Morte del sindacato

Il tentativo dei 32 economisti di distanziarsi da Matteo Salvini, che li ha presi ad esempio di una scienza economica onesta e non asservita agli interessi dell’egemonia mercantilista tedesca, appare, alla luce del dato storico, un inutile ed artificioso tentativo retorico. Forse con Salvini, i nostri, non si intenderanno mai – benché un loro collega, anch’egli di sinistra, lo ha fatto fino a farsi eleggere deputato per la Lega, ci riferiamo ad Alberto Bagnai –, e siamo anche noi concordi sul fatto che ci sono molte cose criticabili nel leader leghista e che molti sono i suoi limiti culturali, financo politici. Ma certamente i 32 non possono non fare i conti con il concetto di sovranità nazionale che, pur con tutti i loro limiti (la tanto invocata sovranità deve essere giocata anche contro la Nato, come a noi piacerebbe, oppure no?), i sovranisti hanno innalzato a categoria del Politico. D’altro canto la sovranità nazionale è elemento imprescindibile della sovranità democratica. Essa nasce nel 1789 come bandiera della sinistra, ossia del “terzo stato”, contro la legittimità monarchica. La sinistra fucsia, come la definisce Diego Fusaro, prona ai poteri finanziari mondialisti, triste retaggio dell’utopia internazionalista, sembra averlo completamente dimenticato. Insieme alla sovranità nazionale la sinistra ha conseguentemente dimenticato le ragioni delle classi popolari che, invece, dovunque oggi, in Europa e nel mondo, chiedono, sempre di più, tutele contro l’aggressività della speculazione finanziaria, emancipata dalla globalizzazione la quale l’ha lasciata libera di scatenarsi allo stato puro come un Satana “liberato dalle catene”.

La realtà è che non si può rinunciare alla sovranità nazionale se non la si sostituisce con un contesto confederale di nazioni politicamente poste tutte su un piano di parità, libere ed eguali, anche se differenti in quanto a forza economica. Il che è facile a dirsi ma molto più difficile a farsi, data la tendenza, innata nelle disfunzioni ontologiche del cuore umano, alla prevaricazione del più forte sul più debole. L’attuale assetto dell’Unione Europea è appunto carente di qualsiasi quadro confederale, ovvero politico, ed il vuoto è stato riempito dagli Stati più forti ossia Francia e Germania.

Queste riflessioni di attualità politica ci inducono, per meglio comprendere e spiegare, a ripercorrere la storia dello Stato sociale quale trasformazione necessaria dello Stato nazionale sorto al tempo delle monarchie assolute post-medioevali che, più tardi, la Rivoluzione Francese cambiò in repubbliche.

Un primo dato storico necessario per capire la trasformazione dello Stato nazionale in Stato sociale è la funzione che svolse in tale processo il Sindacato. Non a caso oggi insieme allo Stato nazionale va morendo, o comunque molto indebolendosi, anche il sindacato. Stato e sindacato storicamente sono fenomeni coevi, giacché il sindacato nacque come risposta alla Legge Le Chapelier, con la quale nel 1791 la rivoluzione liberale e giacobina (il giacobinismo era soltanto la radicalizzazione delle istanze contrattualiste ed individualiste del liberalismo) dichiarò fuori legge tutte le “coalizioni” intese a raggruppare i cittadini in difesa di comuni interessi. In altri termini erano così abolite le antiche corporazioni di arti e mestieri, in parallelo con l’abolizione di tutti gli ordini religiosi. Nasceva in tal modo lo Stato accentrato, espressione della Volontà Generale intesa come somma sinallagmatica delle volontà degli individui uniti dal contratto sociale. Era l’illusione rousseviana che fosse possibile la coincidenza diretta e senza mediazioni tra Stato ed individuo. Una illusione tante volte poi tornata nelle filosofie successive. A tal proposito basta soltanto pensare all’attualismo gentiliano che presupponeva l’interiorizzazione da parte del singolo della volontà statale e viceversa l’assorbimento nello Stato della volontà del singolo. Anche nell’attualismo senza autentiche mediazioni sociali giacché nella visione idealista di Gentile corporazioni e sindacati, istituiti dal regime fascista quali organi pubblici, erano soltanto un momento di intermediazione autoritaria per fondere totalitariamente Stato ed individuo. La distruzione degli antichi corpi sociali svolse, naturalmente, un ruolo a tutto vantaggio della componente imprenditoriale del nascente capitalismo industriale che così poteva agire e stabilire le sue regole senza alcuna mediazione o concertazione con gli operai, i quali già nel XVIII secolo, in un contesto ancora corporativo nel senso premoderno della parola, andavano organizzandosi in quella sorta di proto-sindacati che erano i “compagnonaggi”. Certo anche gli imprenditori, i quali all’epoca erano piuttosto padroni in senso arcaico che imprenditori in senso moderno, non potevano fare “coalizioni” – benché poi facevano cartello per monopolizzare il mercato – ma è evidente che nei rapporti di forza all’interno della fabbrica ad avere la meglio era il proprietario, dato che anche gli scioperi erano vietati e duramente repressi in quanto tentativi di coalizione.

