Riconquistare l’Italia

fsiAlla fine degli anni ’80 eravamo la quarta potenza economica mondiale con la metà della produzione industriale nelle mani dello Stato. Eravamo il paese più socialista del mondo dopo l’Unione Sovietica e le nostre imprese di Stato competevano a livello internazionale.

Svenduto tutto negli anni ’90, sperimentiamo da allora un arretramento in favore di economie emergenti che trainano la crescita con una forte presenza di imprese pubbliche e il primo player mondiale resta il detentore del primato della presenza dello Stato nell’economia: la Cina.

È interessante notare che questa narrazione ideologica sull’inefficienza dello Stato abbia attecchito in Italia, un paese che è cresciuto e ha raggiunto il benessere grazie alla presenza ingombrante dello Stato nell’iniziativa economica.
Ed è altresì interessante osservare che, benché si sia svenduto praticamente tutto ai capitali privati si continui a sostenere che il problema è ancora lo Stato, che è ormai ridotto ai minimi termini.

Editoriale del 08/07/2019 Gianluca Baldini
FSI – Riconquistare l’Italia

3 pensieri su “Riconquistare l’Italia

  1. Si direbbe che ci sia stata molta negligenza nelle misure prese per la difesa della nostra patria. Noi finora non ce ne siamo preoccupati granché e abbiamo badato al nostro lavoro; ma gli avvenimenti degli ultimi tempi sono tali da impensierirci.
    Io ho una bottega di calzolaio sulla piazza davanti al palazzo imperiale. Appena apro il mio negozio o sul far del giorno, vedo che tutti gli sbocchi delle vie che conducono alla piazza sono già occupati da gente in armi. Non si tratta però dei nostri soldati, ma evidentemente di nomadi scesi dal Nord. Non riesco a capacitarmi come siano potuti avanzare fino alla capitale, che è tanto lontana dalla frontiera. Sta di fatto che sono qui e che ogni mattina il loro numero aumenta.
    Conformemente ai loro gusti si accampano a cielo aperto, poiché aborrono le case. Passano il tempo ad affilare le spade, ad aguzzare le frecce’ a fare esercizi a cavallo. Questa piazza tranquilla, sempre tenuta pulita fino allo scrupolo, l’hanno ridotta una vera stalla. Noi tentiamo sì qualche volta di uscire dalle nostre botteghe per sgombrare almeno il sudiciume più indecente, ma i nostri tentativi via via si diradano, giacché si dimostrano inutili e per di più ci espongono al rischio di finire sotto le zampe dei cavalli imbizzarriti o di essere feriti dalle frustate.
    Parlare con i nomadi è impossibile. Essi non conoscono la nostra lingua, e si può a mala pena dire che ne abbiano una propria.

