Un secolo di storia

Bracciano Lodi,  Edmo Mori
Schema di pubblicazione
BONDENO NEGLI ANNI DELLA 1° GUERRA MONDIALE
1918-2018
Prefazione del Sindaco di Bondeno Fabio Bergamini Presentazione degli autori Bracciano Lodi Edmo Mori
Le vicende principali della 1° guerra mondiale
Gli effetti della 1° guerra mondiale a Bondeno
Introduzione
La realtà socio-economica di Bondeno nei primi anni del ‘900
Le grandi opere a Bondeno nei primi anni del ‘900:
• La botte napoleonica
• I giardini di viale Pironi
• II nuovo piano regolatore del capoluogo
• Politica ed edilizia scolastica
• L’acquedotto comunale
• L’assistenza socio-sanitaria
• II macello comunale
• II nuovo camposanto di Bondeno
• II ponte in chiatte sul Po
• Lo zuccherificio di Bondeno
I Sindaci di Bondeno nei primi anni del ‘900
Come Bondeno ha ricordato i caduti della 1° guerra
Gli altri monumenti nel Comune di Bondeno
Appendice: II diario di guerra di Mario Marchetti, ragazzo del ’99
Rassegna fotografica a cura di Marco Dondi


L’opera dovrebbe essere presentata in occasione delle celebrazioni per il 4 novembre; qui cogliamo l’occasione per riportare il comunicato stampa relativo alla chiusura dello zuccherificio:

Bondeno, 13.08.07 — L’area dove sorge l’ex zuccherificio di Bondeno, una volta bonificata, diventerà ad uso prevalente industriale, artigianale e di servizio ed, in parte, anche residenziale così da ricucire il tessuto urbano del paese.
Italia Zuccheri S.p.A., appartenente al Gruppo Co.Pro.B., leader a livello italiano nella produzione saccarifera, ha, infatti, raggiunto un accordo con la Regione Emilia-Romagna, la Provincia di Ferrara, il Comune di Bondeno, le organizzazioni professionali agricole e le rappresentanze sindacali, per la riconversione produttiva dello stabilimento saccarifero, chiuso in seguito alla riforma comunitaria del settore, in un macro progetto immobiliare che ha come obiettivo la nascita di un polo logistico/industriale “calamita” per attrarre realtà industriali e artigianali a basso impatto aziendale e ad alta sostenibilità.
Inoltre parte dell’area attualmente occupata dagli impianti dello zuccherificio potrà essere destinata ad uso residenziale, contribuendo al recupero nel tessuto abitativo di aree impegnate da tempo ad attività industriali.
A tale obiettivo si è unito – quale valore aggiunto — lo studio di fattibilità della partnership con un soggetto industriale terzo che prevede all’interno dell’area la realizzazione di un impianto per la produzione di energia elettrica e calore mediante motori funzionanti ad olio di origine vegetale. L’impianto, che consentirà l’impiego di parte del personale attualmente in forza allo zuccherificio, sarà predisposto anche per l’utilizzo di oli ottenuti da colture prodotte dagli agricoltori del territorio.
Italia Zuccheri S.p.A., impegnata a bonificare integralmente le aree in questione, ha già messo a disposizione delle Istituzioni locali e dei relativi organismi per lo sviluppo produttivo oltre 10 ettari a condizioni di estremo favore, al fine della loro gestione per iniziative industriali o di pubblica utilità. Il Comune di Bondeno si farà invece carico di tutte le modifiche di natura urbanistica che occorreranno per raggiungere gli obiettivi dell’accordo — compatibilmente con la legislazione regionale – facendo ricorso, laddove necessario, a procedure d’urgenza per lo snellimento degli iter autorizzativi relativi alle opere di risanamento, bonifica e ripristino.
“L’intesa raggiunta- ha dichiarato Stefano Montanari Amministratore Delegato Italia Zuccheri — è un importantissimo passo nel processo di riconversione industriale degli zuccherifici della regione, chiusi a seguito della riforma del mercato a livello europeo, dopo che alcuni progetti, presentati nel 2006, sono stati recentemente bloccati dalle Istituzioni locali.”. “Per ottobre— continua Montanari —sarà presentato il piano industriale relativo all’impianto di produzione di energia elettrica, dal quale si desumeranno le linee generali del progetto energetico dell’impianto e le iniziative volte a favorire il reinserimento lavorativo dei lavoratori dell’ex stabilimento saccarifero. Contestualmente sarà valutata la fattibilità della filiera agricola locale per l’approvvigionamento parziale dei prodotti agricoli utili alla produzione dell’olio vegetale”.
“L’Accordo di riconversione – sottolinea Mario Resca, Presidente della Società — ci auguriamo che funga da apripista per la definizione anche del piano di riconversione dello zuccherificio di Finale Emilia, il cui progetto sarà presentato al più presto.
Colgo l’occasione per ringraziare gli attori che hanno contribuito all’intesa ed in particolare le Istituzioni Pubbliche Provinciali e Comunali per il forte ruolo di stimolo e supporto”.

