Il modello Bondeno

E’ di moda criticare Salvini , ma almeno, grazie a lui,  la gente del paese del “capirissimo” può far sentire la sua voce in Parlamento (https://www.camera.it/leg18/29?shadow_deputato=307283&idpersona=307283&idlegislatura=18);

come Sindaco del Comune di Ferrara (https://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Fabbri) ;

e, da ieri, anche come consigliere regionale:  Fabio Bergamini con 2.537 voti.

In pratica il nucleo di una nuova classe dirigente.

https://bondeno.wordpress.com/2020/01/07/il-modello-bondeno/

La crociera del Britannia

Redazione23 gennaio 2020megachip.info

di Giuseppe Masala.

Entrando nel merito del discorso tenuto nella sempre negata crociera, si tratta di un documento dall’eccezionale valore storico e politico. Attesta – anche senza voler dare un’interpretazione maligna delle parole di Draghi – lo spirito dei tempi segnati dall’errata convinzione delle virtù taumaturgiche del mercato. La privatizzazione avrebbe – secondo Draghi – portato maggior efficienza e maggior crescita e maggiori profitti di quanto avrebbero fatto i tanto vituperati boiardi di stato (così erano chiamati all’epoca i manager pubblici dai corifei del libero mercato, in particolare l’ultraliberista Scalfari che con una incredibile operazione di mimetizzazione si spacciava per uomo di sinistra) e dunque in definitiva avrebbero aiutato a risolvere l’annoso problema dell’alto debito pubblico in rapporto al Pil.

Arrivarono inefficenza, mancati investimenti, mancata innovazione, spregiudicate operazioni di pirateria finanziaria e infine licenziamenti e chiusure di stabilimenti produttivi fino al completo spappolamento di quell’eccezionale apparato produttivo. Un danno incalcolabile che ha distrutto una nazione. Un danno, ora lo sappiamo, deciso in una scellerata crociera al largo delle coste italiane su una nave battente bandiera britannica e dunque sotto giurisdizione britannica. Una crociera tenutasi il 2 Giugno del 1992 nei giorni convulsi della strage di Capaci nella quale morì il giudice Falcone.
E anche questo riferimento temporale chiarisce come mani oscure tessevano trame mentre un’intera classe politica veniva portata in carcere in manette e mentre i competenti in procinto di entrare al potere agitavano cappi in Parlamento.
Una crociera prima negata additando come paranoici complottisti coloro che ne parlavano e poi disvelata dal Presidente Cossiga in tv e da quel punto derubricata a banale cocktail tra amici. Ora, a quasi trenta anni la prova inoppugnabile che non si trattò di una scampagnata a spese della Corona Britannica ma di un vero e proprio atto eversivo ai danni del popolo italiano.

L’articolo Le responsabilità di Mario Draghi, il mangiafuoco del “Britannia” proviene da Blondet & Friends.

Estate ‘92: la crociera sul Britannia voluta da sua maestà che privatizzò l’Italia…

La parola alle urne

Ma forse la vicenda più emblematica per definire lo stato reale delle cose è che nel centro sinistra di Bonaccini, già governatore dal 2014, nonostante alcune ombre sulle spese pazze, figura come candidato di lusso l’imprenditore Carlo Fagioli già rifiutato dalla Lega. Fagioli è noto per aver tolto un appalto a una cooperativa di facchinaggio, la Gfe, colpevole di aver migliorato le condizioni di lavoro dei dipendenti extra comunitari, applicando anche per loro il contratto nazionale: 500 lavoratori indiani furono licenziati  via sms. Ci furono manifestazioni per mesi, e alla fine vennero riassunti, in cooperative diverse solo i lavoratori che accettavano paghe più basse.