    Tra loro s’intendono alla maniera delle cornacchie. Di continuo si ode questo gracidare di cornacchie. Al nostro modo di vita, alle nostre istituzioni guardano con altrettanta ottusità quanta indifferenza; conseguentemente si mostrano restii anche ad ogni forma di linguaggio per gesti: puoi slogarti le mascelle e scardinarti le mani dai polsi, macché, non ti capiscono e non ti capiranno mai. Sovente fanno smorfie, roteando il bianco degli occhi e cacciando bava dalla bocca, ma non è che con questo vogliano dire qualcosa e nemmeno spaventare; lo fanno perché è la loro natura. Quello che gli serve, se lo prendono. Non si può dire che ricorrano alla violenza: basta che mettano la mano su una cosa, e ciascuno si fa da parte e gliel’abbandona.
    Anche delle mie provviste hanno fatto man bassa. Io però non posso lamentarmi, se guardo per esempio quello che succede al beccaio dirimpetto; non fa in tempo a portare la merce in negozio, che i nomadi gliel’hanno già arraffata e s’inghiottono ogni cosa. Anche i loro cavalli sono carnivori; spesso si vede un cavaliere sdraiarsi a fianco del cavallo e divorare con lui, ciascuno a un’estremità, lo stesso pezzo di carne. Il beccaio è impaurito e non osa interrompere i rifornimenti. Noi comprendiamo la situazione e facciamo collette in suo aiuto. Se i nomadi non potessero avere la carne, chissà che cosa gli salterebbe in testa di combinare; e chissà d’altra parte che cosa gli salterà in testa anche se avranno carne ogni giorno.
    Qualche tempo fa il beccaio pensò che poteva almeno risparmiarsi la fatica del macellare, e una mattina portò un bue vivo. Non l’avesse mai fatto. Dovetti starmene chiuso un’ora buona in fondo al mio laboratorio, steso carponi sul pavimento, con tutti i miei vestiti, coperte e cuscini ammucchiati addosso, per non sentire i muggiti del bue, assalito da ogni parte dai nomadi che gli strappavano coi denti brandelli di carne calda. Già da un pezzo era tornato il silenzio quando mi arrischiai ad uscire: giacevano stanchi intorno ai resti del bue come bevitori intorno ad un otre.
    Proprio quella volta mi sembrò di scorgere ad una finestra del palazzo l’imperatore in persona; di solito egli non viene mai negli appartamenti esterni, abita sempre in fondo al più interno dei giardini; ma quel giorno, almeno così mi parve, stava a una finestra e a capo chino guardava il movimento che riempiva la piazza davanti al suo castello.
    «Che succederà?» ci domandiamo tutti; «quanto a lungo dovremo sopportare questo aggravio, questo tormento? E’ stato il palazzo imperiale ad attirare i nomadi, ma adesso non sa come fare a ricacciarli. Il portone rimane chiuso e la guardia, che prima montava e smontava con gran pompa, se ne sta dietro le finestre protette da inferriate. A noi artigiani e bottegai è affidata la salvezza della patria; ma noi non siamo pari a un simile compito, né mai abbiamo preteso di esserlo. C’è un malinteso, e per causa sua finiremo in rovina.»

    L’articolo UN VECCHIO FOGLIO di FRANZ KAFKA proviene da Blondet & Friends.

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  2. La neo-barbarie

    Ma quando un governo altrimenti oculato finisce per danneggiare la sua stesa base industriale “risparmiando” sulle infrastrutture e la loro manutenzione ed ammodernamento, bisogna chiedersi se qui non si manifesti un sintomo fondamentale di neo-barbarie. Lo stesso, paradossalmente, che si manifesta in Italia fra i 5Stelle , l’ideologia della decrescita felice e del riciclo, che favoleggiano di tecnologie future fantastiche che non consumeranno elettricità, di treni a levitazione magnetica che rendono superata la TAV, del NO alle estrazioni di gas perché dietro l’angolo ci sono le invenzioni per cui l’energia sarà rinnovabile, pulita e profumata..

    Questi neobarbari tendono a ritenere che le infrastrutture “vecchie” – strade, ponti, ferrovie, reti elettriche – non servano più dato che ora avanzano quelle “nuove”, digitali, immateriali pulite, “sostenibili”.

    Non sanno, non avendo mai studiato il problema, che la civiltà tecnica avanza per stratificazione e complessificazione: che le infrastrutture “antiche” sono un patrimonio necessario, che non smette di esserlo, che loro hanno il dovere di mantenere. Evochiamo qui la figura del “barbaro verticale” : i figli nostri che non abbiamo civilizzato e, cresciuto negli agi di un mondo tecnicamente avanzatissimo e socialmente provvidente, “credono che tale mondo dov’è facile vivere sia la Natura stessa, e non il risultato degli sforzi geniali di generazioni di padri e antenati” che l’hanno costruita con fatica, sacrificio, pezzo per pezzo.
    https://www.maurizioblondet.it/sappiamo-fare-la-manutenzione-della-civilta/

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