Vi invitiamo anche a riguardare su bondeno.com gli articoli relativi all’argomento; in particolare:

https://bondenocom.wordpress.com/2014/10/04/zuccherifici-pastifici-e-feste-di-piazza/

 

Il nemico dei popoli

A vedere quella lista di importazioni, ci si chiede che cosa produca, oggi, il lavoratore americano industriale. Ma già, la memoria corre a Wall Street, le colossali GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) che rendono centinaia di miliardi ai loro padroni giovani e geniali, il dominio incontrastato dell’industria dello spettacolo (Disney, Netflix): l’America vive del suo patrimonio “culturale” e immateriale, che scambia con il lavoro operaio del mondo, essenzialmente dell’Asia che ha sviluppato con la propria de-industrializzazione. Il “terziario avanzato”, che può infischiarsene dei milioni di senzatetto che muoiono di oppiacei, perché la finanza non ha più bisogno di loro. Una economia da rentiers, sotto le forme apparentemente avanzate.

Cosa succederà adesso, come si configurerà la distruzione di Bretton Wood II, lo spiega Bertez: “Nel vecchio sistema, il riciclaggio dei capitali mondiali creati dagli eccedenti degli uni e dai deficit degli altri, si è tradotto in una massa immensa di denaro in cerca di impiego. Ciò ha fatto abbassare i tassi d’interesse e incitato le banche a creare veicoli sempre più sofisticati e pericolosi, la cui complessità serve appunto a mascherare il rischio”: il rischio che qualcuno, debole, in fondo alla piramide, non riesca più a servire il suo debito, facendo crollare tutto.

E’ quel che abbiamo visto avvenire alla Grecia e quel che le hanno fatto i banditi.

Perché non deve emergere la verità: tutto il vecchio sistema ha fatto calare i “premi di rischio” e i “premi di durata” sui debiti, una finzione che dura finché dura l’inondazione di dollari creati dal nulla per colmare i deficit Usa. (1)

Infatti se fino a pochi anni fa sul pianeta ed in Italia era vivo lo scontro tra il capitalismo finanziario ed il capitalismo produttivo, oggi quello scontro è risolto con il trionfo del primo. In Italia la chiusura o la svendita di quasi tutta l’industria di stato, il ridimensionamento dei grandi gruppi industriali e la crisi della piccola e media impresa sono le testimonianze evidenti di questo “trionfo”, per cui le forze in campo si sono ridotte ad una sola. Tutto questo sul piano politico trova riscontro nel progressivo identificarsi delle forze partito: il centro-destra ed il centro-sinistra non si differenziano più su nulla, anzi, alleati nei governi Monti e Letta e consociati in quelli Renzi e Gentiloni, hanno condotto l’Italia in un baratro da cui sarà difficile uscire. Sono sempre più asserviti al potere finanziario vincente e continuano imperterriti a spartirsi le percentuali di appalti e prebende. Per fortuna da tale appiattimento sta germogliando una sorda e massiccia protesta popolare che sta cercando un suo naturale sbocco. Uno sbocco che deve essere di impegno civile e politico. Ne è prova l’attuale governo Conte. Ma quale consapevolezza hanno il governo e le forze che lo sostengono dello scontro in atto? Sono consapevoli che il nemico dei popoli, e quindi anche del popolo italiano, è il liberismo e che tutte le componenti che lo hanno fatto assurgere ad unica ideologia imperante vanno combattute e debellate? Hanno chiara la visione di una prospettiva politica nuova e diversa dove l’economia è solo uno strumento che deve essere al servizio dei popoli e non viceversa, come avviene oggi? E che lo strumento di controllo e mediazione è rappresentato proprio dalla politica? (2)


