Neoliberismo

ildisinganno
Francesco Queirolo, scultore genovese del XVIII secolo. Il suo capolavoro è ” El Desengaño ” (Il Disinganno).

Tutto è cominciato con l’affermazione del neoliberismo: la regola del profitto socialmente incondizionato, la demonizzazione dei diritti del lavoro e delle regole come impedimenti, ha provocato Il trasferimento della produzione in Cina (e, nel caso dell’informatica in India) ha consentito alle società statunitensi di beneficiare dell’ampio differenziale salariale e di regolamentazioni meno rigide per arricchirsi. Esse hanno speso questi profitti in eccesso riacquistando le proprie azioni, pagando generosi dividendi ai loro azionisti e usando i prezzi delle loro azioni gonfiati artificialmente per giustificare stipendi e premi esorbitanti ai loro manager; nel medesimo tempo hanno precarizzato e impoverito i lavoratori facendo cadere la capacità di acquisto generale ed erodendo la stessa base di competenza della popolazione. Più questo processo è andato avanti, più si è approfondito eliminando via via la più costosa produzione americana in favore di quella asiatica sempre più tecnologicamente evoluta. Il processo, iniziato lentamente avrebbe finito per assumere un aspetto da effetto valanga, con gravi conseguenze sulla tenuta politica e sociale del sistema, se non fosse stato artificialmente rallentato con la diffusione di crediti così ampia da essere per gran parte inesigibili o fonte di povertà sostanziale. Ed è scoppiata la crisi alla quale si è fatto fronte lasciando le piaghe intatte e limitandosi a pompare denaro, diminuendone ancora il costo fino a rendere l’auto finanziamento borsistico delle aziende il loro asset principale e creare una bolla pronta a deflagrare di nuovo e con molta più potenza distruttiva.

Il grande bluff

La società non esiste

Un importante saggio sui temi della crisi delle classi subalterne e del ceto medio, nonché sul vuoto di rappresentanza politica, è uscito in Italia con scarsa attenzione mediatica, nonostante l’editore sia l’università Luiss, tutt’altro che rivoluzionaria. Si tratta di La società non esiste, del sociologo e geografo francese Christophe Guilluy, studioso delle aree periferiche degli Stati europei, il cui significativo sottotitolo è La fine della classe media occidentale. E’ per essa che suona oggi la campana della riproletarizzazione: il cielo di carta si è strappato anche per la classe media. Guilluy, riprende nel titolo la tragica affermazione individualista di Margaret Thatcher degli anni Ottanta, there is no society, non esiste la società.

La liquefazione dei legami sociali ha raggiunto l’acme con il dominio della cultura libertaria e narcisista che divide il mondo tra se stessa, cool, alla moda, cosmopolita, senza legami, colta, nemica dell’identità e gli altri, arretrati, incatenati a vecchie idee, ignoranti. Questa sinistra snob, metropolitana, piena di sé, disprezza profondamente chi non fa parte del suo mondo, non pratica il poliamore, non discute di postfordismo, non commenta l’ultima serie di Netflix, chi, orrore massimo, è fedele alla famiglia naturale, alla terra natia, addirittura si permettere di credere in Dio e esprimersi non nel disgustoso inglese globish da aeroporto e listini di borsa, ma nell’idioma natio.

Il fenomeno interessa tutte le nazioni. In Spagna, il sociologo Daniel Bernabè, nel saggio La trappola della diversità, ricalca le tesi di Guilluy, accusando la sinistra di essere caduta in una autoreferenzialità prossima al solipsismo, in cui passa il tempo a spiegare agli altri in che cosa sbagliano.   Incapaci non solo di accogliere, ma neppure di concepire concetti come il patriottismo, l’identità, la famiglia, le lotte sul posto di lavoro, la difesa dell’ambiente rurale, avvolti nei propri stracci disprezzano quanto ignorano. Scrive Bernabè che sono giunte a noi le guerre culturali, i conflitti intorno ai diritti civili, la rappresentanza di gruppi che situano i problemi non nell’ambito economico, lavorativo e ancor meno nella struttura generale della società, ma in campi meramente simbolici. Il matrimonio omosessuale, il linguaggio di “genere” o l’educazione alla cittadinanza hanno occupato le prime pagine dei media, scatenando violente polemiche. Tali conflitti culturali neoborghesi, costruiti nei laboratori delle università americane, assumono un valore simbolico e diventano leggi, permettendo a governi autodefiniti di sinistra (o centrosinistra, concetto light che affievolisce il senso delle parole, esattamente come centrodestra) di svolgere politiche antipopolari nel campo economico e sociale.

