Barbari o imbarbariti?

L’economia reale dal punto di osservazione della Camera di Commercio

1.4 Barbari o imbarbariti?

L’ingenuo. Tu sei un ingenuo perché credi che la politica possa risolvere i problemi. Cercare oggi di cambiare le condizioni di vita del Paese con qualsiasi tipo di politica, è come fare un po’ di pulizie a bordo del Titanic che sta affondando. Tu sei un ingenuo, anche quando credi che un po’ di misticismo di seconda mano ti possa salvare. E allora tu mi dirai: “Non c’è speranza”. No, questo non si può dire. Le risorse dell’uomo sono imprevedibili. Si potrebbe forse cominciare a pensare o anche a operare nel senso di un cambiamento sostanziale dell’animale uomo. Una specie di… mutazione antropologica. Giorgio Gaber, “L’ingenuo parte 2”, 1999

Nella premessa iniziale si era scelto di focalizzare lo studio sulle imprese, tuttavia in chiusura non possiamo esimerci dall’allargare lo sguardo a tutto il contesto sociale ed economico del territorio. Nel farlo aggiungiamo un’ulteriore suggestione colta negli scritti di Baricco. Anch’egli affronta il tema della perdita di senso della società e della discontinuità. Secondo Baricco è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un’altra. Lo scrittore opera una distinzione tra “nuovi barbari” ed “”imbarbariti”. Ai primi dà un’accezione positiva, sono coloro che portano la discontinuità, che creano il nuovo. Gli imbarbariti sono coloro che oramai si sono omologati e, per certi versi, hanno smarrito il senso.

E cita anche qualche esempio: “Quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia). Quando penso agli imbarbariti penso alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show. Quando penso ai barbari penso a Mozart (il Don Giovanni sembrò piuttosto barbaro all’imperatore che lo pagò) e quando penso agli imbarbariti penso alle signorine aristocratiche che strimpellavano ottusamente sonatine di Salieri nei loro saloni cadenti”.

Di solito le grandi mutazioni scattano esattamente quando scattano simultaneamente i due fenomeni, e in modo spesso inestricabile. Da una parte una certa civiltà marcisce, dall’altra una nuova civiltà insorge (anche nel senso di ribellione). E’ lo spettacolo davanti a cui ci troviamo adesso: ma bisogna stare molto attenti a isolare, all’interno di un unico grande movimento, le due forze opposte che stanno lavorando. Baricco conclude affermando: “… perché non ci arrendiamo all’idea che l’imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre?”

In quest’ultima considerazione si può leggere una nota di speranza. Essere nuovi barbari, essere resilienti, saper determinare la propria posizione nella curva ad S: tutto ciò sembra impossibile, senza speranza, all’interno di un imbarbarimento collettivo che appare ogni giorno più evidente. Tuttavia, nella società come nelle dinamiche economiche, con ogni probabilità vi è già al lavoro una fabbrica del futuro, vi sono nuovi barbari che stanno tentando di creare la discontinuità. Una fabbrica del futuro che ancora sfugge ai nostri numeri, anch’essi imbarbariti.

E, forse, per iscriversi alla fabbrica del futuro, basterebbe pochissimo, per creare la discontinuità e “fare la propria rivoluzione” sarebbe sufficiente “mangiare un’idea” e perseguirla con coraggio, “cercare nuovi ideali e ritrovare l’antica emozione di avere le ali”, “essere certi di cambiare la propria vita se si potesse cominciare a dire noi”. Sì, forse come sostiene Giorgio Gaber, non è da ingenui pensare che basterebbe pochissimo…

Sì, basterebbe pochissimo. Non è poi così difficile. Basterebbe smettere di piagnucolare, criticare, affermare, fare il tifo …e leggere i giornali. Essere certi solo di ciò che noi viviamo direttamente. Rendersi conto che anche l’uomo più mediocre diventa geniale se guarda il mondo con i suoi occhi. Basterebbe smascherare qualsiasi falsa partecipazione. Smettere di credere che l’unico obiettivo sia il miglioramento delle nostre condizioni economiche, perché la vera posta in gioco è la nostra vita. Basterebbe smettere di sentirsi vittime del denaro, del destino, del lavoro e persino della politica, perché anche i cattivi governi sono la conseguenza naturale della stupidità degli uomini.  Basterebbe opporsi all’idea di calpestare gli altri, ma anche alla finta uguaglianza.

Smascherare le nostre presunte sicurezze, smascherare la nostra falsa coscienza sociale. Subito. Qui e ora. Basterebbe pochissimo. Basterebbe capire che un uomo non può essere veramente vitale se non si sente parte di qualcosa. Basterebbe smettere di credere di poter salvare il mondo con l’illusione della cosiddetta solidarietà. Rendersi conto che la crescita del mercato può anche essere indispensabile alla nostra sopravvivenza, ma che la sua inarrestabile espansione ci rende sempre più egoisti e volgari.

Basterebbe abbandonare l’idea di qualsiasi facile soluzione, ma abbandonare anche il nostro appassionato pessimismo e trovare finalmente l’audacia di frequentare il futuro con gioia. Perché la spinta utopistica non è mai accorata o piangente. La spinta utopistica non ha memoria e non si cura di dolorose attese. La spinta utopistica è subito. Qui e ora.

Giorgio Gaber, “Una nuova coscienza”, 1999

9° giornata dell’economia –   Ferrara,  6 maggio 2011

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