  1. https://www.maurizioblondet.it/gli-effetti-della-cura-trump-sul-sistema-mondiale-altra-deflazione/
  2. https://www.controinformazione.info/costruire-un-progetto-alternativo/

Concessioni servizi

Dunque, a 18 anni dal suo avvio, non solo la liberalizzazione delle concessioni non si è verificata (non portando quindi ad alcun miglioramento nella qualità del servizio, ammesso che ciò sia di per sé possibile), ma il servizio stesso è sempre più rischioso per la sicurezza dei cittadini, a causa del possibile cedimento degli impianti di distribuzione più vecchi.

Posto che un certo riordino del settore resta comunque necessario, dalla storia dei servizi idrico, telefonico, energetico, così come da altre più recenti e purtroppo ben più tragiche vicende, si dovrebbe trarre la conclusione che il servizio a rete fornito da grandi soggetti privati non porta di per sé a nessun reale calo delle tariffe e/o miglioramento della qualità del servizio.

Il grande soggetto privato massimizza il profitto, come è nella sua natura, attraverso economie di scala, risparmio di costi, aumento dei prezzi, ma ciò non comporta automaticamente un reale miglioramento del servizio per chi ne usufruisce. Né si traduce in un calo delle tariffe (o prezzi). A meno che il concedente si incarichi di una attività molto impegnativa di stringente controllo. Se le leggi glielo consentono, però: spesso questa attività è in capo ad Autorità di settore prive di effettivi poteri sanzionatori e di controllo.

estratto da http://appelloalpopolo.it/?p=44291

Riscatto o ricatto?

Il principio che regge l’assegnazione delle pensioni deve ridiventare parzialmente retributivo con l’aggiunta di una bella fetta di redistributivo/sociale, mentre il contributivo deve ritornare da dove viene: il settore privato bancario assicurativo. In tale sistema, il contributivo servirà unicamente ad alimentare un fondo pensioni PRIVATO per chi volesse, o potesse, farsi la pensione complementare.

Soprattutto perché, trasferendo il principio contributivo al settore previdenziale, abbiamo trasferito principi di diritto privato e bancario a un diritto che dovrebbe essere sociale e pubblico, in ossequio alla Costituzione: diritto al reddito minimo e diritto a una congrua pensione. Il risultato? Abbiamo distrutto il previdenziale: un servizio pubblico ispirato ai principi di solidarietà economica e sociale, dell’articolo 2 della Costituzione,

Come se non fosse bastata questa ignominia, ce n’è stata un’altra: il passaggio al contributivo secco, come è stato operato dai traditori del popolo italiano, mieterà ancora tanta macelleria sociale ed è consistito in una spoliazione pura e semplice dei nostri diritti, in un contesto recessivo che dura da decenni, di disoccupazione galoppante e di suboccupazione, occupazione precaria e contrattini stagionali, temporanei, a cottimo e quant’altro, che non assicurano la continuità dei contributi tale da raggiungere, in moltissimi casi, pensioni decenti o pensioni tout court.

In tutti i paesi europei, laddove esiste prevalentemente il contributivo, non solo esiste il sussidio alla disoccupazione, ma esiste, inclusa in esso, la continuità contributiva alla pensione.

