non è certo Cottarelli, già ministro del governo Letta; dovrete scoprirlo da soli (leggendo un vecchio articolo di bondeno.com).

Tenete presente che, nel frattempo, la Gran Bretagna è uscita dall’ Euro (nonostante lei avesse tenuto la sua moneta e il controllo della sua banca centrale)

https://bondenocom.wordpress.com/2016/03/10/per-i-vostri-figli/

Teste di spread

Il fatto che di fronte all’ipotesi di un governo intenzionato a mettere al primo posto gli interessi degli italiani e non quelli della UE, degli USA, delle banche e delle multinazionali, tutta la classe politica nazionale e non, supportata dai pennivendoli e dai guitti da cortile che sono al suo servizio si produca in schiamazzi trasudando rabbia da ogni poro ritengo sia una cosa normale, dal momento che se l’Italia iniziasse a rialzarsi tutti costoro rischierebbero di perdere i privilegi acquisiti nei trent’anni in cui l’hanno ridotta in miseria.
Meno normale è invece il livore mostrato verso l’ipotesi di governo M5S-Lega, mostrato sui social e non solo da tante teste di spread di destra e di sinistra che fino a ieri inneggiavano alla “rivoluzione” denunciando con veemenza la drammatica situazione in cui versava il Paese. E da oggi hanno iniziato a preoccuparsi per il debito pubblico (allucinante esista ancora qualcuno che ci crede) per le coperture finanziarie dei provvedimenti, per la salita dello spread o per la reazione dei mercati.
Il governo che stanno cercando di mettere in piedi (senza probabilmente riuscirvi) Salvini e Di Maio non rappresenta certo una rivoluzione, ma traccia una strada, facendo si che per la prima volta dall’eliminazione di Craxi si tenti di rimettere al centro dell’operato di governo il cittadino e non i mercati, le banche, la UE ed altri mostri sui generis. Non si tratta di una cosa da poco e anche per le teste di spread che sono in buona fede non dovrebbe essere poi così difficile capirlo

estratto da http://ilcorrosivo.blogspot.it/2018/05/teste-di-spread.html

Memo

Secondo l’economia liberale, il corso dei salari deve essere agganciato alla produttività. Ma agli incrementi di produttività dovuti al progresso tecnologico, ha fatto riscontro una stagnazione ultradecennale dei salari. La competitività sfrenata ha generato concorrenza al ribasso tra i lavoratori dei diversi paesi. In realtà l’incremento della produttività non retribuita ai lavoratori è stata incorporata nei profitti sempre più elevati degli azionisti e nei compensi stratosferici del management: il neoliberismo non ha prodotto nuova ricchezza, ma ha semmai effettuato un trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. Gli economisti affermano che i salari potrebbero aumentare qualora si verificasse un incremento di produttività tale da garantire immutati profitti. Innanzi tutto non si comprende a quali astronomici livelli debba aumentare la produttività. Ma soprattutto occorre rilevare che il profitto è per definizione la remunerazione spettante all’imprenditore, a fronte del rischio di impresa. Il profitto è per sua natura variabile ed incerto, perché soggetto ai rischi degli investimenti e ai mutamenti ricorrenti delle condizioni di mercato in cui opera l’impresa. Nell’era del capitalismo assoluto il profitto si è invece tramutato in una variabile indipendente dal ciclo economico, una rendita finanziaria che deve essere comunque garantita. Da tutto ciò emerge che il neoliberismo ha trasformato il profitto in rendita finanziaria, a discapito degli investimenti e della distribuzione del reddito.

La classe dominante ha inaugurato l’era del neofeudalesimo capitalista, fondata sul privilegio familiare e di classe, e sulla rendita finanziaria. L’economia del capitalismo assoluto ha stravolto i parametri dell’economia classica. Nelle fasi di crescita economica non aumentano i prezzi e l’inflazione, perché l’innovazione tecnologica e la presenza di un vasto esercito industriale di riserva costituito dai migranti, sono elementi che determinano la stagnazione, se non la compressione salariale. Nelle fasi di crisi economica i profitti hanno da sempre registrato un ribasso, mentre oggi invece si mantengono spesso inalterati. Il rischio di impresa e i costi sociali delle crisi vengono riversati sui lavoratori.

