Ci risiamo!

Renzi & C. propongono con veemenza l’abolizione di quota 100, in quanto tale misura costituirebbe un “furto alle nuove generazioni”. Il sistema pensionistico infatti, per finanziare i prepensionamenti delle vecchie generazioni, sottrarrebbe rilevanti risorse previdenziali ai giovani. Emerge chiaramente da tali dichiarazioni, la volontà di provocare un conflitto generazionale nel popolo italiano. Intento sempre reiterato, ma rivelatosi fallimentare.

Ma il “furto” ai danni delle nuove generazioni è già stato perpetrato con le riforme in senso liberista della legislazione del lavoro messe in atto dai governi che si sono succeduti da 20 anni ad oggi. Specie con il Job Act del governo Renzi. Si è istituzionalizzata la precarietà del lavoro, sono state drasticamente ridotte le tutele sindacali, i contratti aziendali si sono di fatto largamente sostituiti ai contratti collettivi di lavoro. La precarietà del lavoro, la discontinuità generalizzata delle carriere lavorative, l’accentuato ritardo dell’accesso dei giovani nel mondo del lavoro, sono fattori rilevanti che hanno determinato la progressiva riduzione del montante contributivo e che alla lunga, determineranno l’insostenibilità del sistema previdenziale italiano. La precarietà ha sottratto ai giovani le speranze nel futuro.

La pretesa cancellazione di quota 100, è rivelatrice della linea politica che verrà perseguita da Renzi che, con la secessione dal PD ha dato vita ad Italia Viva. E’ sorto un nuovo partito in aperto sostegno del liberismo eurocratico – finanziario, diretto esecutore dei diktat europei, garante della subalternità italiana alla UE.

Luigi Tedeschi

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-diktat-di-renzi-c-abolire-quota-100

Sovranisti

Per quanto mi riguarda, credo che se la manifestazione del 12 ottobre servirà a promuovere una frazione dell’alleanza sovranista sarà stata utile, altrimenti sarà stata una passeggiata di 1000-1500 persone, passeggiata che gli organizzatori hanno voluto, insensatamente, interdire ai “noi” sovranisti già esistenti.

Ci era stato detto e scritto che “le masse” non amano i partiti, i quali le spaventano. Avevamo replicato che le masse non avrebbero partecipato e che il 12 ottobre poteva essere l’occasione buona per far incontrare i vari “io” sovranisti con i “noi” sovranisti che già esistono. Ma gli organizzatori hanno voluto riservare la manifestazione agli “io” sovranisti, pensando che si sarebbe trattato di “masse”. Sotto questo profilo hanno indubbiamente fatto cilecca.

Adesso buon lavoro agli organizzatori, se decideranno di tentare il difficile compito di costruire la frazione.
Basta con sacerdoti, scienziati, tecnici, giornalisti, agitatori, e divulgatori sovranisti. Chi è incapace di far parte di un noi, non serve a niente, né al movimento sovranista né a se stesso.

STEFANO D’ANDREA (Presidente del FSI)