Ora noi in Italia ci troviamo nella peculiare situazione in cui, non solo NON esiste il sussidio generale alla disoccupazione e suboccupazione (che i 5S vogliono realizzare con il “reddito di cittadinanza” sebbene da come lo descrivono mi sembra poco universale), ma siamo passati al contributivo secco che sta penalizzando e penalizzerà almeno due se non tre generazioni di italiani: dai cinquantenni in giù. Siamo passati a un contributivo secco senza alcun ammortizzatore sociale, senza alcuna garanzia simile a quelle che esistono negli altri paesi europei. Una riforma pensionistica sporca, brutta e cattiva, attorno alla quale non si è riflettuto abbastanza sui principi che la reggono, e sulla loro conformità alla Costituzione.

Anzi, passare al contributivo secco in realtà, è assolutamente incostituzionale, in quanto non assicura e non assicurerà quelle pensioni decenti per la dignità del cittadino, in un frangente di disoccupazione, licenziamenti, recessione e deflazione, oltre che di fuga di materia grigia all’estero. Il contributivo è contrario alla solidarietà economica e sociale.

Siamo l’unico paese inoltre in cui l’istituto previdenziale nazionale richiede un riscatto ai suoi cittadini scappati all’estero a studiare e/o a lavorare e ritornati in patria in un’età non ancora pensionabile. “Riscatto”, una parola che quando mi è stata proposta, non conoscevo in tal veste. Riscatto de che? Sicuri che non sia piuttosto un “ricatto”? O paghi, e SALATO, o sei FUORI!!

Tutto questo perché, in questa Europa fandonia, dove sono riusciti a imporci una NON moneta NON unica, non sono neanche riusciti a trovare un accordo tra Stati membri per una continuità pensionistica dei cittadini che si spostano, una uniformità di principi, al fine di tutelare la tanto vantata libera circolazione dei lavoratori.

Sarebbe quindi il caso di riflettere a quale tipo di società desideriamo anche per i nostri anziani, e per noi quando saremo anziani, a quale principio vogliamo che si ispiri la redistribuzione pensionistica e, last but not least, quali debbano essere gli strumenti per tale redistribuzione.

Inutile dirvi che la mia risposta è sempre quella. Con la sovranità monetarie noi avremmo il potere di creare potere di acquisto da redistribuire ai nostri anziani, non solo, ma alla sanità, alla ricerca, alla scuola, alle opere pubbliche ecc ecc ecc

Per arrivarci dobbiamo sicuramente riprendere la crescita, con un sistema di aiuti di stato come hanno paesi come Francia e Germania in barba alle regole Antitrust UE, ricreare l’IRI (come la Francia) e rinforzare il comparto pubblico industriale e DEL TURISMO. Dobbiamo anche e soprattutto liberarci della mafia degli idrocarburi, che poi è quella della moneta, che ci sta imponendo la globalizzazione che conosciamo, con immissione di merci e forza lavoro in dumping.  Sembra impossibile, ma con la nostra consapevolezze ci arriveremo.

Dobbiamo infine liberarci soprattutto dei nostri steccati mentali e, a giudicare da quanto questa tematica sia così lontana dalla mente di tutti, mi sembra la cosa più difficile di tutte: dal retributivo ne siamo appena usciti dopo decenni in cui ce l’hanno dipinto come pessimo. La propaganda è riuscita, inutile dirvi che è quella strumentale ad accettare l’euro e la progressiva cessione di qualsiasi sovranità. La quale fa il paio con la progressiva spoliazione di qualsiasi diritto sociale ed economico, della persona.

Se vogliamo ricuperarli, dobbiamo rimettere in discussione tutti i frame errati che ci hanno inculcato. Uno di questi è senza dubbi, il contributivo, assolutamente.

