La società non esiste

Un importante saggio sui temi della crisi delle classi subalterne e del ceto medio, nonché sul vuoto di rappresentanza politica, è uscito in Italia con scarsa attenzione mediatica, nonostante l’editore sia l’università Luiss, tutt’altro che rivoluzionaria. Si tratta di La società non esiste, del sociologo e geografo francese Christophe Guilluy, studioso delle aree periferiche degli Stati europei, il cui significativo sottotitolo è La fine della classe media occidentale. E’ per essa che suona oggi la campana della riproletarizzazione: il cielo di carta si è strappato anche per la classe media. Guilluy, riprende nel titolo la tragica affermazione individualista di Margaret Thatcher degli anni Ottanta, there is no society, non esiste la società.

La liquefazione dei legami sociali ha raggiunto l’acme con il dominio della cultura libertaria e narcisista che divide il mondo tra se stessa, cool, alla moda, cosmopolita, senza legami, colta, nemica dell’identità e gli altri, arretrati, incatenati a vecchie idee, ignoranti. Questa sinistra snob, metropolitana, piena di sé, disprezza profondamente chi non fa parte del suo mondo, non pratica il poliamore, non discute di postfordismo, non commenta l’ultima serie di Netflix, chi, orrore massimo, è fedele alla famiglia naturale, alla terra natia, addirittura si permettere di credere in Dio e esprimersi non nel disgustoso inglese globish da aeroporto e listini di borsa, ma nell’idioma natio.

Il fenomeno interessa tutte le nazioni. In Spagna, il sociologo Daniel Bernabè, nel saggio La trappola della diversità, ricalca le tesi di Guilluy, accusando la sinistra di essere caduta in una autoreferenzialità prossima al solipsismo, in cui passa il tempo a spiegare agli altri in che cosa sbagliano.   Incapaci non solo di accogliere, ma neppure di concepire concetti come il patriottismo, l’identità, la famiglia, le lotte sul posto di lavoro, la difesa dell’ambiente rurale, avvolti nei propri stracci disprezzano quanto ignorano. Scrive Bernabè che sono giunte a noi le guerre culturali, i conflitti intorno ai diritti civili, la rappresentanza di gruppi che situano i problemi non nell’ambito economico, lavorativo e ancor meno nella struttura generale della società, ma in campi meramente simbolici. Il matrimonio omosessuale, il linguaggio di “genere” o l’educazione alla cittadinanza hanno occupato le prime pagine dei media, scatenando violente polemiche. Tali conflitti culturali neoborghesi, costruiti nei laboratori delle università americane, assumono un valore simbolico e diventano leggi, permettendo a governi autodefiniti di sinistra (o centrosinistra, concetto light che affievolisce il senso delle parole, esattamente come centrodestra) di svolgere politiche antipopolari nel campo economico e sociale.

In un mondo dove l’ideologia libertaria si è trasformata in alibi per affermare a livello di massa personalità isolate, sconnesse dalla comunità, la carovana progre si sforza soltanto di trovare, nella cornucopia del vocabolario politicamente corretto, le parole adeguate per riconoscere ogni diversità, creando un superstizioso alone di rispetto per qualunque minoranza mentre il sistema trascina miliardi di persone ai margini della storia. Non ricerca più una narrazione comune che unisca intorno a obiettivi e principi condivisi, ma enfatizza le specificità- alcune specificità, beninteso – per colmare l’angoscia di un presente senza identità, di comunità, di classe, di popolo. Diversità come trappola, anziché ricchezza.

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Il sovranismo

Dice Blondet:

(omissis) Quanto al  5S,  ha cominciato a governare non come se fosse in un governo  provvisorio da Comitato di Liberazione Nazionale, bensì   per attuare il suo  programma decrescitista –  a cui non era stato autorizzato dalla  volontà popolare, perché  avrebbe invece dovuto proporre all’elettorato in successive elezioni – dove la Lega sarebbe stata all’opposizione e in competizione.

Si aggiunga questo: che mentre Salvini  – ispirato da  un dio?  – s’è sforzato di trasformarla Lega da partito localista e nordista in formazione “nazionale, è stato invece il Movimento 5  Stelle a diventare sempre più “meridionale”,  fino a  configurarsi in una Lega Sud –  dando voce alle istanze deteriori meridionali, assistenzialismo e anti-industrialismo parassitario.