Usque tandem…

Nella notte di sabato scorso, 21 settembre 2019, a Treviso, tre giovani giostrai sinti, sospettati di aver tentato una rapina, hanno rifiutato di fermarsi alle intimazioni della polizia e si sono dati alla fuga a tutta velocità. Ne è nato un inseguimento sul filo dei 100 all’ora, con l’auto degli inseguiti che ha più volte zigzagato e che infine ha speronato l’auto della volante, andando da ultimo a schiantarsi contro un negozio di fruttivendolo, rimasto semidistrutto. Poteva scapparci il morto e, se qualche passante si fosse trovato in quel momento sul marciapiedi di viale Luzzatti, sicuramente ci sarebbe scappato. Così come sono andate le cose, uno dei tre giovani è finito all’ospedale, dove è tuttora piantonato dalla polizia, mentre gli uomini in divisa hanno riportato contusioni di una certa gravità. Il fruttivendolo dovrà lavorare almeno un mese prima di poter riaprire il suo negozio, per non parlare delle spese che dovrà sostenere. I due giostrai rimasti illesi sono stati arrestati e condotti in carcere, ma lunedì 23, a meno di 48 ore dai fatti, ecco il colpo di scena: il giudice per le indagini preliminari, Angelo Mascolo, li fa scarcerare, imponendo loro solo l’obbligo della firma. Il provvedimento giudiziario ha suscitato l’indignazione del sindaco, del questore e dell’intera cittadinanza, i quali hanno bollato con parole di fuoco la decisione. Ci si domanda, desolati e offesi, cosa bisogna fare, in Italia, per restare in carcere, dopo aver commesso un reato, se ciò che hanno fatto quei tre giovani non è stato considerato abbastanza grave. E come devono sentirsi gli uomini delle forze dell’ordine, che rischiano la vita ogni giorno e ogni notte, di fronte a simili decisioni della magistratura? E il cittadino comune, perbene, rispettoso della legge, come si sente, sapendo che chiunque può fargli del male e poi trovare il massimo della comprensione e dell’indulgenza da parte dell’autorità giudiziaria, mentre per lui non ci sono mai sconti né agevolazioni, e la finanza è pronta a piombare ad ogni festa paesana, ad ogni manifestazione di quartiere, per elevare multe salatissime ai piccoli commercianti che hanno osato servire un bicchiere di vino senza rilasciare lo scontrino fiscale, o che hanno eretto un tendone senza tutti i bolli e le forme necessari? I due giovani, già scarcerati, si sono prontamente difesi e hanno fatto sapere, per bocca del loro avvocato, che non stavano affatto rubando, e che la fuga è stata dovuta a un’imprudenza del conducente, il quale aveva bevuto qualche bicchiere di troppo e aveva paura che gli togliessero la patente. Loro, però, gli avevano detto di fermarsi; ma lui, niente, insomma, una ragazzata, una cosa da nulla. Lo speronamento? Veramente sono stati loro ad aver avuto “l’impressione” che l’auto della polizia li volesse speronare… Per buona misura, si è poi venuti a sapere che uno dei tre baldi giovanotti abita, con la madre, in una casa dell’Ater. In altre parole, questa gente vive a condizioni agevolate grazie alla società che essa ricambia commettendo reati di questo genere.

La gente non ne può più. Ogni giorno le cronache riportano episodi di criminalità, grandi e piccoli, al centro dei quali si trovano, due volte su tre, degli stranieri, e particolarmente dei clandestini. Ogni giorno accadono tre, quattro, cinque fatti più o meno allarmanti, nella sola provincia di Treviso; in tutto il Nord-Est bisogna moltiplicare questa cifra almeno per venti. E restano fuori dal conto tutti i furti e le rapine che non vengono neppure denunciati, perché la gente è talmente sfiduciata che non crede serva a qualcosa sporgere denuncia; e tutti quei reati, commessi da stranieri, per i quali le forze dell’ordine hanno avuto ordine di non far pubblicità, perché non si deve allarmare la popolazione e, soprattutto, non si deve alimentare il “razzismo”. Eppure, il giudice che ha fatto scarcerare i due protagonisti della notte folle di Treviso è lo stesso che, tempo addietro, dava ragione ai cittadini che dicono di volersi difendere da soli, e lui stesso aveva detto di voler girare armato di pistolaperché lo Stato non c’è più, guadagnandosi un tweet di approvazione da Salvini. E allora? A che gioco stiamo giocando? Una cosa è certa: la distanza, che è sempre esistita, fra il sentire del cittadino comune e i rappresentanti delle istituzioni, particolarmente della magistratura, ma anche della politica, della sanità, della scuola, ecc., si è allargata in maniera impressionante, è divenuta una voragine.

Tre date bisogna tenere a mente, perché in esse è riassunta la tragedia della distruzione di uno Stato, l’Italia, che aveva, e avrebbe, tutte le carte in regola per essere una delle maggiori potenze mondiali; uno Stato che ha una riserva aurea fra le maggiori al mondo, un risparmio privato fra i più alti al mondo, e un complesso di beni storici e artistici che supera di decine di volte quello di qualsiasi altra nazione del pianeta e che da solo vale un immenso capitale.