Luigi Tedeschi

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60490

I cinque pilastri

Di Michele Garaci

Negli ultimi quarant’anni la Cina è stata protagonista di un successo economico e sociale senza precedenti.

Tale successo si fonda su 5 pilastri fondamentali che noi in Italia e Europa dovremmo ben studiare per capire bene le sfide e le opportunità che la Cina ci presenta.

I 5 pilastri sono:

  • controllo dei dazi
  • controllo della migrazione
  • controllo della demografia
  • controllo del tasso di cambio
  • controllo dei tassi d’interesse

Al di là del giudizio etico e morale che si può esprimere riguardo questa tipologia di politiche, il fatto che la Cina sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi resta una realtà concreta e a dircelo sono proprio i numeri di un Paese che negli ultimi 40 anni ha visto PIL crescere di quasi il 10% annuo in media, il reddito nominale dei cittadini sia rurali che urbani aumentare di circa 100 volte, l’eradicazione della povertà per circa 800 milioni di abitanti, lo sviluppo di infrastrutture e la modernizzazione di un’economia che era stata lasciata in uno stato disastroso dalla rivoluzione culturale degli anni ’60 e ’70.

Un miracolo economico che non ha precedenti nella storia dell’umanità se si considera che in Cina abitano 1.4 miliardi di persone.


L’AUTORE

Michele Geraci:

economista, vive oggi in Cina da 10 anni ed è a capo del China Economic Research Program presso il Global Policy Institute e alla Nottingham University Business School, nonché Adjunct Professor of Finance presso la New York University Shanghai e l’Università di Zhejiang.

Prima di trasferirsi in Cina, fu banchiere d’affari presso le più importanti banche d’affari mondiali: Merrill Lynch, Bank of America, DLJ e Schroders. Possiede un Master in Business Administration (MBA) ottenuto presso il M.I.T, una laurea in Ingegneria Elettronica presso l’Università di Palermo e parla 5 lingue, tra cui il Cinese Mandarino.

https://www.maurizioblondet.it/i-cinque-pilastri-del-successo-economico-cinese/

Un governo subito!

Si diceva un tempo che mentre il medico studia, l’ammalato muore. La situazione internazionale si fa sempre più incandescente, il fronte interno – alle prese con i “soliti” problemi economici e di sicurezza – non sta molto meglio.

L’ultimo giro di consultazioni non ha lasciato a Mattarella altra chance che quella di pazientare ancora un po’, viste le frizioni tra le formazioni politiche in campo. Nel frattempo è accaduto che l’asse Usa-Gb-Francia ha bombardato la Siria, che l’Ue ha chiesto ulteriori ritocchi alla legge Fornero e che la Cassa Depositi e Prestiti rischia di impaludarsi nel valzer delle nomine dato che nessuna formazione è così forte da imporsi, democraticamente, alle altre.

Mentre il medico studia e si alambicca nella farmacopea parlamentare, mentre gli elementi reagiscono, spesso buffamente, quando li si accosta l’uno all’altro, mentre la geopolitica impone attenzione massima per un conflitto sul Mediterraneo che rischia di strabordare da guerra d’area a scontro globale, l’Italia non può permettersi di cincischiare compulsando ferocemente la lista dei sondaggi.

di cosa si interessano gli italiani in un normale sabato pomeriggio (se non sono al mare)

L’attuale situazione politica non è più tale da potersi affrontare con un governo ombra, in deroga, che non gode del favore degli elettori. I partiti non possono nemmeno delegare le responsabilità loro – che siano di governo o, di conseguenza, di opposizione – alle burocrazie di Stato o a quelle internazionali, altrimenti dimostrerebbero la loro inconsistenza.

