Classe dirigente

Secondo alcuni commentatori politici, il problema dell’Italia è che non abbiamo una classe dirigente.

Probabilmente è vero, viste le tristi condizioni in cui versa la scuola (vedi articolo precedente), però, anche in sede locale abbiamo avuto Borgatti, Borselli, Bottazzi…

Semmai, man mano che crescevano le opportunità di informarsi sui candidati, diminuivano le nostre possibilità di scelta: eliminazione delle elezioni provinciali, delle preferenze, delle nomine dirette degli assessori…

6 pensieri su “Classe dirigente

  1. “Ritiro dall’UE e dalla NATO, abolizione delle privatizzazioni e creazione di posti di lavoro, riduzione fiscale per le fasce medio basse di popolazione.
    I manifestanti in Francia denominati i “giubbotti gialli” hanno presentato le loro richieste al governo. Richiedono il ritiro del paese dalla NATO e dall’UE, la creazione di posti di lavoro e la lotta contro i migranti.
    In Francia, i “giubbotti gialli” hanno presentato al governo una lista di richieste . In totale, l’elenco comprende 25 punti, tra cui l’uscita dall’Unione europea e dalla NATO, la creazione di nuovi posti di lavoro, l’abolizione delle privatizzazioni, avviata dal governo Macron, la lotta per contrastare l’arrivo di migranti.
    https://www.controinformazione.info/i-gilet-gialli-in-francia-hanno-presentato-le-loro-richieste-al-governo-macron/

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  2. Con Paolo Savona fuori espulso dal governo, l’esperimento 5S-Lega ha fine. Ancora una volta l’Italia si conferma laboratorio politico, ma stavolta il progetto audace e originale è stato rovinato dalla cattiva esecuzione, superficialità e incultura dei suoi protagonisti. Il governo è “normalizzato” secondo i desideri dall’alto, quindi non ha più alcun interesse quello che adesso farà. Quelli che abbiamo votato per un progetto, hanno consegnato il vero governo a quelli che non abbiamo votato: i Moavero, i Tria e sì, i Giuseppe Conte.
    https://www.maurizioblondet.it/il-golpettino-ben-riuscito/

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  3. Insomma, viviamo in tempi di non-diritto. Dove si storcono le regole con atti di forza e sorpusi. O anche mera violenza da parte del potere. Tempi di putsch e di golpetti dei poteri forti che si sentono minacciati nel loro potere dal “populismo”. Ovviamente però se un governo “populista” riesce a rovinare la forza economica del paese, gestisce in modo scellerato e incapace, se è così cretino da applicare ricette alla Maduro, quindi va in recessione invece di crescere per scelto ideologiche idiote, ovviamente presta il fianco a (diciamo) ingerenze straniere – il Venezuela può temere Trump e l’intervento USA. Ma noi ci dobbiamo sentire più tranquilli se – con le nostre idiozie a crescita zero – ci chiamiamo la Troika? Weidmann? La cura Cottarelli che propone una patrimoniale del 10%. Sveglia.
    https://www.maurizioblondet.it/maduro-ha-fatto-un-golpe-quanto-alla-ue/

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  4. il tradimento era parte integrante della nostra classe dirigente, e non solo della casta navale e militare, ma dei finanzieri, dei grandi industriali e dei diplomatici di carriera: tutti interessati a saltar giù dal carro del perdente e ad assicurarsi un posto su quello del vincitore. L’ammiraglio De Courten, che ingannava deliberatamente comandanti ed equipaggi e li spediva a Malta, ad arrendersi, quando già sapeva che l’Italia, tramite il generale Castellano, aveva firmato l’armistizio di Cassibile, offre un esempio del clima torbido che regnava nelle alte sfere politico-militari di un Paese impegnato strenuamente in una guerra gigantesca, che già aveva avuto centinaia di migliaia di morti e lottava disperatamente per la vita e per la morte, cioè per sopravvivere come nazione indipendente e sovrana.
    https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61608