E’ un episodio che smentisce in maniera clamorosa tutti i temi del centrosinistra e conferma invece il fatto che condizioni di lavoro e accoglienza sono solamente strumenti retorici dietro cui si nasconde l’ideologismo globalista, come dimostra anche la vuotaggine del sardinismo di origine renziana che invece di portare sul tappeto temi reali fa del generico qualunquismo anti sovranista, come se poi Salvini fosse davvero un sovranista e non facesse tappetino di fronte a qualsiasi potere esterno. A parte il fatto che proprio il centrosinistra nella richiesta di maggiore autonomia dallo stato centrale ha per l’appunto espresso un suo sovranismo di natura bottegaia. Non so se quella di riempire le piazze con i rampolli delle coop sia stata una buona idea per far brillare gli ultimi fuochi anche senza più legna da bruciare o se non abbia ancor più mostrato l’inconsistenza e la contraddittorietà di una posizione politica, ma chiaramente è stata una mossa dettata dalla disperazione perché perdere la regione che è la seconda per Pil dopo la Lombardia, significa perdere quasi tutto sul piano nazionale: anche se i voti dem e cinque stelle ci sono anche altrove sulla fascia appenninica, solo in Emilia Romagna fanno davvero sistema e trainano la carrozza. Di certo queste elezioni non avranno vincitori, ma solo perdenti: se il sistema emiliano perderà non sarà per Salvini, ma per un suo collasso interno, per una perdita di senso e un cambiamento ai vertici in questo senso non sarà aria nuova, ma solo solo un’altra illusione.

Emilia, la via delle illusioni perdute

L’irrilevanza dell’Italia in Europa

L’Europa avrebbe dovuto implementare una politica estera comune, creare una struttura di difesa e di sicurezza unitaria, imporre l’euro come valuta di riserva internazionale alternativa al dollaro, assumere un ruolo autonomo nella geopolitica mondiale, affrancando il vecchio continente dalla subalternità nei confronti dell’Occidente americano.

Lo sviluppo interno e il ruolo internazionale dell’Italia si sarebbe dovuto identificare con quello dell’Europa. Ma tale prospettiva si è rivelata del tutto infondata. L’Italia attuale è infatti un paese irrilevante nel contesto internazionale ed ha subito il colonialismo economico dell’asse franco – tedesco all’interno della UE.

All’integrazione europea ha fatto riscontro la destrutturazione politica ed economica dell’Italia. L’adesione alla UE ha comportato riforme strutturali che hanno depotenziato le istituzioni democratiche, condannato l’economia alla stagnazione / recessione, distrutto in larga parte lo stato sociale. Non si può rilevare l’incapacità italiana di far fronte a situazioni di conflittualità in politica estera in cui vengono coinvolti gli interessi nazionali dell’Italia, senza tener conto della conflittualità interna ad una Europa dimostratasi sempre espansionista e predatrice nei confronti del nostro paese. Come si può sostenere retoricamente che “l’Europa deve parlare con una voce sola”, quando le potenze ostili e devastanti della nostra sovranità debbono essere individuate nella Francia e nella Germania, negli stati dominanti cioè dell’Europa stessa?

E’ facile inoltre ironizzare sulla incapacità e sulla cialtroneria della attuale classe dirigente. Essa è solo il risultato di quell’europeismo acritico e subalterno assunto ad ideologia di legittimazione di tutti i governi che si sono succeduti nella seconda repubblica. Si sono imposti trattati e riforme con effetti devastanti dal punto di vista economico e sociale per l’Italia, quali il pareggio di bilancio, il fiscal compact, il bail in, in nome dell’Europa, con l’ossessivo refrain “ce lo chiede l’Europa”. Ma che altro vuole l’Europa, se non il procurato suicidio dell’Italia?

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-nichilismo-geopolitico-italiano-ed-europeo

Elezioni Emilia-Romagna

Le elezioni regionali del 2020 in Emilia-Romagna si terranno il 26 gennaio. Sono state prorogate legalmente[1] oltre la scadenza esatta di novembre 2019 per permettere l’approvazione della legge di bilancio, evitando così l’esercizio provvisorio dell’amministrazione e tutte le conseguenze annesse[2][3].

Le precedenti elezioni del 2014 – indette dopo le dimissioni anticipate del presidente Vasco Errani a seguito dell’inchiesta «Terremerse», conclusasi poi con un’assoluzione definitiva – furono caratterizzate da una bassa affluenza degli elettori alle urne, pari al 37,71% (contro il 68% delle consultazioni del 2010), che stabilì il primato dell’astensionismo alle elezioni regionali in Italia[4]. Anche le primarie della coalizione di centro-sinistra, svolte il 27 settembre 2014, videro la partecipazione di appena 58.000 votanti (meno dei soli iscritti al PD di tutta la regione[5]), costituendo così un record storico negativo[6].