Nicoletta Forcheri

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2018/07/14/il-contributivo-e-incostituzionale/

I disastri della finanza

Da troppo tempo prigionieri del pensiero unico liberista, non riusciamo a  vedere che le ferrovie sono il tipico settore (altri ce ne sono) dove il privato non può (e per chi scrive, non deve) sostituire lo Stato. Non solo perché il servizio ferroviario nazionale è ciò che si chiama “un monopolio naturale”. Né solo perché comporta una tale mole  di  investimenti in  grandi impianti fissi ed enormi infrastrutture  (gallerie, ponti, viadotti, distribuzione energetica)  addirittura secolari  “del tutto fuori dalle possibilità e soprattutto dagli interessi di qualsiasi privato, perché spese non recuperabili secondo una logica di impresa” o ammortizzabili in tempo perché un imprenditore umano possa cominciare a sperare di cogliere “i profitti”; impianti fissi che   sentiti  come equipaggiamento del territorio nazionale, che la generazione presente eredita dalle passate e che migliora per le future.

C’è tutto questo. Ma c’è un motivo più fondamentale, così  evidente che si ha vergogna a ricordarlo: “l’obbligo  istituzionale,  per lo Stato,  di fornire il servizio  alla intera comunità nazionale alle medesime condizioni”.

 Il dovere di dare lo stesso servizio a tutti i cittadini a prezzo abbordabili.

 

Ciò implica una mentalità gestionale del tutto diversa da quella che alimenta i “mercati”.    I profitti che la ferrovia  fa   sulla Milano-Roma,  dovrebbero servire a compensare e coprire le perdite del servizio offerto ai cittadini   sulla tratta   Gela-Canicattì allo stesso prezzo di biglietto, più o meno. Ovviamente, appena avviene la privatizzazione, i privati si appropriano della Milano-Roma, e lasciano allo Stato la Gela Canicattì. In generale, la chiusura delle stazioni  che perdono (le 400 stazioni chiuse in Germania), non fa che dimostrare che il “Mercato” scarica comunque sullo Stato (il contribuente) i costi, ineliminabili, del servizio pubblico; e  manca alle sue promesse  verso la cosiddetta “utenza”.  Allo Stato restano le perdite, ai privati i profitti.

Peggio,   la funzione di interesse “universalità e continuità” del servizio ferroviario viene tradita profondamente.   Trenitalia  vanta enormi profitti, tanto da lanciarsi in investimenti all’estero:  è una SpA, una “società per azioni” ma posseduta al 100% dallo Stato, che applica  le regole del “privato”: fra cui l’espulsione  del 43% della manodopera ereditata dalle FFSS.  Un “risparmio” che ha accollato come “spesa” allo Stato,   al quale  i  93 mila espulsi sono rimasti a carico, in qualità di pensionati.

L’idea liberista  assume che lo Stato “efficiente” deve essere gestito come un’azienda, precisamente un’azienda esportatrice.  Ma un’azienda non ha bambini da istruire, malati da curare, vecchi “improduttivi” da  mantenere, non può “esternalizzare”  questi che (per l’aziendalismo bocconiano)  sono “costi”. Anche se nella sua nuova versione imposta dall’ideologia corrente, ci prova seriamente –  minando le basi stesse della sua continuità storica.

La mentalità privatista, ossia egoista  e breve termine, non è quella che deve animare i responsabili dei servizi pubblici –   in cambio del loro stipendio sicuro, essi devono essere addestrati, in modo da esserne pervasi, da una visione severa ed alta, impersonale, del loro compito.

Come grandi private  esprimono una “cultura aziendale”, esiste una cultura statuale,  che implica un senso della dignità propria e del compito, qualcosa che per forza bisogna chiamare sennso della patria e responsabilità verso i concittadini.  Oggi questa cultura è stata irrisa, e anzi distrutta da cose come il diritto di sciopero e di associazione sindacale nel pubblico impiego, una aberrazione che ha riflessi psichici e nello scadimento morale dei dipendenti.  Ancor ieri, non era così. La divisa dei ferrovieri, come dei  militari  (ma  anche degli scolari come la  toga dei giudici, e  in certi Stati l’uniforme  anche degli alti funzionari) esprimeva appunto questa etica,  il rivestire la persona privata della sua funzione  pubblica,  e cancellarvela.