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  5. Nell’età giolittiana e poi nel ventennio fascista, comunque, l’Italia aveva fatto grandi passi sulla via dell’industrializzazione, anche se solo nella pare nordoccidentale del Paese; era nata, quindi, una borghesia moderna, diversa dalla borghesia agraria meridionale, i cui interessi avevano conciso solo in parte con quelli della grande borghesia statale, formata da politici, diplomatici, dirigenti di industrie statali, militari di carriera e direttori di giornali, associazioni e istituzioni create o favorite dal regime. La giovane borghesia imprenditoriale aveva goduto tutti i vantaggi di una forte protezione statale, dalla neutralizzazione dei conflitti sociali alle forti commesse statali in regime di protezionismo, ciò che le aveva risparmiato un difficile confronto con la concorrenza straniera. La grande e media borghesia industriale italiana si sviluppò così in regime agevolato, fece ottimi affari col fascismo e contrasse anche il vizio di abituarsi a realizzare profitti con poco o nessun rischio: vizio fatale per una classe che ha nella propensione al rischio la molla fondamentale per svilupparsi e guadagnarsi ogni giorno, lottando sui mercati, il diritto di esistere. Questo vizio non l’ha più perso e lo conserva tuttora. Un tipico esempio è offerto dalle vicende della FIAT negli anni a noi più recenti. Abituata al trasformismo politico, ad assecondare qualunque regime purché le assicurasse aiuti legislativi e finanziamenti, la grande borghesia industriale non aveva sviluppato una concezione imprenditoriale all’altezza del suo ruolo: pensava, e pensa, che il gioco valga la candela solo se i margini di profitto sono buoni e i rischi sono minimi. Si spiega così il fatto che la famiglia Agnelli, a un certo punto, ha trasferito tranquillamente la produzione all’estero, insieme alla sede legale e quindi ai capitali e alla sua funzione contributiva, insalutata ospite di quello Stato italiano che pure l’aveva favorita in ogni modo e le aveva consentito di divenire una delle prime industrie automobilistiche al mondo. Così si comportavano i capitani di ventura del Rinascimento; così non si comporta una borghesia moderna e matura. E qui sarebbe necessario aprire un discorso sulla passività dello Stato, cioè degli uomini che lo servono e lo rappresentano, di fronte a una simile diserzione. Uno Stato degno di questo nome non avrebbe lasciato espatriare la più grande industria nazionale senza chiederle la restituzione delle somme generosamente elargite nel corso del tempo: avrebbe preteso, nell’interesse della comunità nazionale, un vero e proprio redde rationem. Invece la classe dirigente statale si è comportata come se lo Stato fosse una scala mobile alla quale si può accedere per salire senza fatica, e dalla quale si può scendere in qualsiasi momento, senza dare spiegazioni ad alcuno, secondo il proprio tornaconto privato. Se la famiglia Agnelli ha moralmente tradito l’Italia, il governo che l’ha autorizzata a esportare fabbriche, capitali e sede legale avrebbe dovuto affrontare un processo di Norimberga, perché merita solo una qualifica, quella di traditrice. E quel che è accaduto per la FIAT è accaduto, in varia misura, in tanti altri casi, sia con industrie private, come la Parmalat, sia con le banche, sulle quali lo Stato avrebbe dovuto vigilare affinché non truffassero i risparmi dei cittadini, e non l’ha fatto. Dunque lo Stato, a tutt’oggi, non è riuscito nemmeno a creare una classe di amministratori e di politici consci dei doveri della cosa pubblica nei confronti della nazione. Vizio antico, peraltro; si pensi allo scandalo della Banca Romana del 1892-94: ciò significa che dai tempi di Francesco Crispi a oggi, nell’arco di centoventi anni, poco o nulla è cambiato.

