Colpe e responsabilità

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma il vecchio detto non recitava “scuola, maestra di vita”?

Il mondo va alla rovescia e l’ultima novità è che invece si è rivelata maestra di morte, dopo che Lorenzo Parelli, 18ennedi Castions di Strada, in provincia di Udine, nel suo ultimo giorno di stage in fabbrica è stato colpito da una putrella nello stabilimento di carpenteria metallica di Lauzacco della Burimec Srl, mentre era intento a completare l’allestimento di un macchinario. Proprio lunedì sarebbe rientrato a scuola per proseguire il “percorso di formazione” nell’ambito  dell’alternanza scuola -lavoro.

Eh si, il mondo va alla rovescia: anche la storia ha smesso di essere maestra di vita e vigono silenzio e oblio  sulla sua lezione. Così è stato steso un velo di ipocrita smemoratezza sull’entusiasmo con il quale il governo Renzi salutò quella sintesi delle teorie criminali che avevano ispirato Jobs Act e Buona Scuola, per cancellare diritti e conquiste scomode, realizzando la visione di una istruzione volta alla formazione di piccoli quadri esecutivi, addetti a una unica mansione servile, disposti a tutto per ottenere e conservarsi il posto  conquistato dopo un sedicente tirocinio educativo all’obbedienza, alla rinuncia, all’accettazione mansueta del ricatto e dell’umiliazione, più che all’apprendimento di un mestiere.

L’abbietta pedagogia dei polli di batteria della Leopolda e dei loro santoni sciorinava i casi di successo di scellerati ribaldi che si vantavano di aver tracciato il solco con il volontariato dei Grandi Eventi, l’Expo, le mostre degli assessori che appaltavano le guardianie alle cooperative dal caporalato di ragazzini che amano l’arte e sognano che si aprano le porte del Dams, o, peggio, nel teatrino del norcino della real casa che esibiva le sue massaie rurali e i suoi festosi casari in Fico, mentre sconfezionavano i prodotti del supermercato alleato dell’inganno delle caciotte.

Nessuno ha ricordato come esultava il ministro Poletti, l’ultrà talmente posseduto dalla militanza cooperativa da andarne a celebrare i fasti insieme ai vertici del Mondo di Mezzo, quello che voleva fare la cooperazione allo sviluppo alla rovescia, proprio come la sua lotta di classe di padroni contro lavoratori, mutuando le abitudini testate con successo dai Benetton e sfruttando ragazzini nostrani costringendoli a ripetere i miti deamicisiani, muratorini, tipografi, scrivani nel fastoso 2000.

Tanto che ebbe a dire che raccomandava anche alla sua prole il lavoro estivo, così istruttivo ed edificante. E c’è da giurarci che abbiano fatto lo stesso altri genitori eccellenti con i rampolli che nuotavano nel delfinario progressista, mandati, tra il mese all’Argentario e la vela a Caprera, a  formarsi au pair a Londra o a New York in omologhe case patrizie in attesa di intraprendere brillanti carriere meritate in atenei esclusivi come Fornero/Deaglio Jr, nei santuari dell’economia liberista come Reichlin/Castellina Jr, nella prestigiosa industria punta di diamante come Draghi/Cappello Jr e così via.

Non sappiamo l’età e il corso di studi di Lorenzo e Antonio Bianchi, c’è da augurare loro che si siano sottratti all’influenza di un padre che, in occasione di un  incidente mortale sul lavoro, uno quegli assassini che vengono chiamati morti bianche, ha la faccia di tolla di dichiarare: “La morte di un ragazzo di 18 anni durante un’esperienza di stage provoca profondo dolore… il tirocinio deve essere un’esperienza di vita“.

