Il nuovo piano Morgenthau

  • Dopo 70 anni e passa anni pare che gli Usa stiano rispolverando il piano Morgenthau, ovvero quello proposto del ministro delle finanze di Roosevelt che prevedeva di trasformare la Germania, ma in generale gran parte dell’Europa in un  territorio ad economia agricola in maniera da non permettere più che le nazioni del continente potessero rialzare la testa. Tale politica fu poi sostituita invece dal piano Marshall quando si capì che andando avanti sulla strada della marginalizzazione si sarebbero portati i Paesi del continente in braccio all’Unione Sovietica,

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Il lavoro non conviene

Ciò che la tabella dei salari mostra è la tragica deflazione salariale, durata trent’anni, e negli ultimi 20 nell’area euro con le regole austeritarie dettate da Berlino e a cui abbiamo obbedito ciecamente. Il tutto confermando il quadro patologico proprio del capitalismo terminale:  che quello dove il Capitale aumenta i suoi profitti –  in modo titanico,  come vedremo –  brutalmente e direttamente  derubando il Lavoro.

Con delocalizzazioni feroci di fabbriche e competenze nei paesi dei bassi salari,  fino la sostituzione – nei loro sogni – del lavoratore umano con robot (che non hanno bisogno di essere stipendiati),  con le precarizzazione  totale , con  le “riforme” dettate dalla BCE, da Bruxelles e dalal Germania : tagliare  il debito pubblico! Portarlo al 60%! Deficit non superiore a 3%!  – dimenticando opportunamente che èiù debito pubblico significa più risparmio privato – insomma con le austerità e i meccanismi deflazionisti messi in atto …  E’ ormai “naturale” che il Capitale terminale  teorizzi (a Davos) che non solo il Lavoro, ma l’Uomo in sé sia un “costo” – non una risorsa –  e  per di più un inquinante, con bisogni immondi come il mangiare carne da abolire; verranno sostituiti dai robot che non hanno mica bisogno di mangiare.  Né diu stipendio.

La frase di Cingolani, “l’uomo è un parassita perché consuma e non produce niente”   illustra perfettamente l’ideologia vigente da parte dei potenti.

Il Capitale ultimo manifesta così il suo disprezzo profondissimo per la vita umana, deprezzando tutto ciò che è umano. Alla fine, deprezza a tal punto il lavoro –  che alla stessa vittima, il lavoratore, non conviene più studiare né prepararsi per professioni di alta qualifica.  In Italia, dove i salari sono calati in 30 anni, si è superato un limite: siamo  giunti al punto che il lavoro   perde addirittura di significato, specie se  ad alta qualifica.  In pratica, per un giovane, non   fa più veramente differenza  lavorare come ingegnere alla Motorizzazione Civile ( a 1400 euro mensili!) o fare il rider, il percettore di reddito di cittadinanza  facendo un po’ di nero.,

In Italia, si  è avuto il caso di centinaia di vincitori di concorsi pubblici,   con titoli post-laurea, che  non hanno preso il posto.

“Le recenti assunzioni per i provveditorati e le motorizzazioni sono andate in parte deserte, in particolare nelle regioni del Nord”, ha dovuto dire il ministro competente, .  Per quanto riguarda i 320 funzionari di amministrazione che sono stati messi a concorso, una quota consistente ha rinunciato, evitando di prendere servizio, a meno che non gli fosse stata indicata una sede al Sud”: con 1500 euro di stipendio al mese ,  non conviene   ad ingegneri trasferirsi a  Milano: un affitto costa 800 euro mensili.  Meglio campare col reddito di cittadinanza e un po’ di nero o mestierucci come il rider, che sono la  prospettiva che il capitalismo terminale propone ai giovani.

https://www.maurizioblondet.it/deprezzamento-delluomo/

Editoriale

Chi ci ha conosciuto, apprezzato o anche disprezzato in questi 10 anni (prima come semplice associazione, l’ARS, poi come partito, il FSI, che ora è divenuto Riconquistare l’Italia), sa bene che sin dall’inizio della nostra avventura abbiamo avuto una prospettiva e un metodo, perseguiti con coerenza e pazienza e che, ovviamente, non piacevano a quelli che ci hanno sempre detto “Non c’è tempo”.