In un mondo dove l’ideologia libertaria si è trasformata in alibi per affermare a livello di massa personalità isolate, sconnesse dalla comunità, la carovana progre si sforza soltanto di trovare, nella cornucopia del vocabolario politicamente corretto, le parole adeguate per riconoscere ogni diversità, creando un superstizioso alone di rispetto per qualunque minoranza mentre il sistema trascina miliardi di persone ai margini della storia. Non ricerca più una narrazione comune che unisca intorno a obiettivi e principi condivisi, ma enfatizza le specificità- alcune specificità, beninteso – per colmare l’angoscia di un presente senza identità, di comunità, di classe, di popolo. Diversità come trappola, anziché ricchezza.

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Il tutto è falso

il falso “correttamente applicato”  è diventato il vero motore delle carriere accademiche. E a questo possiamo aggiungere l’opinione del premio nobel per la medicina, il biologo cellulare  Randy Schekman per il quale le maggiori riviste scientifiche , Nature, Cell e Science sono come tiranni: “pubblicano in base all’appeal mediatico di uno studio, piuttosto che alla sua reale rilevanza scientifica. Da parte loro, visto il prestigio, i ricercatori sono disposti a tutto, anche a  modificare i risultati dei loro lavori, pur di ottenere una pubblicazione”. E naturalmente questo non si ferma qui, si estende ai pagamenti in solido che università e gruppi in concorrenza tra loro o addirittura organizzazioni ad hoc effettuano per poter venire alla ribalta.  Paradossalmente il publish or perish  che le capre nostrane, incompetenti e/o subornate da modelli superficiali considerano il massimo della modernità è in realtà alla radice di tutto questo e non solo dei falsi o delle superficialità, ma anche della normalizzazione della scienza perché nessuno è così pazzo da sfidare il potere

Materie oscure, anzi proprio buie

Da Marcuse a Davila*

Usando le laconiche parole de L’uomo a una dimensione (1964), con Marcuse possiamo avanzare questo rilievo (che peraltro ben calza con gli ultimi decenni politici italiani e internazionali):« La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi. »

Proprio la crescente impressione o consapevolezza che “i politici sono tutti uguali”, che, a prescindere da destra o sinistra, “comunque non cambi niente” e che a trionfare sia sempre il pensiero sostanzialmente unico dell’establishment – ciò ha fatto sì che si iniziasse a rivolgersi a crescenti forze antisistema, nelle varie forme che hanno assunto: sovraniste, populiste, antidemocratiche o, almeno nei proclami, a favore di forme di democrazia diretta.

Dunque, anche il «controllo ultimo» può non bastare e consegnarci alla tirannia e al dispotismoI governi, i parlamenti nazionali e le istituzioni europee sono oggi senza dubbio tiranniche e dispotiche. Sono dispotiche perché il voto lascia inalterato lo status quotiranniche perché le crisi economiche, sociali, ambientali si perpetuano. Le forme e perfino le istituzioni politiche tradizionali sono ormai esautorate nell’opinione condivisa, ma ciononostante perdurano negli anni, per giunta aggravando la situazione che da decenni promettono di risolvere.

Ma questi tratti dispotici e tirannici che sempre più subiamo sono frutto di quegli stessi valori che molti di noi – il popolo! – incarnano nella quotidianità. È il popolo stesso, benché venga osannato dai populismi, ad essere individualista, arrivista, consumistico, indifferente all’ambiente, ecc. I valori dei politici, dei manager, dei proprietari, che il popolo disprezza, sono i suoi stessi valori. Come possiamo sperare che la scalata verso alte cariche o posizioni di prestigio attenui quel che i più di noi sono, invece di potenziarlo? Uomini che aprano prospettive sul futuro non se ne vedono; semmai si vedono uomini nuovi, ma solo perché peggiori dei precedenti.

« La società moderna si degrada tanto in fretta che ogni nuovo mattino contempliamo con nostalgia l’avversario di ieri. » (Nicolás Gómez Dávila, Escolios)

Non solo è la classe politica ad essere moribonda, ma lo è anche quella degli accademici, degli intellettuali, degli uomini di cultura. Manca chi denunci, si mobiliti, crei, faccia vedere quel che i più non sanno vedere, con cognizione di causa.

« Qualunque sia la loro forza di percussione e di impatto, gli avvenimenti contemporanei sono poveri di contorni, di rilievi, di spigoli, se l’immaginazione non inventa per vederli un lessico dai significati appropriati.