Altro che tirocinio,  l’alternanza è una forma di sfruttamento dei giovani praticata ampiamente durante il fascismo con il nome di “avviamento al lavoro”, e che come allora mira a togliere “dalla strada dove bighellonano”, secondo la definizione di Poletti,  o da una zona tristemente grigia, i giovani disillusi e renitente allo studio, che non hanno un’occupazione e che potrebbe rivelarsi delle mone vaganti, esplosive, esposte allo scontento e al malessere sociale, al fine di  irreggimentarli nell’esercito che deve muoversi e andare come e dove vuole in padronato, in modo che  imparino da subito l’ammaestramento di un’esistenza vita, dove l’unico diritto concesso è quello di faticare e l’unico dovere è rispondere si a intimidazioni e minacce a norma di legge, e dove tutto deve essere mobile e precario, in modo che sia introiettata quell’incertezza che persuade  a subire i ricatti come un codice fatale.

Chimera

La Chimera era un essere mitologico, mostruoso e gigantesco con cento teste di drago. Il padre era Tifone, che come nome era già tutto un programma. La mamma, per non essere da meno, era Echidna, la vipera: metà donna bellissima e metà orribile serpente maculato. La coppia doveva avere qualche problema genetico: altri figli furono Cerbero, cane infernale a tre teste e Ortro, anche lui feroce cane, guardiano di mandrie, ma con due sole teste. Già meglio.

La Chimera è stata la personificazione della tempesta, aveva preso dal babbo, la sua voce era il tuono. Fece parecchi danni lungo le coste dell’attuale Turchia, elargendo distruzioni e pestilenze e contribuendo ad inasprire ancor di più il carattere, già bernesco, della popolazione locale. Finché Bellerofonte con l’aiuto di Pegaso, il cavallo alato che oggi sponsorizza la Regione Toscana, non la uccise. Immerse la punta di piombo del giavellotto nelle fauci fiammeggianti della belva. Il fuoco sciolse il piombo che soffocò la simpatica bestiola. I mostri non sono tutto questo granché, alla fine. E sembrava anche una bischerata, ma se non era per Bellerofonte…

Alla Teogonia di Esiodo si ispirò l’artista di Cerveteri che raffigurò la Chimera con tre teste: due laterali di leone e di drago e una centrale di capra. Nell’Iliade Omero la descrisse “Lion la testa, il petto capra, e drago la coda / e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco…” secondo la traduzione di Vincenzo Monti. E così fu scolpita dagli Etruschi in un capolavoro bronzeo del V-IV secolo a. C. rinvenuto nel 1553 nelle campagne di Arezzo e restaurato da Benvenuto Cellini. L’opera per un po’ fu conservata in Palazzo Vecchio, Cosimo I dei Medici la volle a guardia del suo trono. Ma poi fu spostata nella Villa Medicea di Castello perché, dice, portava piuttosto sculo. Rassicurante non era. E allora meglio ai Castellani, anche per una questione di equità. Oggi l’originale si può ammirare al Museo Archeologico di Firenze. Due riproduzioni ornano le fontane in Piazza della Stazione ad Arezzo. Chimera viene dal greco “Khimaira” che significa capra, l’animale più selvatico tra i domestici e il più domestico tra i selvatici. La bestia ha ispirato il critico d’arte e politico a tempo perso Vittorio Sgarbi. E sarà perché “monstrum” in latino stava per “prodigio”, anche Chimera ha assunto il significato di cosa irraggiungibile, simbolo del cambiamento e delle illusioni, delle fantasie azzardate, nonché dei sogni irrealizzabili e pericolosi. Canta infatti il mitico Gianni Morandi : “ma se il mio cuore spera non sarà solo una chimera”.