Il tempo c’era, c’è, ci sarà: una vita intera e quelle di intere generazioni, visto l’obiettivo epocale che ci siamo dati, riprenderci il Paese, riportarlo nella legalità costituzionale violata e infangata dal PARTITO UNICO, riconquistare l’Italia quindi, come abbiamo voluto sancire nel nome che abbiamo scelto.

Chi ci conosce sa anche che abbiamo sempre umilmente rivendicato di voler seguire una sola strada, che avrebbe dovuto portarci ad essere la frazione di una alleanza che avrà il compito di portate in Parlamento “L’ALTRO PARTITO”, quello della Costituzione.

Il lavoro di questi 10 anni, la pazienza e la tenacia stanno germogliando…

Mi piace allora ricordare le parole con cui, 10 anni fa, tutto è cominciato:

“Alcuni credono che non abbiamo molto tempo; che le cose stiano per precipitare; che già alle prossime elezioni il popolo riuscirà, dietro la spinta di forti movimenti di protesta, a presentare liste popolari nazionali che sfidino il partito unico delle due coalizioni.

Purtroppo, non credo che abbiano ragione. Spesso la realtà non coincide con i nostri desideri. Mi auguro che abbiano almeno parzialmente ragione; ma credo che abbiano torto. D’altra parte, la contestazione non si caratterizza per chiarezza di idee, che ancora sono confuse e per certi versi discordanti…

Se è vero, dunque, che il destino della nazione e degli italiani è legato allo scontro tra popolo italiano, da un lato, e centrodestra e centrosinistra nonché l’elite globalista, dall’altro, si deve dubitare fortemente che lo scontro sia imminente, o, meglio, che imminente sia la vittoria del popolo italiano.

Perciò, è necessario cominciare a costruire una prospettiva unitaria e di salvezza nazionale…”

RI Editoriale quotidiano del 30/05/2022

Lorenzo D’Onofrio

Riconquistare l’Italia

I briganti di Cernobbio

Oggi che nuove e antiche miserie, sacrifici imposti e negazione di diritti che si ripetono, fanno pensare che si sia raggiunta una uniformità al livello più basso, si capisce meglio che il peso morto di metà paese condannato a propaggine africana fa parte di un canone precostituito che legittima la decisione che questo è un paese di serie B condannato a andar dietro alla sua zavorra, insalvabile e dunque destinato a essere spinto sempre più, relais per oziosi oligarchi come vengono chiamati quelli dell’est, o mecenati se sono californiani, sterminati campi da golf, itinerari turistici per credenti 5stelle, parchi tematici e cielo aperto, bacino di un esercito mobile da spostare dove padrone comanda.

leggi tutto su https://ilsimplicissimus2.com/2022/05/15/i-brifanti-di-cernobbio-163042/

De Benedetti non ci sta

Forse gli imprenditori europei pensavano che la crisi sarebbe passata presto, che gli Usa non avrebbero dato fondo ai loro magazzini di armi per armare il fanatismo ucraino e che dunque l’Europa sarebbe stata costretta a stringere il cappio su stessa fino all’estremo limite. Ma è chiaro che De Benedetti nel dire no a Washington e alla sua guerra sta paradossalmente dicendo no anche a una Ue svuotata ormai di ogni senso oltre che di ogni dignità e a un’euro che ormai non ha più alcun senso, nemmeno quello deteriore di sterilizzare le battaglie sociali. Sta dicendo no a stesso e a un’epoca che finalmente svela il suo vero volto.

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2022/05/09/de-benedetti-apre-il-fuoco-su-washington/

Tocca a noi

Spogliare la Grecia è stato uno scherzo.

Aeroporti, qualche isola, industrie zero, terre poche, risparmi privati ridicoli, demanio interessante.

