Viva l’amore

E’ la classica situazione in cui si dovrebbe dire con Flaiano che la situazione è gravissima ma non seria. Conte, l’uomo che rimane a Palazzo Chigi solo grazie a un virus mediatico, rappresentando egli stesso la vera patologia italiana fatta di barbarie, cinismo e paura, ci prende allegramente in giro con scaltre battute da sacrestia: ora chiede alla banche ” un atto di amore”. Dopo aver annunciato  una valanga di 400 miliardi per soccorrere un’economia distrutta dalle misure in assoluto più severe e peraltro inutili  contro il coronavirus, si è scoperto che ne aveva stanziato in realtà uno e mezzo, che il resto era solo denaro virtuale, una garanzia di firma  dello stato per i prestiti delle banche ai cittadini e alle aziende  in difficoltà. Una volta  fatta l’amara scoperta che non si trattava di denari a fondo perduto, ha fatto credere che almeno i prestiti sarebbero stati praticamente incondizionati e invece le banche non hanno affatto aperto così facilmente i cordoni della borsa, hanno chiesto chiedono garanzie esattamente come prima, anzi forse peggio perché per i nuovi prestiti a persone che hanno avuto delle perdite secche, hanno richiesto il rientro dai prestiti precedenti prima di emettere i nuovi con la garanzia statale. Insomma non hanno poi tanta voglia di mettere denaro in mano ai cittadini sia  perché hanno modi più profittevoli per impiegarlo, sia perché la gran parte dei prestiti al posto di conferimento incondizionato di denaro, non porterà che a fallimenti a catena, soprattutto se si continuerà nella segregazione ad oltranza per l’influenza.

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Espulsa dal M5S

Oggi all’ordine del giorno presentato da Giorgia Meloni che chiedeva al governo di “non utilizzare in alcun caso il MES per far fronte all’insieme delle misure volte a contrastare l’attuale emergenza, sia con riferimento alle spese di potenziamento del servizio sanitario nazionale, sia a quelle a sostegno del lavoro, della liquidità delle banche, delle famiglie e delle imprese e ad ogni ulteriore spesa utile a tale fine” solo 7 grillini hanno votato contro il diktat del partito, che ovviamente ha ingannato tutto il suo popolo facendogli credere, sin dalla risoluzione farlocca di novembre scorso, che erano assolutamente contrari al MES.

Adesso, forse, rischiano l’espulsione per avere votato coerentemente con quanto proclamato da mesi, a parole. I deputati sono Pino Cabras, Antonio Lombardo, Alvise Maniero, Dalila Nesci, Raphael Raduzzi, e Giovanni Vianello) mentre uno si è astenuto (Valentina Corneli). Troppo pochi, naturalmente.

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State a casa

Fonte: Accademia nuova Italia

Verrebbe da dire che la misura è colma, ma neppure di questo siamo sicuri: ogni giorno che passa vede una più tangibile rassegnazione da parte della gente e, per converso, una più marcata arroganza da parte del governo, per cui sembra sempre che sia giunti al punto di rottura, e invece la corda si tende ancor più, come se non dovesse mai spezzarsi. I cittadini italiani si rendono conto, più o meno oscuramente, di essere stati non solo abbandonati, ma scientemente traditi dai due poteri sui quali si era fondata sinora la loro vita: lo Stato sul piano materiale e la Chiesa cattolica sul piano spirituale. In questo mese di aprile la cosa è diventata così evidente che bisognava essere proprio ciechi per non vederla. Da una parte lo Stato abolisce di fatto la costituzione, impone una dittatura sanitaria, esautora il Parlamento, consegna agli arresti domiciliari un popolo di sessanta milioni; e soprattutto ordina alla gente di non andar più a lavorare, di chiudere i negozi, ma non scuce il becco d’un quattrino per permettere loro di vivere, di pagare affitti, bollette e tasse, o semplicemente per fare la spesa quotidiana. Il governo fa annunci, proclami, promesse, ma nessuno ha ancora visto un centesimo: e sono ormai due mesi che l’intera popolazione è segregata in casa propria. Un governo che, senza l’emergenza attuale, sarebbe riuscito a tirare avanti solo poche settimane, un paio di mesi al massimo, ora si permette di fare ciò che nessun governo della Repubblica ha mai osato fare, neppure se sostenuto da una massiccia maggioranza parlamentare e, quel che più conta, da un forte consenso nel Paese reale: congelare le libertà democratiche più elementari, iniziando da quella di uscir di casa o di portare al parco i bambini; fermare la produzione, bloccare l’economia, uccidere il turismo – la voce primaria del nostro P.I.L. -, bypassare il Parlamento e presentarsi al vertice dell’UE onde impegnare l’Italia a chiedere un prestito al MES che impone automaticamente il commissariamento del Paese da parte di quei signori. Il tutto mentre i clandestini continuano ad essere liberi, liberissimi di arrivare, di sbarcare e di andare su e giù per l’Italia, a spese nostre, anzi vedendo riconosciuto un aumento della cifra destinata ai centri di accoglienza, cifra che l’ex ministro Salvini aveva ridotto a suo tempo.