Bene, ciò detto, se i genetisti non facessero tanto i saputelloni, battezzando Chimera i loro esperimenti scientifici atti ad unire cellule umane ed embrioni animali, sarebbe parecchio meglio. La notizia è stata data in questi giorni da “Leonardo”, il telegiornale della scienza. Si può anche comprendere il nobile tentativo di coniugare sapere scientifico e cultura umanistica, ma il riferimento al “mostro” è alquanto inquietante, specie se si tratta di fusioni di razze diverse: umana e animale. Perché non esistono diverse razze fra gli uomini, c’è una sola razza umana. Ha ragione la neo senatrice Liliana Segre, anche se ha altrettanto ragione Paolo Grossi, già presidente della Corte Costituzionale, a dire che i razzismi esistono e allora, a presidio di ciò, è meglio lasciarla la parola “razza” nella Costituzione e non toglierla come la senatrice propone. Comunque esiste la razza animale e noi umani, pur facendone inizialmente parte, ci siamo distinti da essa. O perlomeno ci siamo impegnati a farlo, con esiti alterni, ma in genere migliori. Ora rimescolare di nuovo le cose evoca ancestrali paure e legittimi problemi etici.

Tuttavia ciò è fatto a scopo medico curativo: inserendo un numero determinato e limitato di cellule staminali umane in un embrione animale e programmando il DNA, si creerebbero le basi per la riproduzione in laboratorio di organi umani, impiegabili per i trapianti, evitando il rischio di rigetto. Oltretutto senza più bisogno di donatori che per donare devono essere generalmente morti. Per non parlare del mondo ucronico e distopico descritto da Kazuo Ishiguro. Il Nobel della letteratura, nel romanzo “Non lasciarmi”, immagina che si clonino in laboratorio esseri umani e, fin da piccoli, si educhino e si allevino per sacrificarli come donatori di organi, in sostituzione di quelli malati. Esseri viventi sussidiari. Terribile.

Ho appreso che sono state create con successo una chimera uomo/maiale e un’altra uomo/pecora. Ora, anche a riferirsi a recenti fatti di cronaca avvenuti nel mondo della produzione hollywoodiana, ma non solo, l’uomo, pur senza generalizzare, un po’ maiale si conferma. Quanto alla donna non mi permetto. Quindi, attenzione a non esagerare. E per l’uomo/pecora, che si può dire? Un po’ pecoroni siamo sempre stati, anche in quanto animali gregari. E l’uomo “pe’oro” è sempre esistito, nella fattispecie di marito. Senza nulla insinuare della moglie, che come dice Furio/Verdone: “Magda, tu mi adori? Sì. E allora lo vedi che la cosa è reciproca!”. Anzi, quanto a corna, la cosa, più che reciproca, mi pare sbilanciata a favore della consorte, proprio in virtù dei virili riferimenti suini di cui sopra. Dunque “est modus in rebus”. E in effetti è un bel rebus. Però se la scienza medica sconfiggesse il male o vi ponesse riparo, senza né produrre mostri, né sconfinare nell’eugenetica e nemmeno sacrificare gli animali, in fondo sarebbe anche un bene. Si campa di più. Magari speriamo un po’ meglio.

Pontedera, 25 Febbraio 2018

Libero Venturi

https://www.quinewsvaldera.it/blog/pensieri-della-domenica/dizionario-minimo-il-corso-delle-stelle-blog-libero-venturi.htm

Relata refero

Fronteggiare il caro bollette con un piano di tagli a lungo termine, mentre per i ristori alla fine dovrebbe essere stanziato un miliardo. Questi i temi in agenda da discutere nel Consiglio dei ministri. Nel provvedimento, a quanto pare, non rientrerebbe l’intervento sugli extra-profitti delle aziende energetiche.

Calmierare i prezzi dell’energia

L’obiettivo dell’Esecutivo è quello di calmierare i prezzi dell’energia che stanno portando al caro bollette. In che modo? Recuperando un miliardo e mezzo di euro con i proventi delle aste di Co2, oltre alla cartolarizzazione di una serie di oneri di sistema, del valore di 2,5 miliardi. Un totale, quindi, di 4 miliardi senza scostamenti del deficit.