Il momento è serio perché c’è un Paese sfibrato, diviso e arrabbiato che si avvia a perdere centralità internazionale persino in un bacino, quello del Mediterraneo, dove naturalmente sarebbe interlocutore obbligato per tutti. Perciò c’è bisogno della politica, di chi si assuma la responsabilità di fare ciò per cui è stato eletto: altrimenti avrebbero (tutti) già fallito ancor prima di cominciare.

http://www.barbadillo.it/4145-il-caso-siria-fornero-economia-ecco-perche-ci-serve-un-governo-subito/

Islanda: un monito, un esempio

DI ALESSIO MANNINO
ilribelle.com

Una nazione minuscola che ha avuto la forza di ribellarsi allo strapotere bancario. Una rivoluzione, che passa anche da un nuovo testo costituzionale, finalizzata a impedire che gli interessi del Paese vengano sacrificati a quelli delle oligarchie della finanza internazionale

Piccola e dimenticata, l’Islanda ci fa da monito. L’isola solitaria fra il Polo Nord e la Gran Bretagna, appena 300 mila anime, una piccola patria di pescatori, ha osato l’inosabile: ribellarsi alla plutocrazia globale.

Ecco la storia. Alla fine del 2008 la crisi finanziaria si abbatte come un ciclone sugli islandesi, che nell’ottobre decidono di nazionalizzare la banca più importante del paese, Landsbanki.

Seguono a ruota la Kaupthing e la Glitnir. I debiti degli istituti falliti sono in gran parte con la City di Londra e con l’Olanda. La moneta nazionale, la corona, è carta straccia e la Borsa arriva a un ribasso del 76%. Il governo conservatore di Geir H. Haarden chiede l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che approva un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, integrato da altri 2 miliardi e mezzo di alcuni Paesi nordici. Le proteste popolari si susseguono in un crescendo che porta alle dimissioni del primo ministro nel gennaio 2009 e a elezioni anticipate nell’aprile successivo. Dalle urne esce vincitrice una coalizione di sinistra, che non riesce a frenare la caduta dell’economia. L’anno si chiude con una diminuzione del 7% del Pil.

Il nuovo esecutivo propone la restituzione dei debiti a Regno Unito e Olanda mediante il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro, somma che pagheranno tutte le famiglie islandesi mensilmente per i prossimi 15 anni al 5,5% di interesse. Nel gennaio 2010 il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiuta di ratificarla e dà soddisfazione al popolo che reclama un referendum sulla questione. Il risultato della consultazione che si tiene a marzo è schiacciante: il 93% dei votanti dice no. La ragione è semplice: perché dover pagare tutti gli effetti di una crisi di cui sono responsabili i banchieri, protetti e coccolati dall’Fmi e dal sistema finanziario che tiene sotto ricatto il paese? La rappresaglia non si fa attendere: l’Fmi congela immediatamente gli aiuti.

Solo a questo punto il governo di sinistra, coi forconi puntati davanti al parlamento, si decide al gran passo: denuncia e fa arrestare i bankers. L’Interpol emana un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. In questo clima da resa dei conti, lo scorso novembre si riunisce un’assemblea costituente per scrivere una nuova Costituzione che rifondi il piccolo Stato islandese sottraendolo allo strapotere del denaro virtuale. Il criterio con cui essa viene eletta vuol dare il segnale di un rinnovamento reale, profondo: si scelgono 25 cittadini senza appartenenza politica tra i 522 che hanno presentato la loro candidatura, per la quale era necessario solo essere maggiorenni ed avere l’appoggio di trenta persone. La nuova magna charta sta per essere presentata proprio in questo periodo.

Nulla si è saputo da noi di questa Rivoluzione d’Islanda. Pacifica ma dura e determinata. A rileggerne i punti fondamentali, nel paragone con l’immobilismo conservatore che vige dalle nostre parti c’è di che farsi venire un brivido lungo la schiena: dimissioni in blocco di un governo, nazionalizzazione delle banche, referendum perché il popolo decida sulle decisioni economiche fondamentali, carcere per i responsabili della crisi, riscrittura della costituzione da parte dei cittadini. L’unica ombra che grava sul corso politico dell’isola è la richiesta di ingresso nell’Unione Europea. Perché voler buttare nel gelido mare del Nord tutto il magnifico lavoro fatto finora, esempio per gli uomini liberi d’Europa, per aderire a un superstato controllato da banchieri e manager delle multinazionali? Perché i fieri islandesi non provano a perseverare nella retta via, imitando i loro ovini e cavalli, lasciati liberi di in ampi pascoli senza recinti e senza cani da guardia?