La funzione consiste(va) nel  proteggere il cittadino – il povero e l’indifeso – precisamente dal “mercato”, e dalla diseguaglianza che produce.

Pietro Germi. Il Ferroviere”

Nelle situazioni belliche, la cosa è evidente,  quando la mentalità “privata” e di mercato  è solo di disturbo, eversiva e immorale  – e bisogna far funzionare i treni  sotto le bombe, la logistica,   la distribuzione di energia,  la riparazione delle infrastrutture danneggiate,   e     persino la distribuzione della posta, costi quel che costi.  Il caso  estremo è il tesseramento alimentare, il razionamento  statale  del  cibo scarso: tipicamente, il “mercato libero” viene abolito d’imperio; diventa”mercato nero” ed  un delitto  passibile di fucilazione.  Non si considerano le eventuali inefficienze delle  tessere annonarie, il  “costo” del prezzo calmierato; tutto vale purché si impedisca ai pochi di spanciarsi mentre il resto del popolo muore di fame. Evidentemente qui è in gioco qualcosa di più morale e fondamentale  della”libertà” privata.

Ma  anche in situazioni più normali, è interessante constatare come l’opera dell’uomo di Stato consista nel sopprimere il mercato, o nel ridurne l’impatto. Enrico Mattei, quando stringeva accordi decennali con l’Iran o l’Algeria, sottraeva l’Italia, ma anche il paese produttore, alle variazioni imprevedibili e nevrotiche del mercato “spot” del petrolio: le due parti stabilivano un prezzo medio ed equo, conveniente all’Italia  ma anche (soprattutto) al paese produttore, che poteva contare così su introiti certi e prevedibili  per i suoi piani di sviluppo, e sottratti alla speculazione e ai ricatti  delle Sorelle – e del potere finanziario che sempre le accompagna, quando i “mercati”  offrono al paese in difficoltà per mancanza di fondi, perché il petrolio è crollato, di indebitarsi…ciò che finisce regolarmente con l’esproprio, da parte del capitale,delle ricchezze del paese indebitato, che si ha cura di rendere insolvente.

I generi essenziali di prima necessità vengono, quando occorre, sottratti al mercato. Fra questi, l’emissione monetaria:  tale era il “matrimonio” fra Tesoro e Banca d’Italia di prima del 1981 (o di qualunque altra banca centrale nelle altre nazioni), per cui questa era obbligata a comprare i Buoni del Tesoro eventualmente invenduti sui “mercati”. Ciò calmierava gli interessi richiesti  dall’usura internazionale, salvò dall’aumento  del debito pubblico  e salvaguardava l’autonomia politica  nazionale, consentiva di fare politiche di pieno impiego (a prezzo di un po’ d’inflazione) e  non mancare dei fondi per programmi infrastrutturali – che mai il “mercato” farebbe, richiedendo investimenti grandi e di lunga durata.

La ratio etica, se volete, era che il lavoro del popolo (perché “il denaro comanda lavoro”) non poteva essere  abbandonato alle mani della speculazione straniera assetata di rendimenti  immediati, e non all’interesse generale di quel popolo che indebita.  Sfido chiunque a sostenere che il sistema attuale di dipendenza dai “mercati internazionali” che giudicano il ostro debito pubblico, e del denaro creato al 98% dalle banche indebitando, sia meglio.

O come  amano dire i teologi del capitalismo finanziario, più efficiente. Un trentennio di  privatizzazioni  dovrebbe  averci finalmente fatto capire che “lo scopo della privatizzazione dei servizi pubblici non è mai stato ( neppure quello dei suoi più accesi zelatori) di migliorare il funzionamento dei servizi stessi, bensì di sostituirli con imprese aventi lo scopo di ricavarne profitto”.

E’ lo Stato che innova, non il Mercato. Esempio, lo smartphone.