Il sindacalismo nacque per reclamare, contro lo Stato liberal-giacobino, astratto e centralizzatore, lo spazio che era stato tolto agli antichi corpi intermedi. Durante tutto l’ottocento il dibattito filosofico-politico ruotò intorno al problema della riforma organica dello Stato per il riconoscimento giuridico delle realtà sociali naturali che nuovamente, nonostante le illusioni illuministe, erano risorte in una forma adeguata alla modernità industriale. I frutti di questo dibattito maturarono nel novecento quando lo Stato trovò la via del corporativismo cioè di quel particolare sistema istituzionale che demanda le grandi scelte politiche alla contrattazione tra organizzazioni sociali, i corpi intermedi, in grado di rappresentare e articolare gli interessi di intere categorie sociali nel quadro di un più alto e complessivo bene comune. Era la via auspicata, all’epoca, da diverse scuole di pensiero – la cattolica, la mazziniana, la nazionalista, la socialista a-marxista, la sindacalista-rivoluzionaria –, molto differenti tra loro ma tutte convergenti a favore della riforma corporativa dello Stato moderno.

(La nostra stessa Costituzione postfascista del 1948 ha un evidente impianto corporativista chiaramente palesato negli articoli iniziali, quelli della prima parte fondamentale, ovvero gli articoli 2 e 3, comma 2 e, poi, in molti altri articoli della seconda parte come il 39, il 46, il 99 ed altri ancora.)

La globalizzazione, infatti, ha portato ad esiti sostanzialmente differenti rispetto a quelli che hanno caratterizzato il sistema corporativo del passato. Mentre le caratteristiche istituzionali delle relazioni industriali corporative sviluppate, tra alti e bassi, nel XX secolo, ossia la densità identitaria sindacale e la struttura della contrattazione collettiva nazionale e decentrata nel quadro però nazionale, hanno a suo tempo condotto a una maggiore eguaglianza sociale, ad un riavvicinamento anche eticamente giusto della forbice sociale, le trasformazioni dell’assetto corporativista indotte dalla globalizzazione, a partire in particolare dagli anni ’90 ovvero dalla fine del XX secolo, lo hanno reso meno redistributivo rispetto a quello precedente. Se il corporativismo come realizzatosi fino agli anni ’70 ha consentito una crescita della quota dei salari proporzionale al reddito nazionale, quindi con effetti redistributivi verso il lavoro, la sua trasformazione postmoderna, al contrario, tiene ferma la dinamica salariale sicché l’aumento dei salari segue un ritmo sempre minore rispetto all’aumento della produttività, producendosi, di conseguenza, sia a livello nazionale che mondiale, un fenomeno di accumulazione della ricchezza verso l’alto. A causa della globalizzazione, che ha accentuato in modo incontenibile la concorrenza transnazionale, le nuove relazioni industriali, rispetto al corporativismo precedente, non sono più attente alla redistribuzione dell’utile del prodotto sociale ma guardano principalmente alla competitività economica. Non si ha più per finalità la negoziazione redistributiva, che imponga al capitalismo l’equità sociale, ma, al contrario, si favoriscono (contro)riforme di matrice neoliberista anche in Nazioni che, rispetto a quelle anglosassoni, hanno una storia corporativisticamente più forte come quelle dell’Europa continentale.

DALLO STATO NAZIONALE DEL LAVORO ALLA GLOBALIZZAZIONE DEL CAPITALE – di Luigi Copertino

 

Neoliberismo

ildisinganno
Francesco Queirolo, scultore genovese del XVIII secolo. Il suo capolavoro è ” El Desengaño ” (Il Disinganno).

Tutto è cominciato con l’affermazione del neoliberismo: la regola del profitto socialmente incondizionato, la demonizzazione dei diritti del lavoro e delle regole come impedimenti, ha provocato Il trasferimento della produzione in Cina (e, nel caso dell’informatica in India) ha consentito alle società statunitensi di beneficiare dell’ampio differenziale salariale e di regolamentazioni meno rigide per arricchirsi. Esse hanno speso questi profitti in eccesso riacquistando le proprie azioni, pagando generosi dividendi ai loro azionisti e usando i prezzi delle loro azioni gonfiati artificialmente per giustificare stipendi e premi esorbitanti ai loro manager; nel medesimo tempo hanno precarizzato e impoverito i lavoratori facendo cadere la capacità di acquisto generale ed erodendo la stessa base di competenza della popolazione. Più questo processo è andato avanti, più si è approfondito eliminando via via la più costosa produzione americana in favore di quella asiatica sempre più tecnologicamente evoluta. Il processo, iniziato lentamente avrebbe finito per assumere un aspetto da effetto valanga, con gravi conseguenze sulla tenuta politica e sociale del sistema, se non fosse stato artificialmente rallentato con la diffusione di crediti così ampia da essere per gran parte inesigibili o fonte di povertà sostanziale. Ed è scoppiata la crisi alla quale si è fatto fronte lasciando le piaghe intatte e limitandosi a pompare denaro, diminuendone ancora il costo fino a rendere l’auto finanziamento borsistico delle aziende il loro asset principale e creare una bolla pronta a deflagrare di nuovo e con molta più potenza distruttiva.