Alessio Mannino
Fonte: http://www.ilribelle.com
Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2011/3/11/islanda-un-monito-un-esempio-free.html
11.03.2011

Questo Articolo proviene da ComeDonChisciotte
http://www.comedonchisciotte.org/site

L’URL per questa storia è:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8065

NOTA: l’articolo è del 2011, nel frattempo il sito è diventato www.comedonchisciotte.net/, ma non avendo pagato per il prefisso https, viene considerato “non sicuro” da Chrome; se avete pazienza potete vederlo con Firefox o con Opera e fare una ricerca per argomenti sull’Islanda: troverete tutti gli aggiornamenti sul tema.

Elogio dei dazi

Presumibilmente ce n’era uno anche a Bondeno, visto che il nome è rimasto a un quartiere, io ricordo l’ufficio in viale Repubblica negli anni ’50 (uno degli impiegati era il padre di Romano Gallerani); chiedo soccorso a Edmo Mori e/o Marco Dondi per altre notizie.

Riporto qui invece un lungo estratto di un ex-addetto ai lavori che ne parla in modo positivo:

Ci sono tracce dell’importanza della dogana pubblica e della riscossione di tasse sin da 2.500 anni fa, allorché le merci in entrata nel porto greco del Pireo erano sottoposte a una gabella del 2 per cento sul valore: i primi dazi all’importazione, chiamati pentekostès. Fu Roma a inventare la parola datium, ciò che è dato, per definire l’imposta di transito su merci e persone. Lo stesso termine dogana ha una storia antichissima. Proviene dal turco diwan, che designava sia il luogo del Bosforo ove venivano riscosse le tasse sulle merci in transito, sia il mobile (divano) su cui sedeva il dignitario incaricato. La prima tariffa doganale organica italiana, un elenco di prodotti provvisti di una denominazione e descrizione a fini fiscali è del XVIII secolo, per il settore tessile, protagonista della prima rivoluzione industriale in Inghilterra, seguita alle invenzioni di macchinari come il filatoio (1770) e il telaio meccanico (1786).

Oggi è adottata a livello mondiale una tariffa doganale di migliaia di pagine, organizzata in capitoli e “voci doganali”, che individua ogni manufatto o prodotto della natura. La tariffa dell’Unione Europea con l’indicazione del trattamento tributario all’importazione e all’esportazione di ciascuna tipologia merceologica è unica per i 28 Stati, area di libero scambio non gravata da dazi interni titolare di una politica doganale comune verso i Paesi terzi.

I dazi, insomma, sono una cosa molto seria, tant’è che la reazione isterica a Trump del partito di Davos, il circolo esclusivo e dittatoriale dei globalisti interessati al mercato libero planetario, è stata davvero forte. Si sono ascoltate piccate lezioni di libero scambio da un gigante, la Cina, formalmente comunista che non incoraggia certo libere importazioni nel suo immenso mercato interno. Non è mancata l’intemerata di Angela Merkel, uno strappo rabbioso dopo tre quarti di secolo di sudditanza dei vinti. Il fatto è che la Germania, in tandem con la Cina, è la nazione esportatrice per eccellenza, e vanta un avanzo commerciale annuo di ben 287 miliardi di euro, il che, tra l’altro, è in contrasto con le regole europee. Chi comanda, si sa, fa quello che gli conviene. Altrettanto seccate le reazioni di parte francese ed italiana. I conversi sono i più accaniti: gli ex comunisti riciclati in acerrimi difensori del libero mercato e dell’abolizione dei dazi farebbero tenerezza se non lavorassero contro gli interessi del loro stesso elettorato.