Comunque la Grecia aveva un Pil inferiore alla sola provincia di Treviso.

È bastato un sol boccone.

PER L’ITALIA È DIVERSO:

Un capitale assolutamente enorme.

Secondo al mondo in quanto a risparmio privato, primo come abitazioni di proprietà, terre di valore assoluto e coste meravigliose.

Quinta potenza industriale al mondo prima dell’euro, ottava oggi.

Il Made in Italy è ancora oggi il marchio numero uno al mondo, davanti a Coca Cola.

Biodiversità superiore alla somma di tutti gli altri paesi europei.

Come capitale artistico monumentale, non ne parliamo neanche: è superiore a quello di tutto il resto del mondo.

Francia e Germania, più qualche fondo americano, cinese o arabo hanno fatto la spesa da noi a “paghi uno e prendi quattro”.

Tutto il lusso e la grande distribuzione sono passati ai francesi insieme ai pozzi libici passati da Eni e Total.

Poi anche Eni è diventata a maggioranza americana.

Anche il sistema bancario è passato ai francesi insieme all’alimentare.

I tedeschi si sono presi la meccanica, e il cemento.

Gli indiani tutto l’acciaio.

I Cinesi si son presi quote di TERNA, e tutto PIRELLI agricoltura.

Se ne sono andate TIM, TELECOM, GIUGIARO, PININ FARINA, PERNIGOTTI, BUITONI, ALGIDA, GUCCI, VALENTINO, LORO PIANA, AGNESI, DUCATI, MAGNETI MARELLI, ITALCEMENTI, PARMALAT, GALBANI, LOCATELLI, INVERNIZZI, FERRETTI YACHT, KRIZIA, BULGARI, POMELLATO, BRIONI, VALENTINO, FERRE’, LA RINASCENTE, POLTRONA FRAU, EDISON, SARAS, WIND, ANSALDO, FIAT FERROVIARIA, TIBB, ALITALIA, MERLONI, CARTIERE DI FABRIANO, ….. Ma…non hanno finito.

Ci sono rimaste ancora le case e le cose degli italiani.

E I LORO RISPARMI. CIRCA 3.000 MILIARDI DI EURO.

ORA VOGLIONO QUELLI.

Ecco chi ha chiamato Mattarella e gli ha “intimato” di procedere a sbarrare la strada a chi poteva mettere a rischio la prosecuzione della spoliazione.

I fondi di investimento, i mercati, che, come ricordavo raccolgono i soldi delle mafie, tutte, grandi e piccole, dei traffici di droga, di umani, di truffe internazionali, di salvataggi bancari, del “nero” delle grandi multinazionali, siano esse del commercio, dei telefonini, della cocaina o delle armi, questi fondi di investimenti dicevo, non hanno finito.

Ora tocca alle poche industrie rimaste, ai fondi pensioni, ai conti privati, agli immobili. Ora tocca a noi.

Ecco perché non serve a nulla mediare, arretrare un po’.

Non si placheranno, l’abbiamo già visto. BISOGNA FERMARLI ORA.

Ogni generazione ha il suo Piave. Questo è il nostro.”

Gian Micalessin.

tramite Giorgio Bianchi

I nostri soldi

di

Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno

03 marzo 2022

La sperequazione della distribuzione reddituale a danno della classe media

Negli ultimi trent’anni, a partire soprattutto dagli anni Novanta, è aumentata in modo progressivo la disuguaglianza nella distribuzione del reddito degli italiani. Questo è quanto si evince dall’analisi condotta da molti anni da parte della Banca d’Italia riguardo alla distribuzione del reddito basata principalmente sull’indagine riguardo ai bilanci delle famiglie italiane. I risultati ineriscono alla distribuzione del reddito complessivo, ovvero sia da lavoro dipendente, sia da lavoro autonomo e sia da capitale, al netto delle tasse pagate al settore pubblico e dei trasferimenti da esso ricevuto, come pensioni e assistenza sociale. Per effettuare questa analisi la Banca d’Italia si è basata sull’indice Gini, ossia quella misura della distribuzione del reddito pari a 0 quando il reddito complessivo è distribuito in modo uguale tra le unità della popolazione e pari a 1 quando è concentrato in una singola unità.