La percezione si ottunde se gli artisti scarseggiano. » (Ivi)

Ed è assai difficile che l’eccezione emerga. Emerge semmai chi è così simile alla mediocrità da potervici facilmente riconoscere.

« La personalità di questi tempi è la somma di ciò che fa colpo sugli stupidi. » (Ivi)

E c’è ormai qualcosa che sopravviva al mercato, perché se ne riconosca il valore e non si pieghi ad esso?

« Il Progresso alla fine si riduce a derubare l’uomo di ciò che lo nobilita, per potergli vendere a buon mercato ciò che lo svilisce. » (Ivi)

L’uguaglianza al ribasso paventata da molte voci, che hanno iniziato a levarsi preoccupate e spaventate fin dall’Ottocento, si è andata via via realizzandosi.

« Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sulla uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga. » (H.-F. Amiel, Frammenti di diario intimo, 12 giugno 1871)

 

Henri-Frédéric Amiel, Alexis Tocqueville, Nicolás Gómez DávilaHenri-Frédéric Amiel, Alexis Tocqueville, Nicolás Gómez Dávila

 

Per dirla ancora con Gómez Dávila:

« Dobbiamo compatire l’egualitario.

Quale sfortuna ignorare che ci sono ranghi e ranghi al di sopra della nostra mediocrità. » (N. Gómez Dávila, Escolios)

Così, se i desideri non vengono coltivati, e non diventano ideali, essi rimangono piccini.

« È probabile che il dispotismo, se riuscisse a stabilirsi presso le nazioni democratiche del nostro tempo, avrebbe un altro carattere: sarebbe più esteso e più mite e degraderebbe gli uomini senza tormentarli. […]

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. » (A. Tocqueville, La democrazia in America)


  • Nicolás Gómez Dávila. (11 dicembre 2018). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 17 dicembre 2018, 16:00 da //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Nicol%C3%A1s_G%C3%B3mez_D%C3%A1vila&oldid=101500414.
  • Il XXI secolo, tirannico e dispotico

    di Gabriele Zuppa – 12/12/2018

    Il XXI secolo, tirannico e dispotico

    Fonte: Gazzetta filosofica

 

Società predatoria

Una società predatoria non significa solo oligarchi che truffano finanziariamente la gente. In verità, significa che le persone annuiscono, sorridono e si fanno i fatti loro mentre vicini, amici e colleghi muoiono nel fosso. I predatori nella società statunitense non sono solo i super-ricchi, ma anche una forza invisibile e insaziabile: la normalizzazione di ciò che nel resto del mondo è vista come dolorosa sconfitta morale, storica, generazionale, se non addirittura criminale, cioè diventano semplici questioni mondane per cui non è necessario piangere o preoccuparsi. Forse vi sembra gretto, no? Ora che vi ho dato alcuni esempi, e ce ne sono molti altri, delle patologie sociali del collasso, permettetemi di condividere tre punti che mi vengono presentati.
Tali patologie sociali sono uno strano e spaventoso nuovo ceppo di malattie che infettano il corpo sociale. Gli Stati Uniti sono sempre stati un pioniere; solo che oggi ospitano non solo problemi che non si vedono nelle società sane. Sono l’avanguardia di nuove patologie sociali che non sono mai state viste nel mondo moderno al di fuori degli Stati Uniti attuali. Cosa ci dice questo? Il crollo degli Stati Uniti è più grave di quanto supponiamo. Ne liquidiamo la grandezza, non sottovalutiamola. Intellettuali, media e pensiero statunitensi non pongono i propri problemi nella prospettiva globale o storica; ma se visti in questo modo, i problemi degli Stati Uniti non si rivelano come fastidi quotidiani di una nazione in declino, ma come un corpo improvvisamente attaccato da malattie inimmaginabili. Visto con precisione: il collasso statunitense è una catastrofe umana senza pari oggi. E perché il disastro che gli USA si sono inflitti, quindi, è così unico, singolare, perversamente speciale; perché anche il trattamento dovrà essere nuovo. L’esclusività di tali patologie sociali ci dice che il collasso statunitense non è il ritorno alla miseria o la caduta di un corso. È qualcosa fuori dalla norma. Qualcosa al di là di dati e statistiche. È come la meteora che spazzò via i dinosauri: un’anomalia delle anomalie, un evento estremo. Questo perché le nostre narrative, strutture e teorie non riescono a capirlo, tanto meno a spiegarlo. Abbiamo bisogno di un linguaggio completamente nuovo, e di un nuovo modo di vedere, per iniziare a darvi un senso. Ma questo è il compito degli Stati Uniti, non del mondo. Il dovere del mondo è questo: se segue il modello del capitalismo statunitense fino all’estremo, con zero investimenti pubblici, crudeltà come stile di vita, perversione delle virtù quotidiane, allora subirà tali nuove patologie. Sono nuove malattie del corpo sociale emerse con la dieta del cibo spazzatura, media spazzatura, scienza spazzatura, cultura spazzatura, sondaggi spazzatura, economia spazzatura, e di persone che si trattano reciprocamente, e la loro società, come spazzatura.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2018/02/21/stati-uniti-le-patologie-del-piu-grande-stato-fallito/