La prima data è il 1981, quando avvenne lo scorporo fra la Banca d’Italia e il Ministero del Tesoro, primo passo verso la privatizzazione di Bankitalia e del suo assoggettamento a una pletora di burocrati europei. In quel momento, l’Italia ha incominciato a perdere la sovranità monetaria, perché è la Banca d’Italia ad emettere il denaro, ma è il governo che deve poi garantire la rendita dei titoli di Stato che vengono collocati all’asta.  I cordoni della borsa hanno cominciato a sfuggir di mano al popolo italiano in quel momento e con quella decisione. Vale la pena di ricordare il nome del galantuomo che si è reso protagonista di quell’operazione: era Beniamino Andreatta, democristiano di ferro. La seconda data è il 1999, quando l’Italia aderì all’introduzione dell’euro per tutte le forme di pagamento non fisiche, cui succedette, dal 1° gennaio 2002, la moneta unica per i dodici Paesi della zona euro. Il capo del governo di allora era Romano Prodi, leader del Movimento per l’Ulivo, una coalizione di centro sinistra egemonizzata dall’ex PCI, poi PDS, poi DS, poi PD. La terza data è il 1992, precisamente il 2 giugno, quando si tenne a bordo del panfilo Britannia, di proprietà della Corona d’Inghilterra, una riunione privata ad altissimo livello fra manager e banchieri delle due nazioni. Oggetto della conferenza: le privatizzazioni da attuarsi nell’economia italiana.

Francesco Lamendola

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-coperchio-della-pentola-e-sul-punto-di-saltare

Chi odia chi?

Domenica mattina, a Padova, una donna di trentanove anni, laureata in giurisprudenza a Bologna ma da quattro anni emigrata a Oxford, dove fa la cameriera, si è avvicinata a un banchetto della Lega e, riprendendosi col telefonino, ha ricoperto d’insulti, per parecchi minuti, i presenti, ripetendo con tono aggressivo, più e più volte: Questi sono i fascisti di Padova, questi sono quelli che odiano gli ebrei (…), quelli che stanno rovinando questo paese. Fascisti, antisemiti. Io vivo all’estero, voi siete la vergogna e la barzelletta di questo Paese. Poi ha sputato in faccia al consigliere leghista e Presidente della Commissione regionale della Sanità, Fabrizio Boron, dopo di che se n’è andata. Il giorno dopo, resasi conto di rischiare una denuncia penale, si è detta pentita, ha chiesto scusa e ha qualificato il suo atto come una sciocchezza; ma i video che l’hanno ripresa e che sono visionabili in rete non mostrano per niente una persona incerta o insicura, bensì estremamente decisa e quanto mai convinta del suo buon diritto d’insultare a piena gola quegli orribili compatrioti reazionari, trogloditi, incivili, nei confronti dei quali non si può che provare imbarazzo e vergogna, specialmente se si vive all’estero.

Qualcuno, forse, cercherà di capire e di spiegare perché una quarantenne, che non è riuscita a trovar lavoro in Italia nonostante possieda una laurea “pesante”, e che ha dovuto andare all’estero e adattarsi a fare un mestiere assai modesto e che non c’entra nulla coi suoi studi, sia animata da sentimenti di rabbia così forti nei confronti della Lega e perché, per esempio, non ce l’abbia affatto col PD, che pure, in un modo o nell’altro, ha governato per anni e continua a governare, benché non abbia vinto alcuna elezione e non sia neanche il partito di maggioranza relativa, piazzando i suoi uomini chiave nello Stato profondo, nella pubblica amministrazione, nella magistratura, nei sindacati, nella scuola e nell’informazione. Certo è curioso che la rabbia sociale esista, eccome, però, non di rado, prenda la strada dell’odio viscerale contro le forze di centro-destra e non contro quelle di centro-sinistra che pure, nella distruzione del sistema sociale e dell’economia italiana, qualche responsabilità ce l’hanno di sicuro, eppure continuano a rivolgere gran parte dei loro sforzi e delle loro attenzioni ai migranti, da un lato, e alla conquista di sempre nuovo “diritti civili”, come l’adozione di bambini da parte delle coppie gay.

Gli italiani che non sono di sinistra devono essere epurati, rieducati, costretti a rinsavire, con le buone o le cattive.