L’indice succitato è aumentato in modo significativo tra il 1991 e il 1995 e ciò è stato dovuto soprattutto alla crisi valutaria avvenuta agli inizi degli anno ‘90. Infatti, in quel periodo, il reddito medio italiano, al netto delle tasse e dei trasferimenti, iniziò a declinare del 5 per cento, con un distinguo rilevante da palesare, ossia che le famiglie con un benessere più elevato, corrispondente al 20 per cento più alto della distribuzione non furono impoverite da questa crisi, mentre ci fu una significativa diminuzione di reddito dell’11 per cento per le famiglie con reddito più basso, questa aumento delle disuguaglianze ha vanificato la tendenza verificatasi durante gli anni Sessanta verso la riduzione delle stesse. La stessa Ocse, secondo degli studi effettuati al riguardo, conferma che la disuguaglianza del reddito sarebbe aumentata soprattutto per i redditi dei non pensionati rispetto a coloro che sono pensionati. Invece, secondo il World Inequality Lab la disuguaglianza del reddito avrebbe raggiunto i massimi livelli nel 2018-2019, rispetto agli ultimi quarant’anni.

Mentre, secondo quanto riporta la World Bank, la quota corrispondente al 10 per cento delle famiglie con un reddito più elevato avrebbe oscillato tra il 25 e il 27 per cento dal 1995 al 2017, scendendo fino al 2017, per poi risalire successivamente, crescendo in modo significativo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta. Tutta questa sperequazione reddituale, ovviamente, si è incrementata in modo esponenziale durante la pandemia del Covid-19, dove coloro che posseggono un reddito più alto hanno aumentato il loro livello economico in rapporto a coloro che detengono redditi più bassi, intensificando quel processo iniziato negli anni Novanta di distruzione progressiva della classe media, con l’aumento di ricchezza per le classi reddituali più alte e l’aumento del numero di coloro appartenenti alle classi reddituali più basse, sempre più in difficoltà economica.

Dall’analisi approfondita della storia economica della Repubblica italiana, emerge maggiormente il dato inconfutabile del progressivo declino del ceto medio e del suo impoverimento negli anni, a causa di politiche economiche penalizzanti per tutto il settore delle piccole e medie imprese, che grazie anche alle limitazioni per i loro reinvestimenti aziendali, causate dall’oppressione tributaria e dalla mancanza di politiche per ridurre il famoso cuneo fiscale, ossia la tassazione sul costo del lavoro, non solo ha indotto numerose aziende e detentori di partite Iva a chiudere la propria attività, ma ha anche determinato un aumento esponenziale della disoccupazione e degli inoccupati, ossia coloro che non cercano più lavoro a causa della mancanza di offerta.

Quisquis habet nummos secura navigat aura (Petronio).

http://www.opinione.it/economia/2022/03/03/fabrizio-valerio-bonanni-saraceno_banca-d-italia-indice-gini-ocse-world-inequality-lab-world-bank-covid-19/

Zombies

di

Andrea Mancia30 gennaio 2022El dia de los Muertos

Segnatevi la data del 29 gennaio 2022. Perché tra qualche decennio, di fronte al proverbiale camino acceso, potrete spiegare ai vostri nipoti (pronti a fare di tutto per non ascoltarvi) che quello è il giorno in cui il centrodestra è morto. Almeno il centrodestra che avevamo conosciuto fino a quel momento: una coalizione sgangherata e spesso rissosa che si faceva però forte del fatto di rappresentare la maggioranza strutturale degli elettori italiani.

Noi, quel centrodestra, lo abbiamo visto nascere. Era l’autunno del 1993 quando Silvio Berlusconi (anche per interessi suoi, sia chiaro), ebbe l’illuminata intuizione di allearsi al nord con la Lega e al centrosud con Alleanza Nazionale, mettendo un chilo di zucchero nel serbatoio della “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, che era sull’orlo di prendersi il Paese dopo che gli amici del pool di Milano avevano fatto strage di tutti i loro avversari politici.