“Valutare ulteriori misure”

Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, in aula alla Camera – nel corso di una interrogazione – sul caro bollette ha spiegato che “il Governo è intervenuto a più riprese attraverso misure aventi carattere di urgenza” e che “non va sottovalutato il notevole sforzo compiuto di recente, in occasione della legge di bilancio 2022. Tuttavia, l’eccezionalità della situazione rischia di offuscare l’efficacia delle azioni messe in atto dal Governo e induce alla valutazione di ulteriori misure di carattere prettamente strutturale”. Non solo: per Cingolani le misure “possono essere così sinteticamente riassunte: promuovere una revisione delle regole del mercato elettrico, da sviluppare su base europea, per consentire ai consumatori di beneficiare degli investimenti e dei minori costi dell’energia prodotta da fonti rinnovabili; accelerare in modo significativo il tasso di installazioni delle fonti rinnovabili e delle infrastrutture necessarie per la decarbonizzazione, attraverso la semplificazione dei procedimenti autorizzativi e la pianificazione dell’installazione di nuovi impianti (aree idonee), nonché mediante nuovi incentivi, con programmazione di lungo termine, coperti, almeno parzialmente, dal Pnrr e dai proventi delle aste Ets su tutti i fronti: rinnovabili elettriche, efficienza energetica, gas rinnovabili, rinnovabili termiche, anche in assetti di comunità energetiche; proteggere i consumatori più esposti ai maggiori costi dell’energia, attraverso la posta in essere di azioni a contrasto della povertà energetica e assicurando una protezione rafforzata dei clienti vulnerabili; rafforzare gli strumenti a salvaguardia dei livelli di competitività delle imprese ad alto consumo di energia, sia attraverso strumenti di mercato sia con meccanismi di compensazione”.

La paura delle imprese

Infine, secondo uno studio di Confcommercio svolto in collaborazione con Nomisma Energia, lo “spettro” del caro energia “continua a fare paura alle imprese del commercio, della ricettività e della ristorazione che nel 2022, nonostante le misure di contenimento già adottate dal Governo, dovranno sostenere un aumento della bolletta energetica con una spesa complessiva per gas ed elettricità che passerà da 11,3 miliardi di euro del 2021 a 19,9 miliardi (+76 per cento). Un conto salatissimo per un milione di imprese: le più colpite dalla pandemia e che ora rischiano in tantissime la chiusura anche a causa dei rincari energetici”. In particolare, “per l’elettricità, le imprese di questi settori, con un consumo complessivo di 22 miliardi di chilowattora, con le nuove tariffe in vigore dal primo gennaio, vedranno aumentare la bolletta da 7,4 miliardi di euro nel 2021 a 13,9 nel 2022. A questa spesa – è stato evidenziato – si deve poi aggiungere quella, altrettanto pesante, per il gas che, con un consumo complessivo di 5 miliardi di metri cubi, vedrà la bolletta aumentare da 3,9 miliardi euro nel 2021 a 6 miliardi nel 2022”.

http://www.opinione.it/economia/2022/01/20/brigida-baracchi_caro-bollette-ristori-cdm-transizione-ecologica-cingolani/