Per esempio: il reddito di cittadinanza, che andava bene per il Sud della inoccupabilità strutturale (infatti sono meridionali il 61% dei beneficiari), non doveva essere esteso sul piano nazionale, non pari pari. Al Nord  è stato percepito quasi come un’offesa.

La frattura del Paese fra due metà ormai inconciliabili – e il Sud indietro rispetto al Nord non di una, ma di almeno due (o tre)  fasi di sviluppo industriale e di cultura produttiva – è stata messa sempre più in piena e cruda luce, mentre avrebbe dovuto essere tenuta discretamente nell’ombra in  una visione di opposizione unitaria “nazionale” alla  dittatura UE.  No-Tav, No-Ilva, no-trivelle, no-inceneritori,  hanno definito sempre più i 5 Stelle, agli occhi del Nord iper-tassato ed affaticato  nelle difficoltà dell’economia austeritaria, che ha perso industrie ed  occupazione,  come i capricci viziosi di meridionali fancazzisti.

Le perdite di favore nei sondaggi da parte del  5 Stelle, il Movimento doveva capirla appunto come la risposta  dell’elettorato alle sua ambiguità  e alla sua riduzione al  meridionalismo deteriore. Invece lo stato maggiore, allarmato,  ha voluto interpretarla come il  risultato di troppi “cedimenti” alla Lega,  alla eccessiva presenza mediatica di Salvini che “rubava la scena”  coi suoi “successi” (parolai) contro le ONG scafiste –    traendone la conclusione che per recuperare, bisognava  1) ritornare alle origini ideali del movimento (decrescita, economia circolare:  con la ricomparsa del Grillo in veste di profeta  invasato); e 2) l’abbandono  di ogni  mozione euro critica, e l’unione al partito del Deep State, il PD, per durare.

Ovviamente in queste  considerazioni  non si assolve affatto Salvini.  A cominciare dalla sua stupida  rivoltante  estate al Papeete,  alle invasioni di campo rozze e  istituzionalmente maleducate,  la  sua grottesca ostinazione a mascherarsi con magliette da poliziotto, la farneticante richiesta  di  “pieni poteri”, fino alla sua  indiscussa responsabilità nel provocare la rottura, contando  che  il furbo   Mattarella avrebbe concesso le elezioni anticipate in cui lui avrebbe preso il 40%  –  c’è da essere sgomenti per il modo in cui ha “servito” agli  avversari la sua propria testa sul piatto – e la possibilità di  chiudere col  “sovranismo”  mai esistito se non nelle chiacchiere tv – chiudendo l’Italia, indisciplinata, in una gabbia di cui vedremo  sempre più  tutta la spietata durezza. Almeno fino al 2023, nessuna riscossa è possibile.

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NOTA: Nel nostro piccolo ricordiamo che il sovranismo in Italia esiste; quindi, l’invito è ad essere sempre vigili nell’analizzare e comprendere quali sono le tendenze che il sistema mediatico in mano al grande capitale cerca di imporre, ma al contempo non farsi limitare da tale analisi nella definizione di politiche nazionali che risultino vantaggiose per il popolo italiano.

Autonomia di pensiero, anche quando appare in accordo con quello del nemico

Povera Italia!

Fonte: Italicum

Plaude l’Unione europea e arriva anche la benedizione di Trump. E Conte, genuflesso ai Poteri Forti declama:“Sarà un governo inclusivo e filo Ue”. 

 

Così parló il presidente di una sparuta parte d’italiani a tutto il Paese:
“Il Presidente della Repubblica ha il “dovere ineludibile” di verificare se in parlamento esiste una maggioranza…”
VERO!

Ma non è ozioso rammemorare ogni tanto qualche pagina di storia, ad esempio quella sull’ascesa del fascismo.

