Per una rivoluzione conservatrice

https://www.maurizioblondet.it/la-ue-tedesca-arretramento-storico/

Signori della Grande Stampa e della Tv, venditori di almanacchi e di oroscopi politicamente corretti, l’annuncio che avete dato a reti unificate è una bufala: il sovranismo non è finito dopo l’euro-accordo con Bruxelles sulla Manovra. Semplicemente non è ancora cominciato. Lo dico anche ai suoi fautori; il compito per l’anno neonato è far nascere un vero, maturo, duraturo, sovranismo. Ossia un governo che governi nel nome del popolo sovrano e dell’amor patrio, che decida come sa decidere un governo davvero sovrano, che sappia anteporre gli interessi generali e nazionali a quelli settoriali e particolari e stabilisca il primato della politica e della comunità nazionale sulla finanza e sulla tecnocrazia globali.

Ieri Mattarella è apparso prudente più del solito e rispettoso di tutti, non ha attaccato sovranisti e populisti, si è appellato in modo ecumenico alla comunità. È stato il Papa a far la predica più politica, parlando contro ignoti e rivolgendosi alla cristianità che per lui si riduce alla comunità di Sant’Egidio e paraggi. Ma il problema che hanno eluso entrambi è che i valori condivisi non ci sono più, tocca rifondarli. Non solo i “valori” delle opposizioni divergono dai “valori” della maggioranza ma il discorso delle istituzioni e il racconto dei media divergono paurosamente dal modo di vedere e di sentire della gente. C’è un abisso in mezzo. È da lì che deve ripartire la ricucitura di cui parlava Mattarella, ossia la rifondazione d’Italia e il dialogo con l’Europa: rigenerare il senso della comunità. E può farlo solo una grande, ambiziosa rivoluzione conservatrice.

Se vuole salvarsi questo Paese deve avviare quest’anno una grande rivoluzione conservatrice. Non solo un cambiamento né solo un ritorno alla sua tradizione, ma una vera e propria rivoluzione conservatrice. Da una parte ha bisogno di una svolta radicale, un rinnovamento vero nei metodi, nello stile, nei contenuti, negli assetti e nelle strutture pubbliche. È un paese vecchio, stitico, asfittico, che ha paura del nuovo e del futuro, non fa figli e non fonda più nulla; è vecchio dentro, oltre che nelle strutture e negli organismi. Un paese ingessato nella burocrazia, soffocato dalla pressione fiscale, scoraggiato da ogni tentativo di rischiare. Se non cambia, se non osa, l’Italia non si salva. Non viene cacciata dall’Europa ma vomita se stessa.

Rivoluzionare l’Italia per rivoluzionare l’Europa, dice bene Salvini. Ma farlo a partire dalle classi dirigenti, dai migliori e da chi fa, non dalle plebi e da chi non fa, come invece pensano i grillini. Di Maio ha come suo manifesto ideologico la poesia A’ livella di Totò: ma si ricordi che A’ livella si riferiva ai morti, mica ai vivi. Un paese vivo deve saper ripartire dalle sue migliori energie, deve saper partire dai meriti e dalle capacità.

Dall’altra parte un Paese non si salva se rinnega se stesso, la sua identità, la sua storia, la sua cultura, la sua tradizione, le bellezze che ha ricevuto in dono dal passato, l’esperienza delle generazioni precedenti. Per questo è necessario che la rivoluzione sia anche conservatrice. Un paese dove i morti superano i nati, i vecchi superano i giovani, tra chiese chiuse, edicole chiuse, librerie chiuse, paesi chiusi, non va da nessuna parte. L’Italia deve riscoprire il gusto e la passione di conservarsi, di avere memoria storica e sensibilità civile. Non basta sorvegliare i confini, come giustamente enuncia Salvini e non basta frenare i flussi migratori come altrettanto giustamente cerca di fare; bisogna poi che ci sia vita dentro quei confini, vi sia una comunità viva, un paese che non è spaventato, non ha paura del nuovo, dell’estraneo e del futuro, ma sa difendere il suo passato, il suo presente e il suo avvenire. Insieme. A viso aperto.

Marcello Veneziani

leggi tutto su https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61395

4 pensieri su “Per una rivoluzione conservatrice

  1. La UE, su istigazione tedesca, non consegna alla Grecia 960 milioni di euro – soldi suoi, attenzione: è la quota che le spetta sui profitti degli interessi lucrati dalla BCE sui BOT greci che detiene – perché il governo greco non si è ancora risolto a pignorare le prime case dei cittadini insolventi. Il governo di Atene ha l’ordine di sbattere sul lastrico i suoi cittadini e mettere in svendita le loro case, solo se fa questo avrà i soldi che sono suoi. E’ ciò che i tedeschi chiamano “fare le riforme”.
    https://www.maurizioblondet.it/i-vantaggi-di-essere-in-guerra-invece-che-nelleuro/

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  2. La famiglia “tradizionale”, infatti, viene ritenuta l’ultimo ostacolo nel percorso verso la creazione di un pensiero unico e globale. Distruggere la famiglia “naturale” serve per ridurre l’influenza una fornte educativa tradizionale che sottrae il bambino all’educazione sociale di tipo LGBT che vuole imporre una sua forma di educazione che mira alla creazione del nuovo individuo, privo di una sua identità sessuale, culturale, familiare e storica. Una ideologia che mira a manipolare la natura stessa dell’uomo ed a abolire le leggi naturali e le regole etiche che hanno accompagnato la Storia dei popoli.
    Il particolare, attraverso l’educazione Gender viene promossa l’ideologia omosessualista e quella del transgender, avvalendosi dell’enorme contributo economico e politico delle più potenti lobby transnazionali collegate ai poteri finanziari , la mutazione antropologica è imposta attraverso i media, la cultura, lo spettacolo, e le legislazioni, a partire dalle centrali di Bruxelles, per essere poi ratificate nelle normative nazionali ed in quelle regionali.
    Il potere politico, gestito dalle lobby del gender, vuole imporre per legge questa ideologia antiumana e contraria alle leggi naturali e criminalizzare con l’accusa di presunta “omofobia chiunque non sia conforme e manifesti opinione contrarie “.
    https://www.controinformazione.info/avanza-senza-ostacoli-la-normativa-gender-per-cambiare-le-basi-della-societa-e-distruggere-la-famiglia-tradizionale/

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  3. Ma mentre ci sono sempre state vittime del progresso tecnologico, fino agli anni ’70 l’aumento della produttività si è tradotto in salari crescenti per la grande maggioranza dei lavoratori. In seguito, questa relazione è stata interrotta. E non sono stati i robot a farlo.

    Quale ne è stata la causa? C’è un consenso crescente, sebbene non totale, tra gli economisti, sul fatto che un fattore chiave nella stagnazione dei salari sia stato il declino del potere contrattuale dei lavoratori – un declino le cui radici sono in definitiva politiche.

    La prova più evidente è data dal salario minimo federale, calcolato tenendo conto dell’inflazione, che è diminuito di un terzo nell’ultimo mezzo secolo, mentre la produttività dei lavoratori è aumentata del 150%. Questa divergenza è – in modo chiaro e semplice – legata alla politica.
    http://vocidallestero.it/2019/03/18/krugman-non-date-ai-robot-la-colpa-dei-salari-bassi/

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