Scemi

In realtà il DL 1/2022 legalizza a posteriori questo abuso, il cui terreno però è stato preparato dal DL 139/2021 nominato Capienze, che riforma il Codice della Privacy, permettendo alla PA di trattare i dati personali in modo arbitrario e totalmente autoritario, scavalcando le farraginose leggi sulla privacy senza alcun dibattito politico parlamentare.
In base al DL Capienze ogni pubblico ministero è autorizzato a incrociare dati relativi al Ministero della salute, e viceversa, in un quadro informatico dove i dati rimbalzano da un ente all’altro, creando una database sempre più centrale e verticalizzata.
Questo processo tecnico/giuridico, che sostanzialmente è la digitalizzazione della PA, non è iniziato con il Green pass, bensì con la fatturazione elettronica, e fa immaginare facilmente il passaggio verso un sistema di punteggio sociale (social scoring), dove l’accesso a beni e servizi esistenziali sarà costantemente subordinato al possesso di determinati requisiti.
Astutamente, la sanzione di soli 100 euro è stata congegnata per favorire la “trasgressione” e, nel contempo, per scoraggiare ricorsi giudiziari che sarebbero più costosi per i cittadini.
Il governo spera che non tutti capiscano che la sanzione in mancanza di reato (vista la natura passiva del comportamento sanzionato) rischia di diventare in un prossimo momento un grattacapo insostenibile anche per costituzionalisti alla Zagrebelsky, abili in arrampicate interpretative. (Sarà dura invocare la dignità umana nel momento in cui i costituzionalisti dimostrano di essere i primi ad averci rinunciato.)
Ma con questa sanzione il governo spera oltre tutto di gettare polvere negli occhi dell’opinione pubblica soggiogata dalla vaccinolatria, che sarà contenta di potersi indignare e di invocare provvedimenti forcaioli e perfino il carcere per i no vax, tralasciando il nocciolo del problema, ossia la possibilità per l’Agenzia delle Entrate di usare il lasciapassare come strumento di ricatto verso chiunque. Del resto l’incitamento all’odio è la principale arma di distrazione di massa, un modo per abbassare drasticamente il livello della discussione e far oscurare i dettagli più importanti.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-digitalizzazione-vaccinista

Oltre l’emergenza

Monica Boccardi12 gennaio 2022Oltre l’emergenza

Il primo aprile sarebbe stata una data più adatta per la pubblicazione del decreto legge numero 1, uscito sulla Gazzetta Ufficiale il 7 gennaio del 2022. Agli occhi di un giurista, infatti, sembra più uno scherzo, strutturato in modo da far perdere il senno anche al più preparato e intelligente degli addetti ai lavori. Poiché il tempo e lo spazio sono ridotti, ci limiteremo alla disamina di un paio di contraddizioni che riguardano le date di scadenza delle misure previste dal nuovo decreto, sorvolando sulle ben più gravi contraddizioni di merito, che sono talmente evidenti da non aver neppure bisogno si essere commentate.

Al momento attuale, grazie al Dl numero 221/2021 (non ancora convertito in legge), lo stato di emergenza (rectius di eccezione) causato dal Covid- 19 è stato nuovamente prorogato dal 31 dicembre 2021 al 31 marzo 2022, in palese violazione del Decreto legislativo numero 1/2018 (Codice dalla Protezione civile). Anche ammettendo che una fonte (quasi) equivalente possa ignorare impunemente i termini massimi previsti dal codice della Protezione civile, già ampiamente consumati, va da sé che ogni misura collegata, giustificata e motivata dall’emergenza stessa debba avere come termine ultimo di validità per la sua legittimità, quello attualmente previsto per il termine dell’emergenza. Infatti, diversamente, la normativa andrebbe considerata non emergenziale ma di natura ordinaria e ciò renderebbe illegittima la sua emissione con lo strumento del Decreto legge, vincolato all’urgenza di predisporre strumenti normativi disciplinanti situazioni contingenti che non possano attendere i tempi dell’iter legislativo normale.

Ma, scorrendo il Dl 1/2022, si scopre che in molteplici dei suoi articoli la scadenza prevista per le misure ivi contemplate non è quella del 31 marzo, bensì quella del 15 giugno 2022, cioè ben due mesi e mezzo oltre lo spirare dell’emergenza Covid-19. Ma questo, se porta a ritenere illegittima la previsione normativa in emergenza, potrebbe essere giustificato come un refuso, se non fosse per la contemporanea presenza di contradditorie previsioni che accavallano il termine del 15 giugno con quello del 31 marzo, in più di una fattispecie. E non solo a causa del solito strumento (assai deplorevole) della legislazione per richiamo ad altri provvedimenti, ancora una volta utilizzato a piene mani, col risultato di rendere ancora più difficoltosa la lettura e la comprensione della normativa, ma anche per la presenza, all’interno del Dl 1 stesso, di sovrapposizioni cronologiche incongrue e ingiustificate. Vediamo le principali.