2020

Ecco i sette candidati presidente per l’Emilia-Romagna, sostenuti da diciassette diverse liste. Il confronto nelle urne sarà il prossimo 26 gennaio 2020, una domenica. Apriranno in tutta la regione oltre 4.500. I seggi resteranno aperti dalle ore 7 alle ore 23: immediatamente dopo la chiusura delle operazioni di voto inizierà lo scrutinio. Il nome del presidente si conoscerà probabilmente già domenica notte.

Si ripesenta il govenatore uscente Stefano Bonaccini, centrosinistra. Nella coializione che lo sostiene, ci sono cinque liste.  La principale contendente è la leghista Lucia Borgonzoni, con le sue cinque liste.

Altri candidati sono Simone Benini per il Movimento 5 Stelle, Stefano Lugli della lista L’altra Emilia Romagna, Marta Collot di Potere al Popolo, Laura Bergamini del Partito Comunista e Domenico Battaglia del Movimento Vaccini-Vogliamo-Verità.

 

La partita per la prima volta è aperta, e la riconferma di Bonaccini non è così scontata.

I profili dei candidati

Stefano Bonaccini è di Campogalliano (Modena) e ha 52 anniLa sua coalizione ha messo insieme un ampio ventaglio di movimenti e partiti del centro-sinsitra, del movimento ambientalista e di quello europeista. Con lui c’è il partito Democratico, Europa verde, Più Europa, Emilia Romagna Coraggiosa e Volt Emilia Romagna. Nel suo listino civico diverse parsonalità provenienti dall’associazionismo, dal volontariato e dalle professioni

Le liste che lo sostengono sono: lista Bonaccini presidente; Partito Democratico; Emilia-Romagna coraggiosa: Europa Verde; +Europa; Volt.

 

La senatrice Lucia Borgonzoni ha 37 anni ed è di Bologna. Con lei c’è il centrodestra compatto: ci sono infatti le liste della Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, più Popolo della famiglia e Giovani per l’ambiente. ” Lucia Borgonzoni presidente” è la sua lista civica che raccoglie espnenti della società civile e delle esperienze civiche dei territori.

Nella sua coalizione ci sono: la Rete Civica Borgonzioni presidente; Lega, Fratelli d’Italia; Forza Italia, Il Popolo della famiglia-Cambiamo; Giovani per l’ambiente.

 

 

L’Altra Emilia-Romagna aggrega Rifondazione Comunista, Partito Comunista Italiano e Partito del Sud e presenta Stefano Lugli, 45 anni di Finale Emilia.

Potere al Popolo ha candidato presidente Marta Collot, 26 anni, studentessa bolognese di origini trevigiane,

Il Partito Comunista ha designato come sua candidata Laura Bergamini, 59 anni, di Parma

Il candidato del Movimento 5 Stelle è Simone Benini. Ha 49 anni ed è di Forlì.  Il suo nome è emerso dalla consultazione degli iscritti alla piattaforma web Rousseau.

La lista VVV (Vaccini -Vogliamo la Verità) propone Domenico Battaglia, medico di Ferrara di 46 anni.

Ecco i sette candidati presidente per l’Emilia-Romagna

 

Dosio in carcere: gulag per i dissidenti

L’anno finisce come si merita: con un ennesimo crollo sulla rete autostradale attorno a Genova e con la militante No Tav Nicoletta Dosio arrestata e portata nel carcere delle Vallette, nonostante abbia 74 anni e la sua colpa sia solo quella di aver occupato per mezz’ora un casello autostradale 8 anni fa. Entrambe queste cose messe assieme danno una’idea assolutamente realistica di che cosa sia effettivamente la libertà al tempo della peste neoliberista: un’illusione. Gente che ha procurato per incuria e profitto una strage con oltre 40 vittime non solo rimane nelle proprie lussuose magioni, ma continua tranquillamente a detenere quelle concessioni così mal meritate e viene difesa a spada tratta dalla Confindustria che proprio alla fine del 2019 ha la faccia di bronzo di dirsi “preoccupata” per la possibilità che le concessioni, evidentemente considerate alla stregua di feudi intoccabili, possano essere revocate anche se non vengono rispettate le obbligazioni e persino in caso di strage.