Perdura invece il mito che lo Stato gestore sia burocrazia e spreco, mentre il capitale privato sarebbe il solo “creativo” e promotore di innovazione. E’  vero l’esatto contrario.   Guardate il vostro smartphone, che vi fa così felici. L’app che vi consente di trovare una strada in una città sconosciuta grazie a una mappa virtuale, nasce come apparato di guida dei missili da crociera.  Esso funziona solo grazie a certi satelliti artificiali geostazionari su orbite specifiche, che  nessun privato si è mai occupato di mettere in orbita, né di mantenerceli . La fotocamera digitale con cui vi fate i selfie da mettere su Facebook, è stata concepita per i satelliti-spia: mica era possibile che lanciassero i rullini fotografici  con il paracadute.  La miniaturizzazione che rende il vostro telefonino tascabile, è il risultato di ricerche per ridurrei volumi nei satelliti artificiali e nelle testate missilistiche. Tutto ciò  – come la stessa internet a cui lo smart è collegato –  è stato inventato e concepito non da privati, ma nei laboratori del DARPA ( Defense Advanced Research Projects Agency)  ente di Stato americano, del Ministero Difesa. Nessun privato avrebbe mai investito e rischiato i suoi amati capitali nello sviluppo di simili invenzioni, delle quali, prima, non c’era “mercato”.  Poi i tipi alla Steve Jobs sono diventati miliardari, mettendo insieme i risultati  delle ricerche militari in un  oggetto commerciabile  di successo; ma i veri geni che l’hanno inventato, sono degli sconosciuti signori  americani di una certa età, che godono di una pensione di stato appena dignitosa. Hanno lavorato alle dipendenze dello Stato, lo stato ha dato loro le istruzioni su quel che voleva, lo stato ha finanziato le loro ricerche, quelle riuscite e le molte fallite, a fondo perduto e senza la preoccupazione di ricavare un profitto.

https://www.maurizioblondet.it/lideologia-di-mercato-come-disastro-ferroviario/

I vostri risparmi

E’ vero proprio questa è la posta in gioco, solo che la soluzione non è certo Cottarelli, già ministro del governo Letta; dovrete scoprirlo da soli (leggendo un vecchio articolo di bondeno.com).

Tenete presente che, nel frattempo, la Gran Bretagna è uscita dall’ Euro (nonostante lei avesse tenuto la sua moneta e il controllo della sua banca centrale)

https://bondenocom.wordpress.com/2016/03/10/per-i-vostri-figli/

Teste di spread

Il fatto che di fronte all’ipotesi di un governo intenzionato a mettere al primo posto gli interessi degli italiani e non quelli della UE, degli USA, delle banche e delle multinazionali, tutta la classe politica nazionale e non, supportata dai pennivendoli e dai guitti da cortile che sono al suo servizio si produca in schiamazzi trasudando rabbia da ogni poro ritengo sia una cosa normale, dal momento che se l’Italia iniziasse a rialzarsi tutti costoro rischierebbero di perdere i privilegi acquisiti nei trent’anni in cui l’hanno ridotta in miseria.
Meno normale è invece il livore mostrato verso l’ipotesi di governo M5S-Lega, mostrato sui social e non solo da tante teste di spread di destra e di sinistra che fino a ieri inneggiavano alla “rivoluzione” denunciando con veemenza la drammatica situazione in cui versava il Paese. E da oggi hanno iniziato a preoccuparsi per il debito pubblico (allucinante esista ancora qualcuno che ci crede) per le coperture finanziarie dei provvedimenti, per la salita dello spread o per la reazione dei mercati.
Il governo che stanno cercando di mettere in piedi (senza probabilmente riuscirvi) Salvini e Di Maio non rappresenta certo una rivoluzione, ma traccia una strada, facendo si che per la prima volta dall’eliminazione di Craxi si tenti di rimettere al centro dell’operato di governo il cittadino e non i mercati, le banche, la UE ed altri mostri sui generis. Non si tratta di una cosa da poco e anche per le teste di spread che sono in buona fede non dovrebbe essere poi così difficile capirlo

estratto da http://ilcorrosivo.blogspot.it/2018/05/teste-di-spread.html