Questo concetto è stato mirabilmente sintetizzato dallo storico Ugo Finetti nel suo libro La Resistenza cancellata, riferendosi alla politica di Togliatti all’indomani del suo rientro in Italia e della “svolta di Salerno”; ma in effetti, è un concetto che si può benissimo estendere a tutto lo schieramento progressista, anche indipendentemente dai limiti strettamente politici del discorso, perché investe un atteggiamento psicologico e culturale che è sempre lo stesso e non cambia (Milano, Edizioni Ares, 2009, p. 305):

 

Anche con la partecipazione di non comunisti, in quel periodo al Pci fanno capo un centinaio di brigate Garibaldi, e una decina di Gap, a cui si aggiungono alcune decine di Sap (Squadre d’azione patriottiche) operanti in fabbriche e villaggi. Il loro obiettivo – nei piani di Togliatti, Longo e Secchia – non è la rivoluzione, ma l’epurazione.

Tutta la politica di Togliatti è cioè rivolta a “epurare” l’Italia e gli italiani. Tale mentalità stalinista e internazionalista avvicina i comunisti che vengono da Mosca ai militari alleati più estremisti e spiega anche l’intesa che Togliatti, sbarcando a Napoli, ha stabilito con determinati settori anglo-americani: per tutti loro l’Italia è un Paese da punire, epurare e rieducare.

Francesco Lamendola  Fonte: Accademia nuova Italia

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-italia-un-paese-da-punire-epurare-e-rieducare

Il totalitarismo democratico non è democrazia

Giovedì scorso, per presentare il mio libro Storia reazionaria del calcio. I cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone, ho partecipato alla Festa nazionale di CasaPound che si teneva in un bel agriturismo (il meglio della dolcezza delle colline venete) ma parecchio fuori mano e lontano da Verona dove i militanti di questo gruppo hanno una certa consistenza. Evidentemente si era ritenuto opportuno tenerli il più possibile alla larga. C’era moltissima pula. L’ambiente era misto, insieme a giovani che si tatuano da capo a piedi c’erano famigliole con bambini. Il mio intervento si è svolto nella massima tranquillità e alla fine mi sono salutato molto cordialmente col presidente di CasaPound Gianluca Iannone. Non è la prima volta che accetto gli inviti di CasaPound, sono stato tre volte a Roma dove hanno la sede nazionale e ho potuto notare che fanno un buon lavoro sociale in aiuto alle famiglie disagiate. Naturalmente le teste di cazzo non mancano nemmeno qui, ma quando esorbitano dalla loro ideologia e compiono atti violenti vengono giustamente messi al gabbio come ha deciso anche di recente una sentenza della Cassazione. Ma questo non vale solo per Casapound ma per chiunque compia atti di violenza.

La targa della mia automobile è stata fotografata da agenti in borghese. Ora la mia domanda è questa. Se decidessi di aprire un profilo Facebook per i fatti miei –non ci penso neanche- incorrerei nelle sanzioni che la società di Zuckerberg ha comminato a CasaPound e Forza Nuova? Facebook –che se vogliamo metterci nella sua ottica, che non è la nostra, è uno dei peggiori seminatori di odio e di istigazione alla violenza come la cronaca ha ampiamente dimostrato- è una società privata che può darsi i regolamenti che vuole. Lo Stato italiano no, deve sottostare alla Costituzione che all’articolo 21 garantisce la libertà di opinione e di espressione. E non per nulla sia CasaPound e Forza Nuova, i due gruppi messi fuorilegge da Facebook, si sono regolarmente presentati alle elezioni sia pur prendendo percentuali bassissime.

Per legittimare l’intervento censorio di Facebook nei confronti di CasaPound e Forza Nuova ci si è richiamati alla legge Scelba del 1952 che vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista” e che dà attuazione all’articolo XII delle “Disposizioni transitorie e finali” posposte alla Costituzione. Sia la legge Scelba che la disposizione a cui questa legge dà attuazione avevano un senso al momento in cui furono emanate. Uscivamo da una gravissima sconfitta militare e da una sanguinosa guerra civile fra chi al fascismo si opponeva e chi il fascismo ancora difendeva. C’erano quindi ancora ferite aperte. Ma sono passati tre quarti di secolo da allora e proprio per questo i nostri padri costituenti definirono “transitorie” quelle disposizioni e sta ‘in re ipsa’ che una disposizione transitoria non può andare avanti all’infinito (altrimenti si chiamerebbe in altro modo) e prima o poi deve decadere.