    È valido ancora oggi, in sostanza, questo ritratto della grande borghesia italiana dei decenni tra il fascismo, la Seconda guerra mondiale, il boom economico e gli anni della recessione, tracciato da Piero Ottone nel suo libro Il gioco dei potenti (Milano, Longanesi & C., 1985, pp. 144-146):

    Presto si tornò alla normalità [dopo l’aprile del 1945], e le grandi famiglie ripresero la loro esistenza. Un’esistenza dorata, senza dubbio, quale poteva essere permessa da grande ricchezza. Ma non certo volgare. Si era formata in Italia un’aristocrazia capitalistica che era giunta alla terza o quarta generazione, e aveva imparato ad apprezzare le cose belle. I Conti, i Falck, i Crespi abitavano in palazzi di città, avevano quadri preziosi alle pareti, erano circondati da vaste schiere di servitori, maggiordomi, cuochi, cameriere, giardinieri, autisti, ricevevamo artisti e scrittori. (A Londra, il presidente della Dunlop, una delle maggiori società industriali, invitava ospiti a pranzo senza alcun servitore, la moglie andava in cucina; all’estero, la decimazione della servitù era già un fatto compiuto; gli stranieri si meravigliavano dei nostri lussi, noi ci meravigliavamo della loro austerità.)

    Alle date prestabilite, ogni anno, si trasferivano nelle ville in campagna, o sui grandi yacht, o a Vichy o ad Aix-les-Bains per la cura delle acque. Certo i nuovi ricchi mostravamo disprezzo. I Crespi sembrarono offesi quando furono infornati che Angelo Rizzoli, fondatore di dinastia, prima generazione, qui di “nouveau riche” (e si vedeva) ambiva a diventare loro socio nella proprietà del “Corriere della Sera”.

    Ogni sintomo di innovazione era sgradito, naturalmente. Non concepivano il capitalismo come una guerra di concorrenza, tanto meno come un continuo avvicendamento che permettesse ai più abili di sostituirsi, di volta in volta, ai vecchi, ai deboli, ai sorpassati. In più di un caso si occupavano delle loro aziende da una certa distanza, delegando il compito della conduzione ad appositi uomini di fiducia, che avevano la mentalità del ragioniere piuttosto che la figura del manager. Erano “gentlemen of leisure”, gentiluomini con molto tempo libero a disposizione. Quando lavoravo come inviato al “Corriere”, i tre fratelli Crespi, Mario, Aldo e Vittorio, venivano in via Solferino una volta la settimana, il giovedì mattina tra le dieci e le undici, chiacchieravano amabilmente col direttore politico e col direttore amministrativo, che vedevano separatamente, si infornavano sulle ultime novità romane, si congratulavamo perché in azienda tutto andava per il meglio, scuotevano la testa sulle bizzarrie del mondo, e poi se ne andavano, chi tornando ai suoi cavalli, chi alle sue collezioni di porcellane. L’amministratore, Giuseppe Colli, era soprattutto un guardiano dei costi. Dominava su tutti una costante preoccupazione: “quieta non movere”.

    Sarebbe stato difficile immaginare un esempio più evidente di capitalismo statico, quasi pietrificato. Le grandi famiglie erano il simbolo della continuità, e meglio di ogni altro gruppo sociale dimostravamo che il fascismo non aveva rappresentato, nella storia d’Italia, una rottura, una interruzione violenta, ma piuttosto un normale stadio nella evoluzione nazionale, una tappa nella continuità, con molti legami con quello che era avvenuto prima e con quello che era avvenuto dopo; come un essere umano deve passare attraverso l’infanzia, l’adolescenza, la gioventù, e così avanti fino alla maturità e alla vecchiaia, allo stesso modo una nazione doveva avere a un certo momento della propria crescita il suo periodo autoritario, il suo Mussolini. Chiuso il periodo, impiccato il dittatore, tutto tornava a scorrere nello stesso alveo di normalità. Si poteva dire, parafrasando Stalin: “I Mussolini vengono e vanno, le grandi famiglie rimangono”.