traduzione di Alessandro Lattanzio

Il valore è il prezzo

Di conseguenza, la sfera pubblica – lo spazio in cui offriamo ragioni e contestiamo le ragioni degli altri – cessa di essere lo spazio della deliberazione, e diventa un mercato di click, like e retweet. Internet è la preferenza personale enfatizzata dall’algoritmo; uno spazio pseudo pubblico che riecheggia la voce dentro la nostra testa. Piuttosto che uno spazio di dibattito in cui facciamo il nostro cammino, come società, verso il consenso, ora c’è un apparato di affermazione reciproca chiamato banalmente “mercato delle idee”. Quello che appare pubblico e chiaro è solo un’estensione delle nostre preesistenti opinioni, pregiudizi e credenze, mentre l’autorità delle istituzioni e degli esperti è stata spiazzata dalla logica aggregativa dei grandi dati. Quando accediamo al mondo attraverso un motore di ricerca, i suoi risultati vengono classificati, per come la mette il fondatore di Google, “ricorrentemente” – da un’infinità di singoli utenti che funzionano come un mercato, in modo continuo e in tempo reale.

 

A parte l’utilità straordinaria della tecnologia digitale, una tradizione più antica e umanistica, che ha dominato per secoli, aveva sempre distinto fra i nostri gusti e preferenze – i desideri che trovano espressione sul mercato – e la nostra capacità di riflessione su quelle preferenze, che ci consente di stabilire ed esprimere valori.

 

Un sapore è definito come una preferenza su cui non si discute”, ha scritto una volta il filosofo ed economista Albert O Hirschman. “Un gusto che si può contestare, con se stessi o con gli altri, cessa ipso facto di essere un gusto – diventa un valore“.

http://vocidallestero.it/2017/10/19/neoliberalismo-lidea-che-ha-inghiottito-il-mondo/

Il futuro secondo Attali

Emanuel Macron, le président,  ha un progetto:  uscire –  come aveva promesso – dallo ”stato  d’emergenza”  in vigore dalla strage terroristica di Charlie Hebdo, facendolo diventare lo stato normale  e permanente della Francia. Lo ha rivelato Le Monde, a proposito di un progetto di legge  riservato in formazione: “Si tratta di far entrare nella leggo ordinaria gli strumenti dello stato l’urgenza per lottare contro il terrorismo: domicilio coatto, perquisizioni diurne e notturne, chiusura dei luoghi di culto, zone di protezione e di sicurezza, misure faro che il ministro dell’Interno e i prefetti hanno potuto usare nei 19 mesi del regime d’eccezione instaurato dopo gli attentati del 2015, diverranno misure a disposizione   delle autorità amministrative in tempi normali”.

Si tratta in  sostanza delle misure emblematiche prese durante la guerra d’Algeria del 1955, stato d’eccezione vero. Ora, diventano diritto comune e permanente. Naturalmente, “contro il terrorismo”.

Da dove ha preso l’idea, Macron? Ma da Jacques Attali, suo padrino, mentore e creatore!

Attali: “Il mercato si estenderà a settori dove  fino ad oggi non ha accesso: per esempio la sanità, l’istruzione, la polizia, la giustizia, gli affari esteri –  e contemporaneamente, nella misura in cui non ci sono regole di diritto, il mercato si estenderà a settori oggi considerati illegali, criminali:  come la prostituzione, il commercio degli organi, delle armi, il racket eccetera.  Quindi si avrà un mercato che dominerà  sempre più, determinando una concentrazione di ricchezze, una diseguaglianza crescente, una priorità data al breve termine e alla tirannia dell’istante e del denaro.  Fino, alla   fine, alla commercializzazione della cosa più importante: ossia la vita, la trasformazione dell’essere umano in una merce di scambio: lui stesso divenuto un clone e un robot di se stesso.”

 


http://www.maurizioblondet.it/lorribile-avvenire-ci-promette-attali/