L’articolo 1 Dl 1/22 introduce nuovi articoli al Dl 44/21, già convertito, che già prevedeva l’obbligo vaccinale per i sanitari, cui si era aggiunto quello per docenti e forze dell’ordine (Dl 172/21 non ancora convertito). Il novello articolo 4 quater recita: “Dalla data di entrata in vigore della presente disposizione e fino al 15 giugno 2022, (… omissis), l’obbligo vaccinale per la prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2, di cui all’articolo 3-ter, si applica ai cittadini italiani (… omissis) che abbiano compiuto il cinquantesimo anno di età, fermo restando quanto previsto dagli articoli 4, 4 -bis e 4-ter”.

Anche il successivo novello articolo 4 quinquies, relativo all’accesso sui luoghi di lavoro pubblici e privati con certificazione di vaccinazione obbligatoria per i soggetti obbligati, fa riferimento alla scadenza del 15 giugno, in particolare, esplicitamente, col rinvio contenuto nella parte finale del comma 4° secondo cui “per le imprese, fino al 15 giugno 2022, si applica l’articolo 9-septies, comma 7, del medesimo decreto legge numero 52 del 2021”.

Il lettore, ovviamente, ha necessità di conoscere il contenuto dell’articolo 9 septies comma 7, per sapere che cosa prescriva. Ebbene, esso recita: “Nelle imprese, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata di cui al comma 6, il datore di lavoro può sospendere il lavoratore per la durata corrispondente a quella del contratto di lavoro stipulato per la sostituzione, comunque per un periodo non superiore a dieci giorni lavorativi, rinnovabili fino al predetto termine del 31 marzo 2022, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del posto di lavoro per il lavoratore sospeso”.

Ovviamente, si pensa che il contrasto fra i due diversi termini sia dovuto al rimando a una norma precedente, con un termine calibrato sulla scadenza dell’emergenza, che ci si sia dimenticati di coordinare. Invece, approfondendo, si scopre che l’originario comma 7 dell’articolo 9 septies del Dl 52/21 è stato sostituito, dall’articolo 3 comma 1, lettera c Dl 1/22, proprio col testo sopra richiamato, contenente la previsione del termine del 31 marzo per la possibilità di sostituzione del lavoratore sospeso per inadempimento dell’obbligo vaccinale, senza conseguenze disciplinari e con conservazione del posto di lavoro. Il che lascia il dubbio circa la possibilità di licenziamento e procedimento disciplinare, nell’inottemperanza all’obbligo vaccinale che si prolunghi oltre il 31 marzo 2022. Mero errore o voluta incongruenza?

Ma questo è nulla. Infatti, tornando al testo dell’articolo 4 quinquies, si legge al comma 1: “A decorrere dal 15 febbraio 2022, i soggetti di cui agli articoli 9-quinquies, commi 1 e 2, 9-sexies , commi 1 e 4, e 9-septies, commi 1 e 2, del decreto legge 22 aprile 2021, numero 52 (… omissis), ai quali si applica l’obbligo vaccinale di cui all’articolo  -quater, per l’accesso ai luoghi di lavoro nell’ambito del territorio nazionale, devono possedere e sono tenuti a esibire una delle certificazioni verdi Covid-19 di vaccinazione o di guarigione di cui all’articolo 9, comma 2, lettere a) , b) e c-bis ) del decreto legge numero 52 del 2021. (… omissis) I lavoratori di cui ai commi 1, nel caso in cui comunichino di non essere in possesso della certificazione verde Covid-19 di cui al comma 1 o che risultino privi della stessa al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro, al fine di tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, sono considerati assenti ingiustificati, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro, fino alla presentazione della predetta certificazione, e comunque non oltre il 15 giugno 2022”.