Caduto il debole governo Facta, dopo un periodo di scioperi (il cosiddetto biennio rosso, 1919-20), caratterizzato da violenza e illegalità diffusa cui esso non era riuscito a porre rimedio, e che aveva visto gli squadristi fascisti in contrapposizione ai socialisti, ai sindacati e alle leghe contadine, il 29 ottobre 1922 Vittorio Emanuele chiede formalmente a Mussolini di formare il nuovo esecutivo, nel rispetto delle norme previste dallo Statuto Albertino. Il primo governo Mussolini, al quale partecipano anche ministri liberali, ottiene il voto di fiducia di un ampio fronte parlamentare che va dalla maggioranza dei liberali al partito popolare (306 voti favorevoli e 116 contrari). Utilizzando i poteri costituzionali, tra il 1922 e il 1925, Mussolini svolge un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura. Pertanto in questa fase egli agisce entro le previsioni della normativa vigente. La dittatura si annida dentro le maglie della legge dove inizia la cova del suo mostro.

E torniamo a noi: il 9 agosto 2019 Matteo Salvini stacca la spina del governo glialloverde, chiedendo di andare ad elezioni.
Colpa della Lega, colpa di Salvini!? Siamo seri, non è certo stato lui a volersene andare, col 38% alle europee ed una serie innumerevole di importanti vittorie nelle amministrazioni locali! Al contrario lo hanno isolato in Italia mediante i cosiddetti alleati di governo che, all’apparenza inspiegabilmente, più perdevano consensi più divenivano arroganti finché, con l’elezione della Von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, hanno gettato la maschera: si sono alleati col PD nel sancire il volto della dittatura liberista ed in tal modo a Bruxelles sono riusciti, restando nelle maglie della Costituzione, a buttar fuori dal governo italiano Salvini, reo di difendere i confini della sua patria e di cercare di tutelarne gli interessi, contro quelli dell’asse di Aquisgrana, così come annunciato in campagna elettorale ed in virtù dei poteri che il ministero da egli ricoperto gli conferiva.
Ecco il capolavoro del potere!

Infatti a questo punto l’inciucio è fatto: PD e 5S si accordano per estromettere Salvini, mantenere le poltrone ed andare al potere senza il voto o addirittura contro il voto popolare ( proprio il PD, che negli ultimi 10 è stato al governo 6 anni senza vincere le elezioni)!

La successiva mossa di Conte è quella di non rassegnare le dimissioni e far gestire la crisi a Mattarella (sic!) il quale parlamentizza la crisi stessa e, manco a dirlo, esperito il teatrino delle consultazioni, conferisce a Conte, fresco dei fasti del G7, l’incarico di formare il Conte bis!

Ma sarebbe erroneo ritenere che costoro siano mossi soltanto dall’attaccamento alla poltrona, questo costituisce l’aspetto soggettivo e meno grave. Costoro, i burattini di Bruxelles, che hanno calpestato la volontà del 38% del popolo italiano, agiranno per portare a termine l’opera già intrapresa, appunto secondo i desiderata di Bruxelles che ben conosciamo: banche, lavoro, migrazione, delocalizzazione, svendita del patrimonio pubblico, desovranizzazione e quindi de democratizzazione, aziendalizzazione integrale della scuola con distruzione della cultura classico formativa, e patrimoniali volute dalla classe dominante liquido-finanziaria per massacrare i già martoriati ceti medi…

Plaude l’Unione europea e arriva anche la benedizione di Trump. E l’amico di Soros, Junker, supera tutti, paragonando Conte a Tsipras che infatti tradì il proprio popolo, portandone lo scalpo a Bruxelles.

Plaude l’Olimpo finanziario con lo spread calante e il festoso giubilare dei mercati apolidi.

E Conte, genuflesso ai Poteri Forti quindi improvvisamente incoronato da parte dei potenti quale grande statista, da funzioni notarili che aveva, declama:“Sarà un governo inclusivo e filo Ue”, dando, lui sì, prova di forbito eloquio, per dire che sarà un governo servo di Bruxelles e coi porti sempre aperti, al fine portare a termine la terzomondizzazione dell’Europa via Italia, secondo i desiderata dei deportatori di schiavi dall’Africa. Già da oggi puntualmente ecco giungere navi cariche di donne e infanti, per smentire l’accusa che i migranti siano tutti giovani maschi prestanti, ecco la vigliacca strategia di chi non si fa scrupoli ad usare persino i neonati a scopi propagandistici per far accettare, mediante la deportazione travestita da falso umanitarsimo, la finalità di rendere il mondo un piano liscio per lo scorrimento di merci e persone, con evidenza queste ultime, non a caso chiamate dalla neolingua dei mercati “risorse”, ridotte a merci.