    Alberto Pirelli era ricevuto a Palazzo Venezia, e si riferiva a Mussolini come al “capo”; Giovanni Agnelli lo riceveva a Mirafiori (e qualche volta andava a Palazzo Venezia anche lui, naturalmente); i Crespi gli avevano dato una mano per allontanare Luigi Albertini. Però avevano sempre guardato il dittatore dall’alto in basso, come un tribuno di passaggio, di cui disapprovavano, sempre più spesso i discorsi e le decisioni; questa disapprovazione era sufficiente per assolverli, ai loro occhi, da una collaborazione che era comunque obbligata, essendo ogni imprenditore costretto ad andare d’accordo col suo governo; era sufficiente perché si sentissero spiritualmente estranei, non coinvolti, non contaminati. Dopo il 1945, le grandi famiglie non desideravamo il ritorno del fascismo, preferivano la democrazia; ma non sentivano, verso quel Mussolini col quale avevamo avuto rapporti tollerabili, un odio particolare. Tutt’al più, disprezzo, perché aveva fatto la brutta fine che avevano previsto da sempre, la fine tipica di un tribuno.

    La conclusione di tutto ciò, anche sul piano psicologico e sociologico, è una sola: assenza di classe dirigente. La classe dirigente di una nazione è come il corpo degli ufficiali su una grande nave in navigazione: la sua ragion d’essere è quella di tenere la rotta e di vigilare sulla sicurezza dei beni che trasborda, uomini e cose. La stoffa di cui è fatta si vede nei momento difficili, non in quelli delle vacche grasse; non nelle fasi di espansione economica e di prosperità sociale, ma nelle fasi di recessione, nella sconfitta (ecco l’8 settembre), quando la rotta diviene incerta. È lei che deve tenere la barra del timone; è lei che porta la responsabilità della salvezza comune, giustificando, nell’ora del pericolo, i vantaggi di cui gode e i privilegi che assicura ai propri figli. Le matrone romane presentavano lo scudo ai loro figli che partivano per la guerra, dicendo loro: O con questo, o su questo. In altre parole: essere patrizi comporta dei privilegi, ma anche dei precisi e ineludibili doveri. Una classe dirigente degna di questo nome non può comportarsi come Badoglio: ricevere onori e ricchezze dal regime, e poi pugnalare Mussolini alla schiena nel momento della crisi, per salvare la propria pelle e i propri privilegi. Troppo facile, troppo comodo. Massimo profitto e nessun rischio, appunto: una filosofia da miserabili, anzi da sciacalli. Abbiamo detto della FIAT di Sergio Marchionne, ma si possono fare cento altri esempi. Perfino la classe dirigente statale, in particolare la magistratura, invece di servire gl’interessi dello Stato, cioè della collettività nazionale, si abbandona a incomprensibili forme di sistematica indulgenza verso le forze che mirano a indebolire, screditare e, alla lunga, distruggere l’autorità dello Stato. Una procura che mette sotto inchiesta un ministro della Repubblica per aver negato l’ingresso in un porto nazionale a una nave di una o.n.g. privata, che agisce, tecnicamente, come una nave pirata, cioè sfrutta una bandiera straniera per scaricare in Italia orde di clandestini? (Per chi non lo sapesse, una nave all’estero è un prolungamento dello Stato in cui è registrata e di cui issa la bandiera: quindi, se prende a bordo delle persone per ragioni umanitarie, queste devono essere accolte, ai termini dei trattati internazionali, a cominciare da quello di Dublino, in quello Stato e non nello Stato straniero più vicino, o giudicato, per ragioni politiche soggettive, più “conveniente”: capito quale doveva essere la destinazione della Sea Watch?) Ma qui siamo all’assurdo e al grottesco. Lo Stato contro se stesso; la classe dirigente contro la comunità nazionale. Ci vorrebbe una Norimberga per tutti questi traditori: dovrebbero essere trascinati a render conto di come si sono guadagnati i loro alti stipendi, pagati dal popolo italiano, e di come, a fronte dei privilegi di cui godono, e che consentono loro un tenore di vita che non risente delle crisi economiche, dei fallimenti aziendali, dei licenziamenti, anzi tende a registrare gratifiche e buone uscite sempre più sostanziose (e ciò vale anche per i manager delle aziende pubbliche, magari portate gloriosamente al tracollo), si sono sdebitati, cioè cosa hanno fatto e cosa fanno per difendere l’interesse dello Stato e del popolo italiano…
    https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62309

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