Insomma queste leggi liberticide avevano un senso 75 anni fa, oggi lo hanno perso. Io voglio potermi dire fascista, anche se non credo di esserlo, è un mio diritto di libertà come è un mio diritto di libertà riconoscere le cose buone che il Fascismo pur fece (“Gli anni del consenso”, De Felice) come è un altrettale diritto di libertà vederne solo il peggio. Queste sono le regole della democrazia, di ogni democrazia, dove la libertà di esprimere le proprie idee e opinioni, per quanto possano essere ritenute aberranti dalla maggioranza, è sacra. Altrimenti non di democrazia si tratta ma di un totalitarismo democratico. Che non è meno totalitario di ogni altro totalitarismo.

Massimo Fini

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-totalitarismo-democratico-non-e-democrazia

La società non esiste

Un importante saggio sui temi della crisi delle classi subalterne e del ceto medio, nonché sul vuoto di rappresentanza politica, è uscito in Italia con scarsa attenzione mediatica, nonostante l’editore sia l’università Luiss, tutt’altro che rivoluzionaria. Si tratta di La società non esiste, del sociologo e geografo francese Christophe Guilluy, studioso delle aree periferiche degli Stati europei, il cui significativo sottotitolo è La fine della classe media occidentale. E’ per essa che suona oggi la campana della riproletarizzazione: il cielo di carta si è strappato anche per la classe media. Guilluy, riprende nel titolo la tragica affermazione individualista di Margaret Thatcher degli anni Ottanta, there is no society, non esiste la società.

La liquefazione dei legami sociali ha raggiunto l’acme con il dominio della cultura libertaria e narcisista che divide il mondo tra se stessa, cool, alla moda, cosmopolita, senza legami, colta, nemica dell’identità e gli altri, arretrati, incatenati a vecchie idee, ignoranti. Questa sinistra snob, metropolitana, piena di sé, disprezza profondamente chi non fa parte del suo mondo, non pratica il poliamore, non discute di postfordismo, non commenta l’ultima serie di Netflix, chi, orrore massimo, è fedele alla famiglia naturale, alla terra natia, addirittura si permettere di credere in Dio e esprimersi non nel disgustoso inglese globish da aeroporto e listini di borsa, ma nell’idioma natio.

Il fenomeno interessa tutte le nazioni. In Spagna, il sociologo Daniel Bernabè, nel saggio La trappola della diversità, ricalca le tesi di Guilluy, accusando la sinistra di essere caduta in una autoreferenzialità prossima al solipsismo, in cui passa il tempo a spiegare agli altri in che cosa sbagliano.   Incapaci non solo di accogliere, ma neppure di concepire concetti come il patriottismo, l’identità, la famiglia, le lotte sul posto di lavoro, la difesa dell’ambiente rurale, avvolti nei propri stracci disprezzano quanto ignorano. Scrive Bernabè che sono giunte a noi le guerre culturali, i conflitti intorno ai diritti civili, la rappresentanza di gruppi che situano i problemi non nell’ambito economico, lavorativo e ancor meno nella struttura generale della società, ma in campi meramente simbolici. Il matrimonio omosessuale, il linguaggio di “genere” o l’educazione alla cittadinanza hanno occupato le prime pagine dei media, scatenando violente polemiche. Tali conflitti culturali neoborghesi, costruiti nei laboratori delle università americane, assumono un valore simbolico e diventano leggi, permettendo a governi autodefiniti di sinistra (o centrosinistra, concetto light che affievolisce il senso delle parole, esattamente come centrodestra) di svolgere politiche antipopolari nel campo economico e sociale.

In un mondo dove l’ideologia libertaria si è trasformata in alibi per affermare a livello di massa personalità isolate, sconnesse dalla comunità, la carovana progre si sforza soltanto di trovare, nella cornucopia del vocabolario politicamente corretto, le parole adeguate per riconoscere ogni diversità, creando un superstizioso alone di rispetto per qualunque minoranza mentre il sistema trascina miliardi di persone ai margini della storia. Non ricerca più una narrazione comune che unisca intorno a obiettivi e principi condivisi, ma enfatizza le specificità- alcune specificità, beninteso – per colmare l’angoscia di un presente senza identità, di comunità, di classe, di popolo. Diversità come trappola, anziché ricchezza.

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