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Dove sono gli amici?

Quanto allo scenario europeo, dopo aver sottolineato una volta di più come il partito sconfitto proprio nelle consultazioni europee abbia collocato ai vertici di quelle istituzioni due suoi uomini (Sassoli e Gentiloni), infliggendo, col concorso dei potentati continentali, un ulteriore vulnus alla democrazia sostanziale, c’è da prendere atto che l’auspicata o temuta avanzata – a seconda dei punti di vista – dei partiti sovranisti in Europa si è rivelata e si sta rivelando decisamente inferiore alle attese. L’ultima dimostrazione ci viene dai risultati delle elezioni in Sassonia e Brandeburgo, dove l’AFD, pur avendo quasi triplicato i voti, è rimasto al di sotto dei consensi raccolti dalla CDU, che probabilmente governerà in coalizione con i Verdi. Sorte non dissimile tocca, ormai per tradizione, al partito dei Le Pen, nelle sue successive denominazioni e leadership, sempre alla soglia della Presidenza in Francia e poi sistematicamente sconfitto dall’”Union Sacrée” di tutti gli altri, inclusi i partiti “di destra” sedicenti o presunti. Non sarebbe male chiedersene i motivi; forse le condizioni dei popoli europei non sono così malandate da far desiderare cambiamenti radicali a tutti i costi? Forse il lungo periodo di benessere ha infiacchito gli animi? Forse la propaganda mondialista – chiesa bergogliana in prima fila – ha dato i suoi frutti? Bisogna capirlo e trarne le opportune conclusioni.

E allora? Qui non è solo questione di “poteri forti”, che pure esistono e si fanno sentire. Insomma, senza un autentico respiro europeo, senza una strategia condivisa con “amici” affidabili, non solo il governo nazionale, ma la stessa Europa che vogliamo e che era anche nei nostri sogni giovanili resteranno chimere. L’Europa dei popoli, l’Europa nata dalla cultura greco-romana, ma anche dai successivi apporti cristiani, germanici, arabi, l’Europa delle cattedrali, ma anche della Tecnica ci chiede di rivoluzionare gli assetti della costruzione finanziario-burocratica che regna a Bruxelles e Strasburgo, sulla scorta degli interessi nazionali (imperiali?) di Berlino e perfino di Parigi.

Per svolgere questo compito immenso, non solo la Lega, ma tutte le forze che si riconoscono in una visione dove si sposano sovranità, identità e rispetto del popolo devono collegarsi con le analoghe forze politiche – e culturali! – operanti negli altri paesi del Continente. Si dice che il sovranismo, specie nelle sue declinazioni nazionalistiche, alimenti gli egoismi sciovinisti, e questo purtroppo si è verificato in molte circostanze recenti (non solo in materia di migrazioni). Se non si riuscirà nell’intento di creare questi legami, in sintesi che si risolvano nell’individuazione di obiettivi e strategie e strumenti comuni, vincere questa o quella elezione servirà davvero a poco.

La partita decisiva si giocherà, a parer nostro, in Europa, dove è chiaro chi sia il Nemico, ma vi è ancora la massima incertezza sull’Amico, per usare il lessico schmittiano. In Italia, intanto, non si deve disperdere e vanificare il consenso che si è aggregato intorno al centrodestra, “nuovo” soprattutto nelle sue componenti leghiste e di Fratelli d’Italia; ma in termini di popolo, c’è da conquistarsi la fiducia del popolo dell’astensione, e da curare i sogni e i progetti – e gli interessi – di blocchi sociali ai quali, dal Nord al Sud, non basta la protesta. Ci servono pazienza e fantasia, determinazione e spessore culturale. La scommessa è difficile, ma è fondamentale attrezzarsi per vincerla e farne durare gli effetti.

Il caso (di G. Del Ninno). Non si governa senza un orizzonte europeo, alle destre la protesta non basta più

Conte bis

Sei in totale gli esponenti della precedente compagine governativa che continueranno il loro percorso. Un esecutivo, il Conte 2, che – numeri alla mano – sarà composto per metà da esordienti nel ruolo di ministri o con incarichi di governo. A mantenere il loro posto il pentastellato Alfonso Bonafede che conserva la delega alla Giustizia e Sergio Costa quella all’Ambiente. Poi c’è il leader M5s Luigi Di Maio, che però passa dal ruolo di vice-premier e ministro del Lavoro agli Esteri.