Noi, quel centrodestra, lo abbiamo visto vincere – contro ogni pronostico – nella sua prima uscita elettorale. Era il pomeriggio del 28 marzo, un lunedì, quando il direttore Arturo Diaconale mi chiamò nella sua stanza per dirmi, con un sorriso sornione: “Andrea, comincia a scrivere il pezzo senza le percentuali precise. Abbiamo vinto”. Io non potevo crederci. Ma naturalmente aveva ragione Arturo. E qualche ora dopo, migliaia di simpatizzanti avevano invaso Piazza del Popolo sventolando increduli le copie de “L’Opinione” che eravamo riusciti a stampare prima di tutti gli altri giornali. Il titolo di prima pagina era: “Ha vinto la Libertà”.

Sono passati quasi trent’anni da quel giorno. E forse è normale che, come tutte le cose della vita, anche le coalizioni politiche siano destinate a morire. C’è modo e modo di farlo, però. Si può morire con uno sfrontato sorriso di fronte ai propri carnefici. O di morte naturale, nel tepore del proprio letto. Si può perfino morire in un improbabile e maldestro tentativo di fuga. Ma il 29 gennaio, giorno della rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, il centrodestra ha scelto di morire nel modo più deprimente e imbarazzante per i propri elettori.

Mettiamo una cosa in chiaro. Della figura di merda galattica (perdonate il francesismo) fatta dai leader e dai peones dei partiti che componevano l’alleanza, ci interessa assai poco. Il cuore si stringe solo perché pensiamo all’imbarazzo di chi, in tutti questi decenni, ha regalato il proprio voto a un’idea, un’aspirazione, un sogno. Quello di trasformare l’Italia in una nazione moderna ma radicata nelle proprie tradizioni, immune alle perversioni stataliste della sinistra peggiore d’Europa e fiera di essere sempre stata – fin dal 1948 – dalla parte giusta della Storia.

Ecco, questi italiani non meritavano di assistere allo spettacolo osceno di questi ultimi giorni, che i nostri ottimi editorialisti analizzeranno compiutamente e (mi immagino) senza sconti. Il mio è solo, per citare Jim Morrison, un “canto di dolore e libertà”. Il centrodestra è morto, viva gli elettori del centrodestra. Che ormai si trovano di fronte a un punto di ricaduta obbligato. Dare una possibilità al leader che, in questo spettacolo macabro, si è comportato con un briciolo di dignità: Giorgia Meloni.

Ora, Fratelli d’Italia può scegliere se diventare, finalmente, il partito che era stato progettato alla sua nascita: un luogo d’incontro tra tradizione e libertà. Aprendosi a un nuovo innesco di classe dirigente e abbandonando per sempre gli spazi angusti in cui, a volte, sembra volersi rifugiare. Se Giorgia Meloni non si dimostrasse all’altezza di questo compito, oggettivamente oneroso, che il destino le ha riservato, rimarrebbe solo il “piano B”. I liberali del centrodestra saranno obbligati a mettere in piedi una formazione politica alleata con Fratelli d’Italia, rivolgendosi agli elettori che si sentono distanti da FdI e che fino a ieri hanno votato per Forza Italia e Lega. Due partiti che, insieme a centrini e cespugli numericamente irrilevanti, alle prossime elezioni conosceranno sulla propria pelle la rabbia del proprio elettorato. Tertium non datur.

http://www.opinione.it/editoriali/2022/01/30/andrea-mancia_29-gennaio-2022-morte-del-centrodestra-rielezione-mattarella-quirinale/

Scienze politiche

La Repubblica democratica liberale, così come dal 1946 ci troviamo in Italia, non funziona. Aveva ragione Platone quando, nel libro VI del Repubblica e nel Politico, ammoniva i suoi discepoli circa gli esiti disastrosi della democrazia, forma degenerante della politica di un popolo perché fondata su tesi deboli e non naturali, il cui inevitabile sviluppo porta alla tirannia e al declino delle società.

