L’Italia dei furbi e dei fessi

Giuseppe Prezzolini, che  dei nostri mali nazionali se ne intendeva, non a caso, quasi un secolo fa (nel suo Codice della vita italiana) distingueva i cittadini italiani in due categorie: i fessi ed i furbi. Scrive Prezzolini: “Non c’ è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia; non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente sulla magistratura, nella pubblica istruzione, eccetera; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, eccetera, questi è un fesso”.
Facile – a questo punto – individuare chi  siano i “furbi”: quelli che evidentemente si comportano all’opposto, arrivando – nota sempre Prezzolini – a fare la figura di mandare avanti il Paese, pur non facendo nulla, spendendo e godendosela: del resto il furbo si interessa al problema della distribuzione della ricchezza, mentre il fesso a quello della produzione.
Di questa Italia-doppia è purtroppo disseminata la nostra Storia più o meno recente.
Agli inizi  degli Anni Cinquanta del ‘900, don Luigi Sturzo, capo storico del Partito Popolare, ma emarginato dalla Democrazia Cristiana, che con il nuovo potere aveva dimostrato di trovarsi subito a suo agio, scriveva: “Quel che oggi rende critica la situazione è la mancanza di orientamento pratico verso la moralizzazione della vita pubblica”. E dopo avere elencato i centri dell’affarismo, sottolineava amaramente: “E’ mancata in tutto ciò la reazione morale. Il pubblico parla, mormora, ma non si fa sentire; le Camere osservano, notano, ma non si agitano; il Governo è premuto, ma non provvede, non inizia il risanamento, è paralizzato”.
Nel 1956,  “L’Espresso”, rivista del radicalismo di sinistra,  pubblicava un’ampia inchiesta,  dal titolo “Capitale corrotta = Nazione infetta”, dedicata al dilagare della speculazione edilizia nella Roma postbellica.  Faceva il paio con questa inchiesta la sistematica opera di denuncia, portata avanti, sul fronte politico-giornalistico opposto, da “il Borghese”, con i grandi servizi a firma Mario Tedeschi e Gianna Preda.
Al fondo  l’idea prezzoliniana di un popolo abituato  al piccolo inganno e alla corruzione, per fame e “sporcizia”, a cui purtroppo – a differenza di quanto sperava Prezzolini – l’aumento della ricchezza e l’acqua pulita non hanno portato l’auspicata “redenzione”.
La politica in tutto questo c’entra, ovviamente, senza tuttavia esaurire il quadro delle responsabilità. La questione è più sottile. Richiama il nostro “essere italiani”, facendo emergere il non sciolto rapporto tra cittadini e Stato, rapporto storicamente mal sopportato e segnato da una dilagante sfiducia. Si coniuga con una sorta di relativismo straccione, in cui l’etica è a misura degli interessi individuali. Offre della politica una visione “bassa”, tutta giocata sugli egoismi personali, di classe, di casta, accontentandosi di una visione formalistica della democrazia, dietro cui nascondere le sue debolezze strutturali, ma bene attenta a lasciare fuori dall’uscio l’ idea stessa di Stato etico, esempio di un’età oscura da demonizzare.

2 pensieri su “L’Italia dei furbi e dei fessi

  1. A Nord di Roma, ciò che non si accetta è l’insopportabile condotta di chi “chiagne e fotte” a spese altrui. Agli interessati patrioti dell’ultima ora, la cui bandiera non è il tricolore ma il conto corrente, ai tanti farisei da Domodossola a Capo Passero ricordiamo una frase di Gesù Cristo: “non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio”. (Matteo 7,21).

    Per le ragioni esposte, nonché per l’elementare principio che è giusto godere il frutto del proprio lavoro senza lasciarsi rapinare da chicchessia, in particolare di coloro che parlano di Patria o solidarietà ma pensano al portafogli, voteremmo senz’altro a favore dei referendum proposti in Lombardia e Veneto. Più risorse resteranno in loco, meglio funzioneranno i servizi.

    Tuttavia, esistono perplessità di varia natura che sentiamo di dover esprimere con franchezza. Intanto, per la forma irritante con cui vengono esposte alcune rivendicazioni autonomiste lombarde e venete. Traspare in alcuni – penso a Vittorio Feltri ed a certi padanisti da suburra- un becero egoismo bottegaio da parvenu, l’invito arrogante “vadano a lavorare” che milioni di connazionali non meritano. Del resto, sarebbero ben felici di avere le stesse opportunità dei vicentini e dei milanesi. Al di là delle forme e di un minimo di galateo che pure tra connazionali ha la sua importanza, emergono altre preoccupazioni, politiche, istituzionali, morali, e, perché no, schiettamente patriottiche alle quali dare voce.

    La più immediata riguarda l’aritmetica: se più soldi si fermano a Milano e Venezia, meno ce ne saranno altrove. Si recupererà con ulteriori tasse, si farà stringere la cinghia ulteriormente, o, finalmente, si metterà mano alla razionalizzazione della spesa, alla responsabilizzazione diretta di persone ed enti, all’oculatezza del “buon padre di famiglia”? Dalla risposta al quesito dipende tutto il resto. Infatti, l’autonomia fiscale invocata non funziona, diventa anzi ingiusta sino al privilegio se non è generalizzata. Lo Stato di diritto si regge sull’imperio della legge, la quale, per essere accettata, deve essere uguale per tutti. E’ l’isonomia teorizzata dall’antica Grecia, la sola uguaglianza che ci sentiamo di riconoscere.
    http://www.maurizioblondet.it/regerendum-lombardo-veneto-due-si-qualche-paletto/

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