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Distopia

Ma il rude linguaggio parlato dal Coronavirus ha risposto adeguatamente a tutte queste menzogne. Fornendo tre ordini di risposte di adamantina semplicità. Primo: lo stato sociale, il welfare state tanto odiato, disprezzato e svillaneggiato da legioni di liberal-liberisti delle ultime generazioni si è rivelato viceversa provvido e opportuno, pur essendo stato quasi del tutto smantellato nel mondo; se confrontiamo come ha retto l’Europa, dove brandelli di esso erano rimasti in piedi, rispetto agli Stati Uniti d’America che spendono miliardi e miliardi in armamenti nucleari ma dove poi si è costretti a far dormire i contagiati in aree di parcheggio a cielo libero, la risposta non può non essere ovvia. Secondo: lo stato sociale implica il ritorno al primato della politica – e quindi il ritorno alla politica dei cittadini più preparati, quelli che negli ultimi tempi hanno lasciato il posto agli aspiranti Chief Executive Officiers (CEO) disponibili a infoltire i ranghi degli pseudopolitici compito dei quali è occupare ruoli istituzionali dai quali eseguire gli ordini imposti loro da chi li gestisce – e quindi alla sua forza decisionale. Terzo: tale forza dovrà sapersi esprimere in termini di scelte di priorità, quindi di programmazione (è ad esempio ragionevole e opportuno che gli ospedali italiani restino a corto di respiratori, quando il costo di un migliaio di essi è inferiore alla cifra che noi dovremmo spendere per un solo reattore militare F-35 che ci servirà per andar a fare la guerra “in conto terzi” contro quelli che i governi USA c’indicheranno attraverso la catena di comando della NATO?).
E questo ritorno della politica e alla politica è tanto più necessario e urgente quanto più il Coronavirus ci ha insegnato un’altra realtà: che cioè la nostra società, come sempre accade nelle società complesse, non sta andando affatto in quella direzione beatamente ludica che molti di noi (non solo giovanissimi) ritenevano fino ad ieri, una società nella quale tutto era permesso, una società di diritti totali e generalizzati nei quali fosse soltanto, come si diceva nel Sessantotto, “vietato vietare”. Nossignori. Abbiamo finto o creduto o sognato di vivere in una società del genere in quanto eravamo vittime della stessa forma di illusione magica di Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi. Il paese dei Balocchi dove tutti fanno quello che vogliono perché hanno il diritto di farlo – quel paese, nel quale credono di vivere ancora troppi italiani, -non solo bambini o ragazzi o giovanissimi – semplicemente non esiste: perché non c’è diritto personale che non si rifletta su tutti gli altri e perché non c’è diritto che non comporti come contropartita un dovere. Molti di noi, non solo ragazzi, se ne sono accorti ora per la prima volta da quando sono stati obbligati a restar chiusi in casa loro: e qualcuno, istericamente, ha paragonato questa situazione a una “guerra”.
No: non c’è nessuna guerra in atto. Siamo solo dinanzi a un’esplicazione più chiara di una realtà della quale avremmo dovuto renderci conto da molto tempo. Perché chiunque di noi ha una carta di credito, un cellulare e un computer – tre semplici accessori-base del modo di vivere odierno – ha imparato negli ultimi tempi di poter essere seguito, monitorato, pedinato e sorvegliato in qualunque momento della sua vita. Il mondo non sta andando verso forme sempre più ampie e perfette di libertà individuale, anche se e quando tale può essere l’apparenza: esso va sempre più verso forme di concentrazione e di gerarchizzazione della ricchezza, del sapere, della capacità di muoversi di decidere e di pensare. Siamo ben oltre Orwell. E a chi, spaventato da questa prospettiva, si chiederà che cosa avrebbe mai potuto realizzare Hitler se avesse vinto la guerra, bisogna rispondere con una domanda: quante volte è accaduto nella storia del genere umano che Hitler (lo Hitler del momento) abbia vinto una guerra? Probabilmente quasi sempre.