Cerchiamo allora di fare chiarezza, a partire dalla circostanza che, piaccia o no, la politica economica di Trump ha due obiettivi in linea con le promesse elettorali che lo hanno portato alla Casa Bianca. Il primo, da realizzare attraverso imponenti sgravi fiscali, è reindustrializzare l’America, restituendole quel ruolo di regina della manifattura che ha perduto. Non dimentichiamo che negli anni successivi alla vittoria del 1945 l’economia Usa rappresentava il 50 per cento degli scambi mondiali e tale quota si è ridotta della metà.

L’altro scopo è quello di contenere l’avanzata, sinora irresistibile, del Dragone di Pechino, detentore di una larga fetta dello sterminato debito pubblico americano. I dazi posti rappresentano una tipica misura di politica commerciale nei confronti dei competitori diretti dei comparti industriali che si sceglie di rafforzare. Le lagne dei finti o veri liberoscambisti lasciano dunque il tempo che trovano. Altra cosa è prendere atto che una nazione tanto potente, paladina del liberismo e del mercato padrone, allorché si vede minacciata negli interessi, reagisce esattamente come ogni potenza ha sempre fatto nel corso della storia, proteggendo se stessa, erigendo barriere tariffarie, difendendo il mercato interno.

Il protezionismo, in definitiva, è la condizione normale della politica commerciale di tutti gli Stati. La situazione più desiderabile è vendere più di quanto si acquista e il termine mercantilismo rappresenta da secoli tale modello, di cui fu espressione la Francia del grande ministro Colbert, per oltre vent’anni al servizio di Luigi XIV, il Re Sole. La ricetta è apparentemente semplice: poiché la ricchezza della Stato è l’accumulo monetario, è essenziale acquisire valuta attraverso l’esportazione limitando l’esborso per importazione. Non deve essere una sciocchezza, se Germania e Cina, i grandi creditori commerciali, sono tanto nervosi per i dazi americani.

Non dimentichiamo l’importanza della leva valutaria, che ha alimentato il boom italiano negli anni del dopoguerra sino alla gabbia dell’euro. La svalutazione competitiva della lira metteva il vento in poppa alle nostre esportazioni, insieme con la geniale capacità di lavoro e di problem solving (ah, la neo lingua dei sapienti anglofoni!), alimentando una delle stagioni migliori della nostra storia. Oggi tocca agli Usa, accusati non senza fondamento di manipolare al ribasso il valore del dollaro e alla Cina, che mantiene artificiosamente ai minimi lo yuan. Con la moneta unica europea, al contrario, la Germania ha realizzato con altri mezzi la svalutazione del vecchio, fortissimo marco e si sta mangiando le economie di chi non ha capito il gioco, in primis l’Italia.

Del resto, la politica tariffaria nostra si è lungamente basata sulla utilizzazione selettiva della leva daziaria. Da noi, i paesi del mondo erano divisi in tre zone, A, B, C. A quest’ultima apparteneva il solo Giappone, che per decenni fu nostro concorrente diretto, nei confronti del quale erano posti dazi elevatissimi e divieti di importazione, il più severo dei quali ha tenuto la Fiat al riparo della concorrenza nipponica nel settore automobilistico. Adesso Marchionne ha voltato le spalle all’Italia e si giova dei vantaggi della politica fiscale e commerciale degli Usa con la Fca a Detroit. La zona B comprendeva gli Stati del blocco comunista, nei confronti dei quali vigeva una politica di chiusura con eccezioni, rappresentata dal regime delle autorizzazioni ministeriali e degli interessi della grande industria. La Fiat costruì un grande stabilimento in Unione Sovietica, con la fondazione della città chiamata Togliattigrad in onore del leader comunista italiano.

La zona A era a sua volta divisa in tre gruppi. Il primo comprendeva il Mercato Comune Europeo dell’epoca, il secondo il resto d’Europa e i paesi più ricchi come gli Usa, mentre il terzo riuniva Africa e Sudamerica nel gruppone dei PVS, Paesi in Via di Sviluppo, con trattamento doganale unilaterale di favore, sul modello della clausola di nazione più favorita ben noto al diritto internazionale. I livelli dei dazi erano modulati per sostenere il nostro ruolo di economia di trasformazione, evitando dazi sulle materie prime, difendendo nel contempo con imposte elevate in entrata quei settori industriali che sarebbero stati danneggiati da massicce importazioni.