Leggi tutto su https://ilsimplicissimus2.com/2019/12/31/dosio-in-carcere-gulag-per-i-dissidenti/

Morte del sindacato

Il tentativo dei 32 economisti di distanziarsi da Matteo Salvini, che li ha presi ad esempio di una scienza economica onesta e non asservita agli interessi dell’egemonia mercantilista tedesca, appare, alla luce del dato storico, un inutile ed artificioso tentativo retorico. Forse con Salvini, i nostri, non si intenderanno mai – benché un loro collega, anch’egli di sinistra, lo ha fatto fino a farsi eleggere deputato per la Lega, ci riferiamo ad Alberto Bagnai –, e siamo anche noi concordi sul fatto che ci sono molte cose criticabili nel leader leghista e che molti sono i suoi limiti culturali, financo politici. Ma certamente i 32 non possono non fare i conti con il concetto di sovranità nazionale che, pur con tutti i loro limiti (la tanto invocata sovranità deve essere giocata anche contro la Nato, come a noi piacerebbe, oppure no?), i sovranisti hanno innalzato a categoria del Politico. D’altro canto la sovranità nazionale è elemento imprescindibile della sovranità democratica. Essa nasce nel 1789 come bandiera della sinistra, ossia del “terzo stato”, contro la legittimità monarchica. La sinistra fucsia, come la definisce Diego Fusaro, prona ai poteri finanziari mondialisti, triste retaggio dell’utopia internazionalista, sembra averlo completamente dimenticato. Insieme alla sovranità nazionale la sinistra ha conseguentemente dimenticato le ragioni delle classi popolari che, invece, dovunque oggi, in Europa e nel mondo, chiedono, sempre di più, tutele contro l’aggressività della speculazione finanziaria, emancipata dalla globalizzazione la quale l’ha lasciata libera di scatenarsi allo stato puro come un Satana “liberato dalle catene”.

La realtà è che non si può rinunciare alla sovranità nazionale se non la si sostituisce con un contesto confederale di nazioni politicamente poste tutte su un piano di parità, libere ed eguali, anche se differenti in quanto a forza economica. Il che è facile a dirsi ma molto più difficile a farsi, data la tendenza, innata nelle disfunzioni ontologiche del cuore umano, alla prevaricazione del più forte sul più debole. L’attuale assetto dell’Unione Europea è appunto carente di qualsiasi quadro confederale, ovvero politico, ed il vuoto è stato riempito dagli Stati più forti ossia Francia e Germania.

Queste riflessioni di attualità politica ci inducono, per meglio comprendere e spiegare, a ripercorrere la storia dello Stato sociale quale trasformazione necessaria dello Stato nazionale sorto al tempo delle monarchie assolute post-medioevali che, più tardi, la Rivoluzione Francese cambiò in repubbliche.

Un primo dato storico necessario per capire la trasformazione dello Stato nazionale in Stato sociale è la funzione che svolse in tale processo il Sindacato. Non a caso oggi insieme allo Stato nazionale va morendo, o comunque molto indebolendosi, anche il sindacato. Stato e sindacato storicamente sono fenomeni coevi, giacché il sindacato nacque come risposta alla Legge Le Chapelier, con la quale nel 1791 la rivoluzione liberale e giacobina (il giacobinismo era soltanto la radicalizzazione delle istanze contrattualiste ed individualiste del liberalismo) dichiarò fuori legge tutte le “coalizioni” intese a raggruppare i cittadini in difesa di comuni interessi. In altri termini erano così abolite le antiche corporazioni di arti e mestieri, in parallelo con l’abolizione di tutti gli ordini religiosi. Nasceva in tal modo lo Stato accentrato, espressione della Volontà Generale intesa come somma sinallagmatica delle volontà degli individui uniti dal contratto sociale. Era l’illusione rousseviana che fosse possibile la coincidenza diretta e senza mediazioni tra Stato ed individuo. Una illusione tante volte poi tornata nelle filosofie successive. A tal proposito basta soltanto pensare all’attualismo gentiliano che presupponeva l’interiorizzazione da parte del singolo della volontà statale e viceversa l’assorbimento nello Stato della volontà del singolo. Anche nell’attualismo senza autentiche mediazioni sociali giacché nella visione idealista di Gentile corporazioni e sindacati, istituiti dal regime fascista quali organi pubblici, erano soltanto un momento di intermediazione autoritaria per fondere totalitariamente Stato ed individuo. La distruzione degli antichi corpi sociali svolse, naturalmente, un ruolo a tutto vantaggio della componente imprenditoriale del nascente capitalismo industriale che così poteva agire e stabilire le sue regole senza alcuna mediazione o concertazione con gli operai, i quali già nel XVIII secolo, in un contesto ancora corporativo nel senso premoderno della parola, andavano organizzandosi in quella sorta di proto-sindacati che erano i “compagnonaggi”. Certo anche gli imprenditori, i quali all’epoca erano piuttosto padroni in senso arcaico che imprenditori in senso moderno, non potevano fare “coalizioni” – benché poi facevano cartello per monopolizzare il mercato – ma è evidente che nei rapporti di forza all’interno della fabbrica ad avere la meglio era il proprietario, dato che anche gli scioperi erano vietati e duramente repressi in quanto tentativi di coalizione.