Il grande bluff

Da Marcuse a Davila*

Usando le laconiche parole de L’uomo a una dimensione (1964), con Marcuse possiamo avanzare questo rilievo (che peraltro ben calza con gli ultimi decenni politici italiani e internazionali):« La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi. »

Proprio la crescente impressione o consapevolezza che “i politici sono tutti uguali”, che, a prescindere da destra o sinistra, “comunque non cambi niente” e che a trionfare sia sempre il pensiero sostanzialmente unico dell’establishment – ciò ha fatto sì che si iniziasse a rivolgersi a crescenti forze antisistema, nelle varie forme che hanno assunto: sovraniste, populiste, antidemocratiche o, almeno nei proclami, a favore di forme di democrazia diretta.

Dunque, anche il «controllo ultimo» può non bastare e consegnarci alla tirannia e al dispotismoI governi, i parlamenti nazionali e le istituzioni europee sono oggi senza dubbio tiranniche e dispotiche. Sono dispotiche perché il voto lascia inalterato lo status quotiranniche perché le crisi economiche, sociali, ambientali si perpetuano. Le forme e perfino le istituzioni politiche tradizionali sono ormai esautorate nell’opinione condivisa, ma ciononostante perdurano negli anni, per giunta aggravando la situazione che da decenni promettono di risolvere.

Ma questi tratti dispotici e tirannici che sempre più subiamo sono frutto di quegli stessi valori che molti di noi – il popolo! – incarnano nella quotidianità. È il popolo stesso, benché venga osannato dai populismi, ad essere individualista, arrivista, consumistico, indifferente all’ambiente, ecc. I valori dei politici, dei manager, dei proprietari, che il popolo disprezza, sono i suoi stessi valori. Come possiamo sperare che la scalata verso alte cariche o posizioni di prestigio attenui quel che i più di noi sono, invece di potenziarlo? Uomini che aprano prospettive sul futuro non se ne vedono; semmai si vedono uomini nuovi, ma solo perché peggiori dei precedenti.

« La società moderna si degrada tanto in fretta che ogni nuovo mattino contempliamo con nostalgia l’avversario di ieri. » (Nicolás Gómez Dávila, Escolios)

Non solo è la classe politica ad essere moribonda, ma lo è anche quella degli accademici, degli intellettuali, degli uomini di cultura. Manca chi denunci, si mobiliti, crei, faccia vedere quel che i più non sanno vedere, con cognizione di causa.

« Qualunque sia la loro forza di percussione e di impatto, gli avvenimenti contemporanei sono poveri di contorni, di rilievi, di spigoli, se l’immaginazione non inventa per vederli un lessico dai significati appropriati.

La percezione si ottunde se gli artisti scarseggiano. » (Ivi)

Ed è assai difficile che l’eccezione emerga. Emerge semmai chi è così simile alla mediocrità da potervici facilmente riconoscere.

« La personalità di questi tempi è la somma di ciò che fa colpo sugli stupidi. » (Ivi)

E c’è ormai qualcosa che sopravviva al mercato, perché se ne riconosca il valore e non si pieghi ad esso?

« Il Progresso alla fine si riduce a derubare l’uomo di ciò che lo nobilita, per potergli vendere a buon mercato ciò che lo svilisce. » (Ivi)

L’uguaglianza al ribasso paventata da molte voci, che hanno iniziato a levarsi preoccupate e spaventate fin dall’Ottocento, si è andata via via realizzandosi.

« Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sulla uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga. » (H.-F. Amiel, Frammenti di diario intimo, 12 giugno 1871)

 

Henri-Frédéric Amiel, Alexis Tocqueville, Nicolás Gómez DávilaHenri-Frédéric Amiel, Alexis Tocqueville, Nicolás Gómez Dávila

 

Per dirla ancora con Gómez Dávila:

« Dobbiamo compatire l’egualitario.

Quale sfortuna ignorare che ci sono ranghi e ranghi al di sopra della nostra mediocrità. » (N. Gómez Dávila, Escolios)

Così, se i desideri non vengono coltivati, e non diventano ideali, essi rimangono piccini.

« È probabile che il dispotismo, se riuscisse a stabilirsi presso le nazioni democratiche del nostro tempo, avrebbe un altro carattere: sarebbe più esteso e più mite e degraderebbe gli uomini senza tormentarli. […]

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. » (A. Tocqueville, La democrazia in America)


  • Nicolás Gómez Dávila. (11 dicembre 2018). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 17 dicembre 2018, 16:00 da //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Nicol%C3%A1s_G%C3%B3mez_D%C3%A1vila&oldid=101500414.
  • Il XXI secolo, tirannico e dispotico

    di Gabriele Zuppa – 12/12/2018

    Il XXI secolo, tirannico e dispotico

    Fonte: Gazzetta filosofica