Franco Cardini

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Il Gulag in una stanza

È gente che resta a casa sotto minaccia di sanzioni, ma perlopiù per paura del morbo, anche se a milioni non contano nessun malato tra familiari e conoscenti, in molti annoverano un amico o un congiunto che ha lamentato tosse e febbre, che ha chiamato senza risposta numeri di emergenza, cui un medico per telefono ha consigliato di restare a casa in attesa degli eventuali peggioramenti che non ci sono stati fortunatamente. E che una volta passati i sintomi, trascorsa la quarantena senza essere stato sottoposto a nessun accertamento né prima né dopo non essendo paziente eccellente, non sa se è guarito, portatore, infetto, salvo.

Quindi verrebbe da dire che vive il terrore e il contagio per sentito dire, mentre vive concretamente già gli esiti e i costi che comporta e comporterà lo stato di eccezione, quelli politici per l’obbligatoria obbedienza a soggetti autoritari e di controllo, quelli morali per la limitazione delle libertà, quelli psicologici, perché la detenzione provoca danni e fa regredire a stati infantili, quelli economici, perché aumentano i prezzi, diminuiscono o non ci sono entrate.

Ma si sta a casa. E c’è da chiedersi se lo stato di resa che stiamo dichiarando non dipenda dal desiderio per ora inconscio, di rinviare la consapevolezza di quello che sarà “dopo”, la vergogna per quello che c’è stato “prima”, quando abbiamo permesso che ci espropriassero non  solo di beni, ma di diritti, lavoro, casa, salute, dignità. Se questa rinuncia al libero arbitrio, per la quale ci affidiamo a autorità decisionali usurpate, non significhi solo la rimozione delle nostre capacità e prerogative, preferendo delegare per non vedere, non sentire, non parlare se non dietro la mascherina.

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/15/il-gulag-in-una-stanza/

Autarchia

zuccherificioLa crisi del Covid19 ha messo in luce alcune verità che nessuno osava rivelare, ma tutto sommato latenti nell’inconscio collettivo. I grandi ragionamenti sulla solidarietà globale e sull’amicizia senza confini sono velocemente stati smentiti da una realtà in cui gli stati, principalmente in Europa, si sono messi a litigare per le forniture di mascherine, cercando di rubarsele l’un l’altro senza troppi scrupoli. Qualche secolo fa nell’Atlantico, i corsari fedeli all’Inghilterra depredavano le navi spagnole, oggi Italia, Francia e Germania si litigano i presidi medici.

Questa situazione disvela una verità ben più grande. In tempi di magra, ogni governo fa per sé e, prima di aiutare gli altri, pensa ai propri connazionali. Ciò che un tempo era logico, ora fa sobbalzare dalla sedia come sardine. Dunque, è ora di pensare al nostro futuro in un mondo che nei prossimi anni potrebbe essere un po’ meno globale di come lo conosciamo, aspettandoci che un giorno la lotta non sia per le mascherine, ma per la farina, il latte, la frutta. Chi garantisce infatti che i produttori stranieri a cui oggi abbiamo demandato una parte importante della nostra produzione alimentare, in tempi di magra, smettano di produrre per noi e inizino a produrre, banalmente, per i loro vicini?

E’ ora di urlare a gran voce un’ulteriore e scomodissima verità. L’Italia non è autosufficiente in campo alimentare. Il Bel Paese compra all’estero materie prime di ogni tipo, basti pensare che non produciamo neanche tutto il grano che mangiamo, ma ne importiamo circa il 30%. Stesso discorso per settori in cui non dovremmo avere bisogno di nessuno, fra cui pomodoro, latte, olio o barbabietole da zucchero. Appare chiaro che un sistema che non produce ciò che mangia è preda delle tempeste economiche, dei prezzi che salgono o scendono senza controllo e rischia, soprattutto, di non avere i mezzi produttivi adeguati per fare fronte a crisi economiche di lunga durata.

La contrazione del settore agricolo e dell’allevamento è soprattutto un disastro dal punto di vista occupazionale, perché proprio l’ambito che dovrebbe fornire una maggiore sicurezza e stabilità lavorativa a tutte le fasce di popolazione, viene inesorabilmente meno.
Si tratta di un problema sociale, perché i borghi rurali si spopolano e laddove sorgevano decine di cascine ne sopravvivono pochissime sempre più in difficoltà. Le terre diventano aride, il paesaggio e la qualità della vita peggiorano.

Economia. L’Italia torni a produrre ciò che mangia: la sfida del ritorno all’agricoltura

Cronache dal Parlamento

Verso il minuto 7 fa anche il verso a Romano Prodi imitato da Guzzanti)

Anche l’intervento di Salvini: puntuale, concreto sulle promesse false del governo agli impoveriti:

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