Il sindacalismo nacque per reclamare, contro lo Stato liberal-giacobino, astratto e centralizzatore, lo spazio che era stato tolto agli antichi corpi intermedi. Durante tutto l’ottocento il dibattito filosofico-politico ruotò intorno al problema della riforma organica dello Stato per il riconoscimento giuridico delle realtà sociali naturali che nuovamente, nonostante le illusioni illuministe, erano risorte in una forma adeguata alla modernità industriale. I frutti di questo dibattito maturarono nel novecento quando lo Stato trovò la via del corporativismo cioè di quel particolare sistema istituzionale che demanda le grandi scelte politiche alla contrattazione tra organizzazioni sociali, i corpi intermedi, in grado di rappresentare e articolare gli interessi di intere categorie sociali nel quadro di un più alto e complessivo bene comune. Era la via auspicata, all’epoca, da diverse scuole di pensiero – la cattolica, la mazziniana, la nazionalista, la socialista a-marxista, la sindacalista-rivoluzionaria –, molto differenti tra loro ma tutte convergenti a favore della riforma corporativa dello Stato moderno.

(La nostra stessa Costituzione postfascista del 1948 ha un evidente impianto corporativista chiaramente palesato negli articoli iniziali, quelli della prima parte fondamentale, ovvero gli articoli 2 e 3, comma 2 e, poi, in molti altri articoli della seconda parte come il 39, il 46, il 99 ed altri ancora.)

La globalizzazione, infatti, ha portato ad esiti sostanzialmente differenti rispetto a quelli che hanno caratterizzato il sistema corporativo del passato. Mentre le caratteristiche istituzionali delle relazioni industriali corporative sviluppate, tra alti e bassi, nel XX secolo, ossia la densità identitaria sindacale e la struttura della contrattazione collettiva nazionale e decentrata nel quadro però nazionale, hanno a suo tempo condotto a una maggiore eguaglianza sociale, ad un riavvicinamento anche eticamente giusto della forbice sociale, le trasformazioni dell’assetto corporativista indotte dalla globalizzazione, a partire in particolare dagli anni ’90 ovvero dalla fine del XX secolo, lo hanno reso meno redistributivo rispetto a quello precedente. Se il corporativismo come realizzatosi fino agli anni ’70 ha consentito una crescita della quota dei salari proporzionale al reddito nazionale, quindi con effetti redistributivi verso il lavoro, la sua trasformazione postmoderna, al contrario, tiene ferma la dinamica salariale sicché l’aumento dei salari segue un ritmo sempre minore rispetto all’aumento della produttività, producendosi, di conseguenza, sia a livello nazionale che mondiale, un fenomeno di accumulazione della ricchezza verso l’alto. A causa della globalizzazione, che ha accentuato in modo incontenibile la concorrenza transnazionale, le nuove relazioni industriali, rispetto al corporativismo precedente, non sono più attente alla redistribuzione dell’utile del prodotto sociale ma guardano principalmente alla competitività economica. Non si ha più per finalità la negoziazione redistributiva, che imponga al capitalismo l’equità sociale, ma, al contrario, si favoriscono (contro)riforme di matrice neoliberista anche in Nazioni che, rispetto a quelle anglosassoni, hanno una storia corporativisticamente più forte come quelle dell’Europa continentale.

DALLO STATO NAZIONALE DEL LAVORO ALLA GLOBALIZZAZIONE DEL CAPITALE – di Luigi Copertino