Chi sono i “i soggetti di cui agli articoli 9-quinquies, commi 1 e 2, 9-sexies, commi 1 e 4, e 9-septies, commi 1 e 2, del decreto legge 22 aprile 2021, numero 52”? Per scoprirlo, bisogna andare a leggere i relativi articoli del Dl 52/21 e si scopre quanto segue. L’articolo 9 quinquies recita: “Dal 15 ottobre 2021 e fino al 31 marzo 2022, termine di cessazione dello stato di emergenza, al fine di prevenire la diffusione dell’infezione da Sars-Cov-2, al personale delle Amministrazioni pubbliche (… omissis), ai fini dell’accesso ai luoghi di lavoro (… omissis), è fatto obbligo di possedere e di esibire, su richiesta, la certificazione verde Covid-19 di cui all’articolo 9, comma 2”.

L’articolo 9 sexies:Dal 15 ottobre 2021 e fino al 31 marzo 2022, termine di cessazione dello stato di emergenza, al fine di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza, i magistrati (… omissis) non possono accedere agli uffici giudiziari ove svolgono la loro attività lavorativa se non possiedono e, su richiesta, non esibiscono la certificazione verde COVID-19 di cui all’articolo 9, comma 2”.

L’articolo 9 septies: “Dal 15 ottobre 2021 e fino al 31 marzo 2022, termine di cessazione dello stato di emergenza, al fine di prevenire la diffusione dell’infezione da Sars-Cov-2, a chiunque svolge una attività lavorativa nel settore privato è fatto obbligo, ai fini dell’accesso ai luoghi in cui la predetta attività è svolta, di possedere e di esibire, su richiesta, la certificazione verde Covid-19 di cui all’articolo 9, comma 2”.

Lo stato di emergenza, come detto, è stato surrettiziamente prorogato fino al 31 marzo 2022, salvo ulteriori proroghe e dunque, al momento, è questo il termine ultimo di validità (sempre che siano valide) delle norme emergenziali. Pertanto, come si può pretendere di applicare fino al 15 giugno una normativa emergenziale la cui validità è esplicitamente prevista solo fino al 31 marzo? Non solo: la scadenza del 31 marzo 2022 è stata introdotta al posto di quella originaria del 31 dicembre 2021, dall’articolo 8, comma 3, del Dl 24 dicembre 2021, numero 221, non ancora convertito in Legge, con la conseguenza che la mancata conversione farebbe decadere anche il termine prorogato, riportando la sua scadenza di validità ad una data addirittura precedente all’entrata in vigore del DL 1/22. Si assiste così a una stratificazione di normative urgenti, che si sovrappongono, modificando le precedenti senza alcun coordinamento tra le stesse.

Sicuramente vi sono altre critiche, anche assai più gravi, da sollevare nei confronti di questo nuovo decreto legge, ma si può affermare senza tema di smentita che già quanto qui analizzato dia la misura della protervia giuspositivista di tale modo di legiferare, giunta al punto da sorvolare addirittura sulla forma (che nel diritto è sostanza!), sulla logica (che nel diritto è giustizia!), sulla imparzialità (che nel diritto è tutto!), pur di raggiungere l’unico scopo evidente di mesi e mesi di normazione illeggibile, cioè la vaccinazione obbligatoria del 100 per cento della popolazione residente, senza presa di responsabilità alcuna rispetto alle eventuali conseguenze da ciò derivanti. E, nella peggiore delle ipotesi, nemmeno i posteri potranno emettere un’ardua sentenza su quanto sta accadendo solo in Italia.

http://www.opinione.it/societa/2022/01/12/monica-boccardi_emergenza-covid-decreto-legge-stato-emergenza/

Follia

IL TESTO, faticosamente approvato in serata, prevede: a partire dal 15 febbraio i dipendenti pubblici e privati che hanno compiuto 50 anni per andare al lavoro dovranno esibire il super green pass (vaccino o guarigione dal Covid). Obbligo di vaccino per i disoccupati e pensionati nella stessa fascia d’età. La misura, decisa «per decongestionare le ospedalizzazioni» ha spiegato il premier, si applica a tutti i residenti in Italia, anche cittadini europei e stranieri, e sarà in vigore fino al 15 giugno. «L’obbligo non sussiste in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate. L’avvenuta immunizzazione a seguito di malattia determina il differimento della vaccinazione». In Italia sono 28 milioni gli over 50, i lavoratori tra i 50 e i 64 ammontano a 8,2 milioni, mentre i non vaccinati tra i 50 e i 60 anni sono 2 milioni (dai 60 anni in su 1,2 milioni).