Al di là dell’anaciclosi politica, ci troviamo davanti all’opportunità per riflettere seriamente sull’esigenza di nuove forme politiche a partire dalle nostre identità come popolo, molteplici perché l’Italia è fatta di più culture, lingue, dialetti, tradizioni, costumi, confini, la cui unità non può essere quella imposta da una cricca di oligarchi, bensì quella di intenti e di spirito che accomuna più popoli la cui identità si armonizza verso un fine condiviso.

Finalmente tutto crolla, perciò lasciamo che crolli anche la Repubblica. La politica della scelta del “meno peggio” non ha mai prodotto niente di buono, ha solo procrastinato l’assunzione di responsabilità politica da parte dei cittadini. Ci siamo ripetuti per anni che prima o dopo sarebbe andata meglio, continuando ad accettare di essere presi in giro da loschi burattini messi a governare le nostre vite, nell’autoconvinzione di un futuro impegno che abbiamo sempre rimandato. Provvidenzialmente è giunta l’ora di risvegliare le nostre coscienze e prendere in mano la situazione. Abbiamo creduto che la sovranità ci appartenesse, quando invece abbiamo vissuto l’equazione cittadini=suddito, invece di cittadino dunque sovrano. Non abbiamo bisogno di perseverare negli stessi errori, né tantomeno di aspettare un qualche messia politico che ci tragga in salvo dalla melma della nostra negligenza individuale; è invece giunto il tempo, sacro e solenne, di tornare ad essere i protagonisti della nostra politica, di riorganizzare la società con nuove forme, ripartendo dalle comunità e da ciò che è essenziale per realizzare il bonum communis che è fine della politica autentica. Non possiamo più delegare la realizzazione di un sogno a delle entità orizzontali, abbiamo bisogno di tracciare nuove rotte metafisiche e forgiare cuori e menti ad essere l’energia creatrice di un Paese che dal dramma più angosciante deve risorgere a vita nuova, per un nuovo mondo.

A queste elezioni noi dedichiamo un grido: Crolli la Repubblica, sorga l’Italia!

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/non-dobbiamo-cambiare-il-presidente-dobbiamo-cambiare-la-repubblica

I successi delle privatizzazioni

I successi delle privatizzazioni

di Redazione · Pubblicato 25 Gennaio 2022 · Aggiornato 25 Gennaio 2022

di GILBERTO TROMBETTA (RI Roma)

Prima di essere svenduta ai privati, Telecom era il 6° operatore al mondo, fatturava 23,2 miliardi, dava lavoro a 120.345 persone, non aveva debiti, vantava 30 partecipazioni internazionali e un patrimonio immobiliare di 10 miliardi. Oggi è il 17° operatore, fattura 15,8 miliardi (-31,9%), dà lavoro a 52.333 dipendenti (-56,5%) e ha 23,3 miliardi di debiti. Secondo il report del 2010 sulle privatizzazioni della Corte dei Conti, il patrimonio immobiliare è stato praticamente regalato. Parliamo di immobili per un totale di 3,3 milioni di metri quadrati di superficie.

A Capo del Comitato di Consulenza e Garanzia delle Privatizzazioni c’era Mario Draghi. Mario Draghi è stato uno dei protagonisti indiscussi della grande stagione di svendita dell’industria pubblica (IRI) degli anni 90 (insieme ai vari Prodi, D’Alema). Con lui l’Italia è stato il Paese che ha privatizzato più degli altri Paesi europei sia in valori assoluti (110 miliardi di euro), che in rapporto al PIL (più del 10%).

Privatizzazioni chieste a gran voce dall’Unione Europea in nome del mantra “meno Stato, più mercato”.

Mario Draghi è tornato per finire il lavoro. Come dimostra il caso Alitalia che è stata lasciata fallire per poi essere svenduta a Lufthansa. Iscriviti al nostro canale Telegram