Contemporaneamente, veniva sostenuta l’esportazione, abolendo divieti e dazi in uscita, nonché fiscalizzando il cosiddetto drawback, ovvero la restituzione alle imprese esportatrici dei dazi sopportati all’importazione di prodotti e materiali riesportati o lavorati. Venne trattata come un’opportunità anche la cronica lentezza dei rimborsi IVA attraverso il meccanismo del plafond, che permetteva agli esportatori l’acquisto di beni di estera provenienza senza imposta a sconto dei versamenti IVA.

I residui divieti all’esportazione vennero – e restano- mantenuti per motivi politici. Non si vendono armi, sistemi informatici o prodotti chimici a Stati con cui siamo in cattivi rapporti; in più c’è il sistema dell’embargo e delle autorizzazioni ministeriali. Oggi assistiamo a gravi perdite per le imprese italiane che lavorano sul mercato russo ed è più costoso l’approvvigionamento energetico, il che dimostra quanto sia importante la sovranità nazionale. Ben difficilmente un’Italia indipendente avrebbe elevato sanzioni nei confronti della Russia, da cui non ci dividono né controversie territoriali, né contese economiche o insanabili contrasti politici, fornitrice di energia a buon prezzo, acquirente di prodotti di punta della nostra economia. Sappiamo chi ringraziare.

I dazi assomigliano alle chiuse di un fiume. A seconda delle necessità, le paratie possono funzionare a regimi diversi: passa più o meno acqua in base alle scelte delle autorità o alla disponibilità della risorsa idrica. Ciò che non si può fare è chiudere completamente il flusso; in tutti i tempi e sotto ogni cielo, l’uomo ha commerciato con i vicini e anche con i lontani. La dogana, sempre, si è identificata con un confine, una linea di divisione, un luogo di decisione, dentro o fuori. Oggi è di moda, in ossequio al liberismo economico unito al suo doppio, l’universalismo culturale, la stucchevole espressione “costruire ponti, abbattere muri “. Noi affermiamo che si tratta di una sciocchezza travestita da virtuoso senso comune. Gli uomini hanno sempre gettato ponti, ma nel momento stesso in cui univano due rive, ne riconoscevano l’esistenza distinta, prendevano atto delle distanze e delle convergenze di chi viveva ai lati.

Una frontiera riconosciuta e rispettata, dalla quale sorgono doveri di identificazione e limitazioni commerciali di cui i dazi sono il simbolo, è un luogo di conoscenza, cinghia di trasmissione, presa d’atto di differenze che vengono insieme riconosciute e neutralizzate dalla presenza di una sbarra mobile, che si apre, ma che può anche chiudersi, la linea doganale, il confine. La filologia mente di rado: confine deriva da cum –finis, avere in comune un limite. E’ ovvio che ogni confine debba aprirsi, ma a determinate condizioni, osservati criteri stabiliti. L’economia, il commercio sono parte della vita degli uomini, i quali talvolta alzano muri o barriere per proteggere se stessi. Aprire indiscriminatamente, abolire il limes, il limite, la barriera, espone a rischi incalcolabili. Non a caso esistono opere dell’ingegneria come la Grande Muraglia cinese e il Vallo di Adriano.

La moneta euro, al riguardo, presenta una simbologia che non lascia dubbi: nessuna immagine di grandi uomini, re o regine, nessuna iconografia legata a opere d’arte riconoscibili del genio europeo, solo stilizzazioni di ponti e finestre. Nessun limes, nessuna linea di confine, basta dogane. Tutto e tutti possono entrare e uscire senza controllo e in assenza di giudizio politico, anzi il pre-giudizio è che non debbano esistere limiti. Follia culturale che diventa impotenza pratica e libero dispiegarsi delle forze distruttrici. John Keynes li chiamò spiriti animali del capitalismo e Joseph Schumpeter, più immaginifico, distruzione creatrice.

Roberto Pecchioli

in https://www.maurizioblondet.it/elogio-dei-dazi/