PREVISTE ANCHE LE SANZIONI (che però non si applicano a disoccupati e pensionati): i lavoratori privi di super green pass al momento dell’accesso ai luoghi di lavoro «sono considerati assenti ingiustificati, senza conseguenze disciplinari e con diritto alla conservazione del rapporto di lavoro, fino alla presentazione delle predette certificazioni, e comunque non oltre il 15 giugno. Per i giorni di assenza ingiustificata non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento». La sanzione amministrativa è stabilita tra i 600 e i 1.500 euro, «restano ferme le conseguenze disciplinari secondo i rispettivi ordinamenti di settore». Un circolare dei ministri Brunetta e Orlando è stata firmata ieri sera per «incentivare il ricorso allo smart working, nella cornice delle regole vigenti, e questo sia nel settore pubblico che in quello privato»: è la formula trovata in cabina di regia per non irritare Brunetta, contrario all’uso ampio del lavoro agile.

https://ilmanifesto.it/obbligo-di-vaccino-per-i-cinquantenni-

Da notare che a giustificazione delle misure prese la motivazione è decongestionare gli ospedali!

Garantire una diseguaglianza equa

di DAVIDE VISIGALLI (RI Genova)

Mentre via via tutte le regioni diventano gialle e qualcuna inizia a prevedere l’arancione, leggere i dati mi porta a qualche considerazione.

La Lombardia con un’incidenza di 1955 x100k ha il 19,62% di occupazione letti in area non critica e il 14,12% in TI. La Liguria (dove abito) con un’incidenza di 738 x100000 (2,6 volte meno della Lombardia) ha il 28,91% di occupazione letti in area non critica (1,5 volte di più della Lombardia) e il 21,46% in TI (1,5 volte di più). La Calabria (una delle regioni a più bassa incidenza) con un’incidenza di 471 x100000 (4 volte meno della Lombardia) ha il 29,57% di occupazione letti in area non critica (1,5 volte più della Lombardia) e il 14,81% in TI (simile alla Lombardia.

A cosa si devono queste enormi differenze di occupazione letti?

In primis proprio alla presenza degli stessi, la Lombardia ad oggi ha infatti 15,3 letti per 100000 in TI, la Liguria 14,5 e la Calabria 10, prima del Covid era pure molto peggio. Quindi grazie all’autonomia differenziata, chi ha più soldi ha più letti, indipendentemente dai numero di abitanti, che di fatto possono beneficiare di diritti universali diversi nonostante risiedano nello stesso Paese. Ma non basta. Le differenze non si fermano qui. Infatti la percentuale di ospedalizzati su positivi cambia di molto nelle varie regioni.

La Lombardia ne ha lo 0,8%, la Calabria il 2% e la Liguria ben il 4%. Questo può essere dovuto a diversi fattori, qualcuno legato alla fase epidemica. E anche alla diversa presenza di soggetti fragili nella popolazione, come gli over 65. Anche qui, vediamo che l’indice di vecchiaia (rapporto over 65 su under 14) per queste regioni è rispettivamente del 159% per la Lombardia, 155% per la Calabria e ben 249% per la nostra Liguria.

Questo significa che non basterebbe avere letti uguali in tutta Italia, ma esistono regioni che per le loro caratteristiche hanno bisogno di più letti per garantire gli stessi diritti ai loro cittadini. Questo significa che la mappa dei colori non è uguale in tutta Italia e non significa la stessa cosa. O meglio significa sempre più pericolo, ma non solo pandemico, ma democratico.

Sogno un paese dove le diseguaglianze siano garantite dal bisogno, e non dal reddito.