Salvini sconfitto

Mentre tutti i riflettori sono puntati sulle trattative per la costituzione di un nuovo governo, PD 5 Stelle, quello che veramente è accaduto dietro il finto palcoscenico della crisi di governo non è stato dichiarato né tanto meno spiegato dai media ufficiali.
Il contesto da considerare è quello di essersi trovata l’Italia nel mezzo di una guerra commerciale fra USA e Cina dove la posizione italiana è quella di un alleato strategico di Washington e della NATO che ospita basi e strutture di primaria importanza per gli USA.
Ricordiamo che l’Italia è stato il primo paese della UE a firmare il memorandum con la Cina e per questo motivo il governo giallo verde è stato attaccato dall’Amministrazione USA. Allo stesso tempo l’Italia è l’unico paese che si oppone al cartello finanziario europeo che fa capo all’asse di Aquisgrana (sottoscritto fra Germania e Francia) che viene considerato antagonista dall’Amministrazione USA.
L’uomo che ha condotto le trattative con l’Amministrazione USA è stato Giorgetti che si era recato negli USA, prima della crisi, per placare il nervosismo americano sulla posizione italiana e rassicurare gli americani.
Qualche cosa non ha funzionato e i 5 Stelle hanno votato per la Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea, il personaggio delle aristocrazie finanziarie gradito alla Merkel ed ai circoli finanziari della Germania che sono in polemica con l’Amministrazione USA.
Questo è stato, come tutto sembra indicare, il motivo scatenante della decisione di Salvini di staccare la spina al governo, probabilmente su input da oltre oceano. Una decisione apparsa quanto meno incauta se non autolesionista.

https://www.controinformazione.info/il-nuovo-governo-giallo-rosso-in-via-di-formazione-si-presentera-come-il-governo-dei-morti-viventi/

Domanda ai costituzionalisti

Se la mozione di sfiducia al governo non è stata votata perché non è stata mai calendarizzata, e se in cambio il 20 agosto il premier Conte ha annunciato le sue dimissioni e Salvini nel frattempo ha ritirato la mozione – che non penso che qualcuno abbia letto –  con quale diritto, alla luce dell’art. 94 della Costituzione, si sta facendo un “Conte bis” – se costui si era dimesso – e senza Salvini?

Un rimpasto con il premier dimissionario e senza il primo partito alle ultime europee…

Per costoro che dicono di avere tanto a cuore il parlamento, o di voler “parlamentarizzare” la crisi (cfr Conte), come mai non è stata votata in parlamento alcuna mozione di sfiducia al governo, ma si procede lo stesso al rimpasto escludendo Salvini che ha avuto il maggiore numero di voti alle europee?Résultat de recherche d'images pour "costituzione italiana"

In barba al diritto costituzionale, con quale legittimità si sta procedendo a un governo alle spalle e sulle spalle degli italiani?

Non mi sembra che ci sia alcun fondamento costituzionale e stiamo assistendo al solito golpetto tecnico per rifilarci sempre più tasse, e sempre più portiaperti.

Tutto questo per vietare al popolo italiano, per l’ennesima volta, di esprimere ed esercitare il suo diritto di essere rappresentato nelle istanze del governo, del parlamento e dello Stato.

A prescindere dal giudizio che uno può avere del tentato e apparentemente goffo gesto di Salvini, o della simpatia politica o meno per la Lega, questo è a tutti gli effetti l’ennesimo golpetto in piena regola – vedi golpe a suo tempo a Berlusconi – probabilmente come frutto di un accordo tra il M5S e gli ambienti europeisti della Von der Leyen, per arrivare a una soluzione “tecnica”, sicuramente non a quella voluta da Salvini: meno tasse, e porti chiusi.

Lacrime e sangue, la Grecia è vicina

Nforcheri  27/8/2019

Art 94

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere. Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.(…)
Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.
La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione (1).

(Inoltre, la mozione di fiducia dev’essere presentata nei confronti del governo intero e non nei confronti di un singolo ministro.)